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Cosa sono le case lavoro, istituite dal codice Rocco dopo 90 anni resistono ancora

In un giorno qualunque di giugno, a pochi passi dall’Università La Sapienza di Roma, un ragazzino di 18 anni accoltella il padre. La mattina dopo una signora, che abita nello stabile dove è successo il fatto, è al bar a commentare l’accaduto. L’uomo è il portiere del suo palazzo e il figlio le è sempre sembrato un tipo “pericoloso”. Pare che il ragazzo fosse uscito da una comunità dopo il compimento della maggiore età e che il ritorno a casa lo avesse fortemente turbato. «Che poi oltre alla malattia mentale – continua la signora – sono sicurissima che si droghi. Si aggira come un fantasma per le strade, in cerca della roba».

Roteando nervosamente il cucchiaino nella tazzina, la signora si chiede quale sia la cosa giusta da fare. «Questa gente va portata via, non per cattiveria, ma per necessità. Esisteranno dei posti per chi è pericoloso, per chi non sa stare nella società». Finito il caffè, la signora poggia il cucchiaino e guarda l’orologio. «Voi sogghignate – dice, rivolgendosi ai clienti del bar – ma questo riguarda anche voi». In Italia, non per necessità ma per legge, i posti di cui parlava la signora esistono dal 1931, anno in cui “Per grazia di Dio e per volontà della Nazione” entrò in vigore il codice Rocco. Le case di lavoro e le colonie agricole furono istituite con l’intento di “riadattare gli internati alla vita sociale” tramite il lavoro obbligatorio.

“Sono assegnati a una colonia agricola o ad una casa di lavoro: 1) coloro che sono stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza; 2) coloro che, essendo stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza, e non essendo più sottoposti a misure di sicurezza, commettono un nuovo delitto, non colposo, che sia nuova manifestazione della abitualità, della professionalità o della tendenza a delinquere”. Il Codice era ispirato al doppio binario per la repressione dei reati: la pena per il reato commesso e la misura di sicurezza per prevenire che l’autore del fatto reiterasse il comportamento criminale. E in questo quadro, il lavoro veniva considerato come “mera modalità dell’espiazione”. Con l’ordinamento penitenziario del 1975, tale impostazione viene ribaltata e il lavoro, insieme alla formazione, verranno considerati elementi essenziali per la “rieducazione del condannato”. L’obbligatorietà del lavoro detentivo venne successivamente abolita con il nuovo art. 20 dell’ordinamento penitenziario, stabilendo che l’organizzazione e i metodi del lavoro all’interno degli istituti “devono riflettere quelli del lavoro nella società libera”.

A novant’anni dall’approvazione del Codice Rocco, se molto è stato smantellato, c’è qualcosa che resiste, un reperto archeologico che riguarda meno dell’1% della popolazione ristretta: le case di lavoro e le colonie agricole. Gli internati in queste strutture sono poco più di 300, non devono scontare una pena per un reato commesso, ma sono soggetti a misure di sicurezza per via della loro “pericolosità sociale” – stabilita di volta in volta da un giudice. Fino a poco tempo fa, non esisteva un limite al rinnovo della misura di sicurezza. Poi, con la riforma del 2014, si è deciso che le misure non potessero durare oltre il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso. Se l’internato aveva scontato 7 anni di carcere per un reato, avrebbe potuto trascorrere al massimo 7 anni in casa lavoro. La maggior parte delle case di lavoro sono collocate dentro istituti penitenziari o, come nel caso di quella di Vasto, in ex istituti penitenziari o ex istituti psichiatrici. Del nome originario è rimasto poco o niente: la casa ha le celle e le celle hanno le sbarre. E il lavoro, quando c’è, si limita a quello che garantisce il funzionamento della struttura: c’è lo spesino, il portavitto, lo scopino e forse il giardiniere.

«Le case di lavoro non hanno nessun motivo di esistere. Chi ha scontato la pena ha il diritto di non essere identificato dallo Stato con il reato commesso in passato». Don Silvio è il cappellano della Casa di lavoro di Vasto e negli anni ha accompagnato gli internati nel tormentato percorso verso la revoca della pericolosità sociale. Ma revocare qualcosa che non esiste ancora non è cosa semplice, né pienamente in linea con i principi della Carta costituzionale. «Alcuni reparti della Casa – continua il parroco abruzzese – sono peggio di istituti psichiatrici o del carcere, perché rinchiudono persone riducendole a fantasmi. Fantasmi che non hanno avuto un processo né una cura, ma si trascinano per anni in attesa che qualche anima li tiri fuori da questo limbo». Il tempo che trascorrono lì dentro è ingannevole, sonno e veglia hanno confini evanescenti, non c’è un prima e non c’è un dopo.  «Ci sono la solitudine, il caffè e gli psicofarmaci».

Quando agli internati di Vasto viene concessa la libertà vigilata, Don Silvio e gli altri operatori cercano di sbrigarsi. Contatti con la famiglia, documenti, cure mediche. «Un giorno rilasciarono un internato di 80 anni. Non aveva casa, né documenti né pensione. A quel punto venne a stare da me». Non tutti gli internati hanno un Don Silvio a cui affidarsi. Né tutti i luoghi di limitazione della libertà portano, infine, alla libertà. La signora che sorseggiava il caffè in quel pomeriggio di giugno aveva ragione soltanto su una cosa: quello che accade lì dentro riguarda anche noi.

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