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A Venezia “Il collezionista di carte”, il film di Schrader tra i favoriti per il Leone

Il collezionista di carte, regia di Paul Schrader

Lo dico subito perché non vi sfugga: dal 3 settembre è nelle sale italiane con Lucky Red, a poche ore dal passaggio in concorso a Venezia, “The Card Counter – Il collezionista di carte” di Paul Schrader, per me e non solo per me autentico colpo di fulmine. È la più bella America ’minore’ portata sullo schermo da anni, quella dei motel di passo e dei casinò periferici che il governo americano ha dato licenza di aprire ai nativi americani esentasse a titolo di risarcimento di un genocidio.

In questo mondo anonimo si aggira William Tell (un eccezionale Oscar Isaac, agli onori del Lido anche con il kolossal “Dune” e con il remake seriale, pare bellissimo, di “Scene da un Matrimonio” di Bergman), che ha messo a punto nei suoi dieci anni di detenzione una speciale tecnica per ‘contare’ le carte. Sono tanti, i misteri che avvolgono Will. Perché è stato in prigione? Perché ha scelto di seppellirsi in una quasi-invisibilità? Perché non sbanca le case da gioco, quando potrebbe, e si accontenta di cifre modeste?

I suoi fantasmi affiorano quando riconosce nell’esperto di tecniche di interrogatorio Willem Dafoe, che tiene banco a un convegno, il suo istruttore capo di efferatezze ad Abu Ghraib. Il ragazzo Tye Sheridan, figlio di un ex torturatore impazzito e suicida, sogna di ucciderlo. Per distoglierlo dall’ossessione Will-Isaac rompe la sua solitudine, e a loro si affianca la smaliziata intermediaria dei finanziatori dell’azzardo Tiffany Haddish, una non-bella bellissima che ha una verve travolgente. Ma ci sono rinunce all’umanità che ti segnano a vita, specie se tu, subordinato, hai pagato al posto dei capi.

Ai percorsi di colpa ed espiazione il glorioso settantacinquenne Schrader, che ha scritto per Scorsese quattro film – tra cui “Taxi Driver” e “Toro Scatenato” – e in proprio ha diretto ’cosette’ come “American Gigolò” e “Cortesie per gli Ospiti”, ha dedicato la vita. Con Scorsese, che produce “Il collezionista di carte”, hanno voluto concedersi un’ultima avventura comune.

C’è una magia oscura in questo film, nella puntigliosa costruzione scenica del ‘guscio’ di Isaac come nei lampi di leggerezza che illuminano il racconto, che non so spiegare, e che mi ha risucchiato. Ho perso il conto di quanti mi hanno detto la stessa cosa. Tant’è che questa squadra fuoriserie ho sentito il bisogno di incontrarla: le passioni sono una cosa seria.

“Non sono partito in realtà da Guantanamo e Abu Ghraib – mi ha detto il regista – ma da un uomo incapace di perdonare se stesso per le azioni che ha commesso. Un uomo così in un’epoca in cui nessuno è disposto ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Vengo da una educazione che fa del senso di colpa il pilastro dell’esistenza stessa. Cosa poteva essere un’azione così indicibile? Lì è scattata la visione di Abu Ghraib, che resta una macchia indelebile per un intero paese. Anche se il mio personaggio, per la società, la sua pena l’ha scontata”.

Oscar Isaac su Will: “Può continuare a vivere soltanto nel suo Purgatorio, una terra di mezzo, imponendosi regole ferree, in attesa di trovare un’occasione di redenzione. Allontana da sé ogni forma di conforto e di sollievo e ogni rapporto con i suoi simili. Ha scelto il gioco d’azzardo non per dipendenza – che comporta perdita di controllo- ma come forma di controllo estremo.“

Se vi fidate, è una preziosa occasione per riscoprire quanto è più bello il grande cinema in sala.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia