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Se anche l’Occidente cristiano rimuove l’assedio che incombe

TOPSHOT - Taliban fighters gather along a street during a rally in Kabul on August 31, 2021 as they celebrate after the US pulled all its troops out of the country to end a brutal 20-year war -- one that started and ended with the hardline Islamist in power. (Photo by Hoshang Hashimi / AFP) (Photo by HOSHANG HASHIMI/AFP via Getty Images)

Nei tragici giorni del massacro di Kabul è comprensibilmente passata inosservata un’aspra polemica, che pure racconta il nostro tempo e in cui, di riflesso, s’inscrive la crisi afghana. L’hanno sollevata le principali autorità dell’ebraismo in Israele contro Papa Francesco. I rabbini rimproverano al capo della Chiesa di Roma di aver messo in discussione l’attualità della Torah, la legge di Mosè che fonda il magistero della religione ebraica. Gli muovono in una lettera formale l’accusa di aver dato linfa a un “insegnamento sprezzante verso gli ebrei e verso l’ebraismo”. Ma che cosa ha detto di tanto urticante il Papa? Nella catechesi dell’undici agosto, incentrata sulla lettera di San Paolo ai Galati, ha cercato di spiegare che cosa differenzia il cristianesimo dall’ebraismo. La legge mosaica – ha sostenuto Bergoglio citando l’Apostolo – è necessaria è giusta, ma non fonda l’Alleanza tra Dio e l’uomo, perché non realizza la promessa della salvezza, fatta da Dio ad Abramo, che arriverà solo con il sacrificio di Cristo. Vuol dire né più né meno che la salvezza non verrà dal Dio della legge, ma dal Dio della carità, come dal catechismo in poi ciascun cristiano ha imparato.

Eppure di questi tempi una mera rivendicazione della propria identità religiosa, ancorché condita con qualche semplificazione, non risparmia una durissima critica a un pontefice tanto dialogante con le altre fedi da essere etichettato dai tradizionalisti come fautore di una “religione universale”. Quale sarà la risposta del Papa ai rabbini? Se, nello spirito di rispettare le altrui sensibilità, annacquasse il significato del martirio di Gesù, rischierebbe di mortificare il senso della carità, antesignana di una fratellanza universale di cui, di fronte alle emergenze umanitarie del nostro tempo, c’è tanto bisogno. Ma non c’è dubbio che il conflitto teologico, comunque verrà risolto, resterà circoscritto alle relazioni tra le élite dei due credi coinvolti.

Non altrettanto accadde quando un altro pontefice, Benedetto XVI, nel tentativo di rimettere in connessione laicità e religione, proclamò a Ratisbona il rifiuto di perseguire la fede con la spada, pronunciandosi nettamente contro ogni forma di imposizione violenta di un credo religioso, propria di una certa interpretazione del Corano, poiché – aggiunse – “la violenza è in contrasto con la natura di Dio”. Correva l’anno 2007 e i raid di al Qaeda seminavano morte e terrore in Occidente. Eppure il suo monito fu accolto come un’offesa alla dignità dell’Islam e scatenò contro il presule cristiano un’onda d’urto senza precedenti, con attacchi e minacce – una parte dei quali dal fuoco amico del laicismo europeo – che suggerirono una retromarcia e un mea culpa immotivati, e certamente non furono estranei alla decisione del pontefice di rinunciare al mandato pochi anni più tardi.

Quella vicenda ha avuto conseguenze non debitamente considerate in Occidente. La più rilevante è che la lotta al terrorismo si è separata dal confronto culturale con il radicalismo religioso. La tensione civile che, dopo l’undici settembre, lo aveva animato ha ceduto a un relativismo preoccupato di riconoscere e rispettare le culture e le fedi “altre”, anche a costo di tollerare quei precetti tribali che contrastassero con i principi fondamentali della civiltà.

Questa postura intellettuale e morale dell’Occidente non ha impedito che in Asia e in Africa si consolidassero nell’ultimo decennio un’ideologia che persegue un islam delle origini, in cui fede, diritto e morale siano incluse in un’unica visione fondamentalista e totalitaria; una retorica vittimista, fondata sulla convinzione che il popolo musulmano sia sotto l’assedio delle potenze occidentali; una legittimazione della violenza come metodo di azione e di lotta.

Che quest’emergenza sia crescente lo dicono troppi segnali ignorati, o non debitamente considerati come parte di un unico processo: il proselitismo del jihadismo in cartelli talvolta in conflitto, talaltra cooperanti, ma tutti facenti riferimento alla stessa ideologia; il processo di islamizzazione di molti governi, fino a ieri dialoganti; la radicalizzazione delle comunità musulmane in Europa. Ma, più di tutto, ciò che amplifica il potenziale di aggressività del fenomeno è la sostanziale rinuncia, da parte dell’islam che pure ripudia la violenza, a contrastare chi la violenza la usa, come se la condivisione dei presupposti ideologici e vittimari la giustificasse surrettiziamente.

Il disastroso esito della crisi afghana riattiva un interrogativo che, negli ultimi anni, è stato del tutto assente nella sfera pubblica. L’islam radicale è ancora un problema? E se lo è, riguarda solo la minaccia del terrorismo o anche, e piuttosto, l’egemonia sul modo di concepire la vita e la morte sul pianeta? Se lo è lo chiesto Tony Blair, in un lungo articolo sul sito dell’Institute for Global Change, ripreso dal Foglio. La risposta dell’ex premier inglese, che sostenne e intraprese nel 2001 l’intervento in Afghanistan, è che il ribaltone talebano sia parte di un’emergenza globale chiamata radicalismo religioso. Della quale, tuttavia, l’intellighenzia e la politica in Italia non sembrano avvedersi. Lo stesso dibattito sull’esportabilità della democrazia, apertosi di fronte al tracollo dell’Occidente a Kabul, elude un quesito diretto che va al cuore del problema: questa crescente violenza in nome della fede ci riguarda? Ci riguarda la morte di Saman, uccisa e smembrata dai suoi familiari perché rifiutava un matrimonio coatto? 

La vicenda della giovane vittima pakistana interpella il cosmopolitismo, laico o piuttosto cristiano, della cultura occidentale. Una ragazza che desideri la libertà e l’emancipazione, respirate nella sua adolescenza italiana, non è forse già nostra sorella, ancorché non ancora nostra concittadina? Il suo destino non mobilita forse, insieme a un dovere di accoglienza, una responsabilità di proteggerla che non si esaurisce in un compito di mera sicurezza, ma che chiama piuttosto a un impegno civile e politico? 

Non vale l’obiezione che decine di donne siano uccise in Italia dai loro mariti, amanti, pretendenti con la stessa crudeltà e senza protezione. Perché Saman non è stata assassinata da un criminale che agiva in dispregio di valori tutelati dalla legge, e neanche da una setta nichilista, frutto di una psicopatologia sociale. Saman è stata uccisa dai suoi congiunti, in nome di una morale condivisa come la costituzione materiale di una comunità, e in cui è difficile separare gli elementi tribali da quelli del fanatismo religioso. Tant’è vero che il discorso sull’opportunità di sopprimerla ha coinvolto l’intera rete familiare, e perfino una zia che risiede in Gran Bretagna, consultata telefonicamente e consenziente sulla necessità di sacrificare la sua vita per confermare l’obbedienza cieca della donna al capofamiglia maschio, sancita dalla più rigida interpretazione della Sharia.

Senza cadere nella tentazione del conflitto di civiltà, si può riconoscere che il relativismo con cui abbiamo creduto di rispettare la sensibilità di altre culture è stato sfruttato dall’islam radicale per esercitare potere e violenza su quella libertà occidentale che si proponeva come spazio pubblico e aperto a chiunque? In Francia, dove una moschea viene eretta ogni quindici giorni mentre un edificio cristiano viene distrutto allo stesso ritmo, si contano decine di aggressioni, minacce, intimidazioni che confermano questo allarme. 

Vuol dire che il dibattito su ciò che si è fatto o piuttosto non si è fatto in Afghanistan, e su ciò che ancora si potrà fare in futuro, s’intreccia con quello più ampio che riguarda il modo in cui l’Occidente si pone di fronte al diffuso radicalismo religioso di marca islamista. È un tema che il disimpegno americano scarica sull’Europa e fa più urgente. Se pure tutti ripudiamo la guerra, se pure – come non pochi pensano – la democrazia non sia esportabile, possiamo arroccarci nel realismo di chi crede che le primavere arabe siano state un’utopia velleitaria, perché gli arabi mai potranno regolare i loro conflitti con le regole della democrazia? E mentre la Terra si avvia nei prossimi vent’anni a essere un pianeta popolato da nove miliardi di persone, di cui quasi due saranno cinesi e quasi tre musulmani, possiamo rassegnarci all’idea che la democrazia liberale, le sue conquiste e la sua libertà, maturate in tre secoli di cammino, da avanguardia della civiltà si trasformino in una nicchia di resistenza? Oppure dobbiamo delegare la battaglia culturale al processo tecnologico, confidando che gli smartphone cambino i talebani più di quanto non sia riuscito a fare il nostro impegno militare e pedagogico?

La risposta a queste domande intreccia il rapporto dell’Occidente con la libertà. Non possiamo sfidare il radicalismo religioso se non facciamo corrispondere all’ampiezza dei nostri diritti la responsabilità di sostenerne i costi. L’irenica tolleranza equivale alla rinuncia, mascherata dall’illusione che la libertà sia un bene inesauribile di cui è possibile distribuirne a chiunque i dividendi. In che modo questo catenaccio dello spirito, prima che dell’azione, può sfidare il fanatismo, aprendovi dentro una breccia? 

Esportare la libertà significa convincere i radicali di ogni fede che il dissenso, ancorché scettico, ateo e nichilista, privo di sensibilità politica e sociale, è un valore da preservare a qualunque costo. Chi, ancora, in Occidente è disposto a battersi per questa convinzione? Con il ritiro dall’Afghanistan la politica ripiega nei confini dell’interesse nazionale. E magari crede di proteggersi blindando le frontiere in nome del sovranismo. La cultura si è da tempo rifugiata in un conformismo falsamente tollerante. Perfino la Chiesa, che pure negli anni di Papa Woytjla sventolava per ogni dove la bandiera della libertà, l’ha ammainata per sostituirla con quella dell’uguaglianza. La rinuncia a distinguere, a sfidare, a lottare, è la rimozione dell’assedio che incombe? Chi vivrà, vedrà.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia