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Penelope, Jane e Lady D: il Festival di Venezia è un lido per leonesse

Sotto il segno di Pedro. Uno dei pochissimi (Clint, Woody) a potersi permettere il lusso di essere identificato solo con il nome, in amicizia di milioni e milioni di affezionati spettatori sparsi per il mondo. Con il suo Madres paralelas, il grande Almodóvar — insieme alla sodale Penélope Cruz tanto brava, così si dice, da essere già in odore di Coppa Volpi alla migliore attrice — apre oggi la 78esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, fino all’11 settembre. La seconda consecutiva in stato di pandemia, più consapevole rispetto a quella che si era svolta un anno fa, nell’estate tutto sommato tranquilla del terribile 2020.

L’organizzazione pre vaccini e pre green pass, fu per il direttore della Mostra Alberto Barbera e il presidente della Biennale Roberto Cicutto, un successo. Forse poco riconosciuto. Tant’è che una volta tornato l’autunno, le sale cinematografiche vennero ancora paralizzate, fra le prime a dovere richiudere. Con ogni sacrosanta precauzione (che al Festival si traduce in un regolamento ferreo, che tutti devono rispettare) si parte dall’ottimistico presupposto che il peggio sia passato. E il meglio debba ancora venire. A volere circoscrivere il vizio della speranza all’universo cinema, al Lido si vedranno tantissimi film (basta contare), forse bellissimi (basta crederci).

Perché se la Selezione Ufficiale è mostruosa per quantità (21 i titoli del concorso principale, poi a cascata nelle sezioni collaterali), anche i curricula dei partecipanti sono davvero niente male. Detto di Almodóvar — Pedro, pardon — che torna a parlare di maternità, con tenui colori pastello ma toni gravi — si attendono in gara gli ultimi lavori, di altri colleghi all’altezza. Che gioia rivedere Jane Campion, a dodici anni dal biografico Bright Star. Dopo che Julia Ducournau, con il discusso Titane, le ha da poco scippato il titolo di sola e unica Palma d’Oro femminile (nel 1993, con il meraviglioso Lezioni di piano), l’autrice neozelandese si candida a essere la prima di sempre a trionfare nell’abbinata Festival di Cannes, Mostra di Venezia. Al Leone d’oro punta con The Power of the Dog, melodrammone misogino (lo è il protagonista, interpretato dalla miglior voce dello spettacolo inglese: Dottor (Strange) Benedict Cumberbacht) tratto dal romanzo omonimo di Thomas Savage.

Per lo schermo, e per Martin Scorsese, lo sceneggiatore Paul Schrader ha scritto capolavori: Taxi Driver dovrebbe bastare. Da regista firma Il collezionista di carte, nelle sale dal 3 settembre per Lucky Red. L’ambizione di Schrader è quella di farne un cult del nuovo decennio, come il suo American Gigolo fu per gli Anni 80. E malgrado l’interprete Oscar Isaac non sia bello quanto Richard Gere, vanta comunque un’allure da bucare lo schermo, a ogni alzata di sopracciglio. Isaac è nato in Guatemala, America Centrale. Procedendo verso sud, si spalanca il mondo latinoamericano. La cui ispirata vena artistica è bene rappresentata nel concorso. Ci sono gli argentini Gaston Duprat e Mariano Cohn (Competencia Oficial, raffinata satira sullo star system con Penélope Cruz e Antonio Banderas), il cileno Pablo Larraín (l’attesissimo Spencer, su cui brilla il ricordo di Lady D impersonata con coraggio da Kristen Stewart), il venezuelano Lorenzo Vigas con La Caja, film simil soprannaturale molto misterioso.

Tanto quanto resta un mistero, il Leone vinto da Vigas nel 2015 con il dimenticato e dimenticabilissimo Ti guardo. Fra i destinati a dividere, fare discutere, scioccare, turbare, sconcertare, insomma a scatenare quel po’ di casino cine-intellettuale che ai festival fa sempre piacere, Sundown del messicano di culto Michel Franco, con la super coppia Charlotte Gainsbourg-Tim Roth. Oltre alla Campion, altre signore si fanno largo a fatica nel testosteronico Concorso. Mona Lisa and the Blood Moon è lo stravagante horror di Ana Lily Amirpour. Per Audrey Diwan c’è un orrore sociale, ante sessantotto francese, in L’evenement da Annie Ernaux. L’attrice Maggie Gyllenhaal esordisce alla regia di The Lost Daughter dal romanzo La figlia oscura di Elena Ferrante, con la super Queen Elizabeth di The Crown Olivia Colman.

Oltre al micidiale filippino di 208 minuti, On the Job: The Missing 8 di Erik Matti, il polacco Leave No Traces di Jan P. Matuszynski, il russo Captain Volkonogov Escaped di Natasha Merkulova e Aleksey Chupov e l’ucraino Reflection di Valentyn Vasyanovych, ragionano su guerre e distorsioni del potere. Perché nei prossimi dieci giorni, il mondo passerà sugli schermi del Lido. Ma là fuori il Pianeta Terra gira, non troppo bene. Questo il cinema lo sa. E prova a raccontarlo.

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