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L’inquinamento dell’aria uccide più delle guerre: toglie due anni di vita

Shanghai, CHINA: Heavy pollution shrouds Shanghai's historic Bund street during peak hour traffic in Shanghai 14 February 2006. The city government is taking measures to improve air quality and will ban all cars without a

Uccide 44 volte più delle guerre e del terrorismo. Più del doppio di alcol e droghe. Più del fumo e degli incidenti stradali. È l’aria malata, imbottita di un cocktail di sostanze prodotte dagli umani e nocive per gli umani. Un autogol chimico. Un errore a cui si potrebbe rimediare in tempi rapidi mettendo in campo le tecnologie di cui oggi disponiamo: efficienza, produzione di energia pulita, trasporto collettivo di alta qualità, riscaldamento e raffrescamento degli edifici con sistemi a basso impatto ambientale. Ma rallentiamo il cambiamento, appesantiti dall’inerzia del vecchio sistema produttivo che tende all’autoconservazione.

Il risultato di questa esitazione è quello descritto dall’Energy Policy Institute elaborato dall’Università di Chicago: “L’inquinamento atmosferico da particolato (PM10), che è principalmente il risultato della combustione di combustibili fossili, è la forma più mortale di inquinamento atmosferico a livello globale. Riduce l’aspettativa di vita globale di 2,2 anni rispetto alla situazione che si avrebbe se fossero rispettate le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità”.

 

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Quando respiriamo queste particelle e le facciamo scendere lungo tutto l’apparato respiratorio, fino ai polmoni, si possono creare vari problemi: infiammazioni, irritazione, bronchiti, danni al Dna, aumento del rischio di cancro. Se poi queste particelle sono ultrasottili, cioè se hanno un diametro inferiore a 2,5 millesimi di millimetro (circa tre vote più grandi del filo di una ragnatela) la situazione peggiora perché entrano ancora più in profondità negli alveoli dei polmoni. Aumentano la pressione sanguigna e possono creare coaguli provocando ictus o infarto. Si sospetta anche un collegamento con le patologie di Alzheimer e demenza.

Ora l’aggiornamento 2021 dell’Indice della qualità dell’aria dell’università di Chicago calcola con maggior precisione l’effetto del mancato rispetto delle indicazioni dell’Oms sulle polveri sottili. Ad esempio per ogni aumento dell’esposizione prolungata a ulteriori 10 microgrammi per metro cubo di PM2,5 l’aspettativa di vita si riduce di circa un anno.

Naturalmente, come tutte le medie, questi dati globali nascondono profonde differenze. In Cina e in India ridurre le concentrazioni di particolato al livello delle linee guida dell’Oms aumenterebbe l’aspettativa di vita media rispettivamente di 2,3 e 5,2 anni. In Italia solo di 3 mesi. Ma in realtà anche il dato nazionale è un macro dato che va disaggregato. La situazione della pianura padana, penalizzata dall’inversione termica che schiaccia gli inquinanti verso il basso e da decenni di rinvio dei piani anti smog, è ben diversa dalla media nazionale. E’ una delle aree più inquinate d’Europa.

Tanto che, in assenza di segnali di correzione di rotta, l’Unione europea ha condannato l’Italia per il mancato rispetto delle normative a difesa della salute dei cittadini, cioè della qualità dell’aria. Nel novembre 2020 la Corte europea ha stabilito che in Italia “i valori limite applicabili alle concentrazioni di particelle PM10 sono stati superati in maniera sistematica e continuata tra il 2008 e il 2017”.

Le conseguenze del consumo di combustibili fossili sono dunque chiare a livello sanitario e si sommano a quelle collegate alla crisi climatica, dovuta per tre quarti alle emissioni prodotte dai combustibili fossili. “Il fatto che bruciare carbone inquini l’aria è noto da tempo. Intorno al 1300, il re Edoardo I d’Inghilterra decise che la punizione per chiunque avesse bruciato carbone nel suo regno sarebbe stata la morte”, si legge nel sito sull’Indice di qualità dell’aria. “Oggi, la combustione di combustibili fossili è la principale fonte globale di PM2,5 antropogenico. Ma perché il mondo dipende così pesantemente dai combustibili fossili, anche se sappiamo che portano all’inquinamento atmosferico e al cambiamento climatico? Perché sono poco costosi e il loro prezzo non tiene conto dei costi dell’inquinamento e del cambiamento climatico”.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia