• Dom. Ott 24th, 2021

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“L’assassinio di Bob Kennedy è ancora un mistero, mai provata la colpevolezza di Shiran Shiran”

“E’ tornato in libertà un ‘fantasma’. Ma oltre mezzo secolo dopo, l’assassinio di Robert Kennedy resta avvolto in un mistero, come quello di JFK”. Se c’è un giornalista e scrittore che conosce ogni sfaccettatura del “pianeta Usa”, questi è Furio Colombo. Negli Stati Uniti è stato corrispondente de La Stampa e di La Repubblica. Ha scritto per il New York Times e la New York Review of Books. E’ stato presidente della Fiat Usa, professore di giornalismo alla Columbia University, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York. In questa conversazione con Il Riformista, legata alla scarcerazione di Shiran Shiran, – condannato 54 anni fa per l’assassinio del senatore Robert Kennedy, candidato alle primarie del partito democratico per la presidenza degli Stati Uniti – storia e politica s’intrecciano indissolubilmente E non poteva essere altrimenti.

Al “pianeta Usa”, Colombo ha dedicato una parte importante della sua ricca produzione saggistica. Tra i suoi libri, ricordiamo La scoperta dell’America (Aragno, 2020); Trump power. Dalla Nuova Frontiera di JFK al Muro di Donald. Che cosa è successo all’America (Feltrinelli, 2017); America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Dalai Editore, 2005); Religione e politica in Usa (Mondadori); e L’America di Kennedy (Dalai Editore, 2004.). In questo libro, Furio Colombo, che allora viveva a New York, e scriveva per il Mondo e L’Espresso, racconta un’avventura esaltante, che la brutale soluzione di Dallas ha reso subito mitica nella memoria e nel confronto. Colombo frequentava la Casa Bianca, conosceva il presidente e gli uomini di cui si era circondato, allora giovani poco più che trentenni – Arthur Schlesinger, Theodore Sorensen, Robert Kennedy – e in questo libro ne analizza l’attività e le capacità di risolvere positivamente momenti storici drammatici come l’invio dei missili atomici di Kruscev a Cuba.

Dopo 54 anni di detenzione, Shiran Shiran è tornato in libertà. Lei che quell’America ha conosciuto e raccontato in ogni sua piega, che sensazione prova di fronte a questa notizia?
La sensazione di ripensare ai giorni del mistero. Perché l’assassinio di Robert Kennedy è stato e resta, a oltre mezzo secolo di distanza, un mistero, come quello di suo fratello il Presidente, JFK. Non ha nessun senso la motivazione che era stata usata per fermare una emozione immensa, che era quella del palestinese. Di Shiran Shiran in tutti questi anni non è venuto fuori nulla, né famiglia, né precedenti, né motivazioni politiche, né ragioni o legami. L’impressione è che una volta identificata una persona incolpabile, nel senso di incapace di elaborare qualsiasi tipo di differenziazione dal presunto colpevole o di difesa, una volta stabilito che l’idea del colpevole reggeva, un po’ come si è fatto con Martin Luther King – con il presunto assassino che addirittura era difeso dai familiari dell’assassinato – la ricerca è finita. Come per Martin Luther King, anche con Robert Kennedy abbiamo un presunto assassino. Il fatto che non ci siano state reazioni di alcun tipo, tranne alcune modeste e marginali, all’idea della sua scarcerazione, è dovuta a una serie di motivazioni…

Quali?
La prima certamente deriva da una sua colpevolezza assolutamente incerta e assolutamente mai provata. In secondo luogo, corriamo tutti dentro una storia lunga, 54 anni sono impressionanti nel momento in cui li pronunci per chiunque. Terzo, non c’era alcun aggancio con la realtà che facesse o spingesse i responsabili di questo ramo della giustizia americana, a ripensarci. Praticamente è uscito 54 anni dopo un “fantasma”, il quale ha tenuto per 54 anni un camuffamento da assassino di cui non si sa nulla. Quindi non poteva e non può provocare emozioni. Non poteva e non può provocare scandalo. Il numero degli anni di prigione di cui stiamo parlando è molto grande, il personaggio di cui stiamo parlando è molto piccolo, il vuoto di vere notizie in questo grande avvenimento rimane intatto, non è mai diventato la motivazione di una inchiesta vera, di conseguenza io trovo comprensibile, e nell’ambito del Diritto americano perfettamente legittimo, quello che è accaduto, visto che non esisteva un fine pena mai, ma esisteva un fine pena: per quanto incredibile, ci sono condanne americane a 150-200 anni. In questo caso gli anni che sono trascorsi sono comunque tantissimi e giustificano sia la decisione delle autorità giudiziarie americane sia la mancanza totale di emozione nel pubblico americano, che non è dimenticanza o modo di accantonare una terribile tragedia che l’America ha sofferto. In America, come tutti i paesi che hanno un pesante passato-presente sulle spalle, c’è chi ricorda e chi non ricorda, chi sa e chi non lo sa, chi si ne fa carico e chi no. Questa dinamica non è qualcosa che riguarda solo l’America. In Italia, noi lo sperimentiamo continuamente. Arriviamo fino all’idea di intitolare un giardino di una città al fratello di un assassino, Arnaldo Mussolini assassino non lo era, ma fratello di un assassino certamente sì. Come si può spiegare la proposta di intitolare a lui un giardino? Si spiega perché il passato a un certo punto ha anche questa sua caratteristica, oltre al fatto di portar via le cose: se non le porta via le cancella, le appanna o rende la gente insensibile a quello che succede.

Certo, la storia non si fa con i se e con i ma. Tuttavia, la storia è fatta anche dalle soggettività individuali. Cosa sarebbe stata, a suo avviso, l’America con Robert Kennedy alla Casa Bianca?
Sarebbe cambiata in modo profondo. Perché il pensare politico e il pensare umano di Robert Kennedy era diverso e profondo. Alcune delle cose che ha detto sono tra le più belle di tutto ciò che è citabile nella retorica politica contemporanea. La sua capacità di leadership era molto alta e per me la sua elezione a Presaidente sarebbe stato un fatto notevole. Ci sarebbero stati dei cambiamenti e delle variazioni profonde. Non è il pensiero “era così buono, che peccato”, che dedichiamo alle persone perbene che vengono eliminate prima che possano lasciare il proprio segno, la propria impronta indelebile nella storia dei presidenti americani. Non ne ha avuto il tempo. Non gli si è lasciato il tempo. Tuttavia, la sua storia, quella parte che è riuscito a vivere nel suo agire politico, dice che sarebbe entrato nel pantheon della storia americana, come ci è entrato Franklin Delano Roosevelt. Uno può immaginare per un momento che Roosevelt potesse essere assassinato prima di diventare presidente degli Stati Uniti o durante la sua presidenza. Se ciò fosse accaduto, l’intera America come l’abbiamo conosciuta, almeno fino a Trump che quel filo ha spezzato, sarebbe stata diversa e infinitamente minore. Per il fatto di avere avuto Roosevelt come presidente, l’America è diventata il paese che è stato per la mia generazione e per quelle successive. Robert Kennedy è il Roosevelt che è stato assassinato prima di essere Roosevelt. L’America ha avuto uno dei doni più grandi che poteva avere, Roosevelt presidente, e la lezione più grave che ha potuto avere, quella dell’eliminazione di Robert Kennedy presidente.

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