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La lezione dei Famelici: anche l’”Italietta” merita di essere ascoltata

Qualche anno fa Paolo Isotta mi condusse a Marechiaro presso uno stabilimento balneare: giunti alla terrazza principale, che dava su palafitte abitate da nuclei familiari sotto larghi ombrelloni, Paolo mise le mani ai fianchi e disse: «Piccola borghesia». Pensavo a una frase dispregiativa e invece, proseguendo, si spiegò: «Sono questi che tirano avanti la carretta del Paese».

Parole tornatemi alla mente quando ho terminato I famelici di Davide D’Urso (Bompiani, pp. 224, euro 17), la loro materia viva, sincera e incandescente (di un’incandescenza nascosta dalla pacatezza degli argomenti e dalla struttura “cellulare” del racconto). Perché il racconto di D’Urso della comunicazione impervia tra un padre e un figlio della provincia campana, della posa spregiativa moraleggiante di chi, nato nella seconda metà degli anni ’70, ha guardato, agli albori del XXI secolo, al secondo dopoguerra italiano sino all’avvento di Silvio Berlusconi con schemi ridicolmente astratti e catechizzanti, è un racconto che mescola con grande efficacia il punto di vista più intimo a un tentativo prezioso di ri-storicizzazione dello sguardo sul passato e – ciò che conta forse ancor di più – sul presente.

Chi sono i famelici? Sicuramente i familiari di chi racconta, gli amici dei familiari, la gente che ha voluto, a costo di grandi e dolorosi sacrifici, riscattarsi da una posizione socio-economica di sudditanza e ha voluto fare, senza smettere più. Fare per mettersi a disposizione, per allargare l’aria di influenza (le persone che contano, infatti, stanno ’mmiezzo, e a volte ascendono ngopp’ ’o Comune). Ma questi famelici non sono solo un pezzo specifico di Sud campano nel ventennio che corre dalla seconda metà degli anni ’70 alla prima metà degli anni ’90: essi esprimono attitudini, volontà, sogni, visioni di una fetta importante di popolo italiano. E l’errore fatale, storico-politico e culturale, è stata la sistematica incapacità di mettersi in ascolto di questa fetta.

D’Urso lo fa, con un atto di umiltà che passa attraverso la ricostruzione della memoria di un senso (spesso irrintracciabile: ma questo è segno che siamo umani e che la letteratura è mossa dall’umano, sicché non deve dar risposte), un senso che ha a che fare con un padre (straordinario, per me) e un figlio, e arriva a tracciare un codice di accesso a un intero rapporto tra generazioni. In un passo molto divertente (d’altra parte questo libro intriso di levità dolente, erede di tanti sguardi della letteratura e del cinema italiani del ‘900, si conclude con un epilogo buffo), il padre propone al figlio – intellettuale senza un euro in tasca – di ristrutturare la casa acquistata faticosamente con un mutuo, in modo da trasformare il tetto di copertura in piscina: in questo modo, argomenta il famelico, la tua donna potrà tuffarsi e salutarti da sopra mentre tu stai sotto a scrivere. Una visione assurda, sì, ma ammettiamolo…una visione, che spesso è mancata e manca alla generazione mia e dell’autore.

Devo cedere a una frase che ho sempre reputato ridicola: I famelici è un libro necessario. Vi accade – avvolto nei toni minori sapientemente adoperati dal narratore, tanto negli attacchi delle singole cellule tematiche quanto nell’andamento tutto del racconto – il prodigio per cui storia e letteratura si incontrano nelle voci pregne di verità di un padre e di un figlio. In esse, finalmente, si trova la risposta a una delle domande iniziali del libro: «La storia, si dice, la fanno i vincitori. E, in mancanza di guerre, a chi spetta il compito di raccontarla?»

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