• Dom. Ott 17th, 2021

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La democrazia, i suoi modelli e i suoi paradossi

Una delle ultime metafore adottate dal presidente cinese Xi Jinping: “Se le scarpe si adattano è noto solo a chi le porta”, descrive molto bene la traiettoria che si sta delineando nel mondo in riferimento ai modelli di democrazia e relativi diritti universali. La vicenda afgana, determinatasi nell’agosto 2021 con il ritiro dei contingenti militari e le relative conseguenze, ha riaperto il dibattito sul concetto di democrazia e sulla sua effettiva esportabilità.

In realtà, nell’ultimo decennio, a seguito del sempre più rapido processo di globalizzazione e al condizionamento del diritto internazionale da interessi economico-finanziari delle grandi potenze, un cauto scetticismo si è sviluppato nel dibattito politico e culturale, quasi prospettando un tramonto “dell’età dei diritti”.

Mentre si riconosce il valore della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, in primis al diritto “alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona” (art. 3), contemporaneamente si discute sull’impossibilità di separare diritti civili e politici da quelli sociali e si sottolinea la contraddizione tra il preteso universalismo della Dichiarazione e la sua stessa impostazione, basata sull’individualismo tipicamente occidentale.

Anche il tema dell’attuale crisi della democrazia va inserito in tale contesto, ponendo l’accento sul fatto se sia corretto o meno che i modelli “occidentali” possano trovare terreno fertile in altre parti del mondo. Il confronto spesso si è solo concentrato sull’affermazione o negazione dell’idea di esportazione della democrazia.

Posta in questi termini, la questione rischia di essere poco produttiva e persino fuorviante. All’inizio di questo secolo abbiamo visto confrontarsi due dottrine: una interpretata da George W. Bush attraverso la tesi che la democrazia può essere esportata con le armi ( il caso Iraq); l’altra invece, realizzata in Europa con il processo di allargamento dell’Unione Europea; un processo che ha portato molti paesi dell’Est ad assumere i parametri democratici europei, impegnandosi a sottoscrivere proprie costituzioni ma che è rimasto incompleto nella transizione democratica per il mancato sostegno di adeguate politiche economiche e sociali.

Le due strategie si sono rivelate entrambe fallimentari: la prima perché la guerra non è mai la risoluzione di un problema, la seconda perché ha messo in luce la totale assenza di un ruolo politico e programmatico dell’Europa nella gestione del processo di integrazione.

Tali esemplificazioni evidenziano quindi la risibilità dei concetti di esportazione o meno della democrazia e sollecitano la riflessione sul “come” e “cosa” sia effettivamente esportabile.

La metafora di Xi Jinping sembrerebbe risolvere la questione in modo inequivocabile: ogni paese decide il proprio destino e decide il proprio modello di governo. Punto e basta.

Una tesi che trova sempre più consenso, favorita da un lato anche dal fatto che “gli occidentali” hanno ridotto la questione democratica al semplice esercizio del voto. Tema certamente importante, ma di per sé non risolutivo perché non basta a contenere i delicati e complessi meccanismi della democrazia. Del resto, se le stesse nozioni illuministe di “rappresentanza”, di “interesse collettivo” e di “sovranità popolare, come già Max Weber aveva intravisto nel secolo scorso, non sono più riconoscibili nelle élites oligarchiche che governano le nostre democrazie occidentali, indifferenti e distanti dai bisogni delle classi meno abbienti e della stessa classe media, si annulla la partecipazione attiva dei cittadini e decade il loro senso di appartenenza a una comunità civile e democratica.

Un tale concetto riduttivo della democrazia è inoltre adottato da molti Stati anche come una scorciatoia per depennare dalla propria agenda temi relativi ai diritti delle persone e lasciare inevasi appelli o risoluzioni di organismi sovranazionali.

Si tratta di un ulteriore conferma della tesi della metafora già citata. Infatti, in questi ultimi tempi, abbiamo assistito alla perdita progressiva di ruolo e prestigio di grandi organismi internazionali (ONU, CPI, OMS, eccetera), sempre più inascoltati nelle loro decisioni e indicazioni. Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, anche la pandemia da Covid-19 è stata usata, in tanti paesi, per determinare una ulteriore stretta verso oppositori politici, difensori dei diritti umani, ONG, accentuando negli Stati l’importanza assunta dalle politiche di sicurezza e di chiusura.

Il paradosso della metafora di Jinping, riflettendo bene, è quello che mentre tende ad affermare la non esportabilità della democrazia occidentale nel mondo, in realtà dimostra l’elevato grado di contaminazione dei modelli non democratici, illiberali e dispotici. Si è creato un connubio tra questi ultimi e l’idea di una democrazia solo “di facciata”.

Così dall’Arabia Saudita alla Cina, dalla Russia all’Egitto, o, in Europa, dalla Polonia all’Ungheria, sono questi i modelli che sembrano prevalere in questo inizio del ventunesimo secolo. Infine, in quel paradosso, è evidente lo iato esistente tra enunciazione e realtà, dato che la politica cinese, grazie alle enormi disponibilità economiche e finanziarie, sta comprando e assoggettando tantissimi paesi al suo dominio, attraverso un’inedita forma di colonialismo esterno che sta privando quei paesi di libertà e di futuro.

Ci sono enormi colpe degli “occidentali” che spesso hanno fatto prevalere nelle loro politiche vecchi vizi neocoloniali e una visione becera di Realpolitik, per la quale è stato ed è importante avere rapporti di utilità con qualsiasi paese, basati sugli scambi economici e commerciali a scapito, ovviamente, dei diritti e della democrazia. Questo disimpegno morale è una delle cause dei problemi che oggi dobbiamo affrontare. È la causa della perdita di peso e del ruolo rappresentato dall’Europa. In definitiva, è difficile essere di esempio e punto di riferimento, se si decide di fare lo struzzo e mettere la testa sotto la sabbia.

Bisogna essere consapevoli che non contrastare derive antidemocratiche e lesive dei diritti in ragione di una “giustificata realpolitik” porterà anche la cittadella occidentale nel caos generale, producendo, anche in quello che apparentemente potrebbe sembrare un luogo protetto, nuovi mostri. Stiamo già, purtroppo, percorrendo questa strada.

Oggi la democrazia e i diritti sono profondamente attaccati su più fronti, rappresentati da conflitti e guerre, economia, finanza, tecnologia (pensiamo al recente caso del software Pegasus utilizzato da governi a fini spionistici), pandemie, e così via.

Il futuro è compromesso? Come per la crisi climatica il rischio c’è.

Ecco perché è assolutamente decisivo riproporre con forza il tema della democrazia, dei diritti umani e della lotta all’impunità. Tutto ciò va fatto sollecitando costantemente l’attenzione di una opinione pubblica impaurita, spaesata e per alcuni versi dormiente; va fatto monitorando permanentemente gli abusi che vengono perpetrati ai danni di tantissime persone per i più svariati motivi; va fatto per indicare al consesso internazionale quei paesi che, impunemente, uccidono e chiudono in carcere chi ha opinioni diverse dal potere; va fatto perché per noi è un preciso dovere morale, etico e politico.

Un dovere che il filosofo Immanuel Kant, inaugurando la nuova sensibilità etica dell’età moderna, ha racchiuso nella semplicissima e chiara formula dell’agire rispettando sempre la dignità di se stessi e degli altri. La persona è dotata di un valore assoluto ed esige moralmente, in quanto tale, un rispetto incondizionato.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia