• Ven. Ott 22nd, 2021

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Alla Galleria Borghese di Roma è in corso la mostra “Archaeology Now” con oltre 80 opere di Damien Hirst esposte in tutte le sale del museo in stretta vicinanza e dialogo con i capolavori della collezione voluta da Scipione Borghese.

Le opere sono sostanzialmente quelle già viste nel 2017 a Venezia, alla Fondazione Grassi/Punta della Dogana. Se all’epoca non mi avevano convinto, devo dire che in questa collocazione “museale” curata da Anna Coliva e Mario Codognato, trova la sua destinazione più spettacolare e più naturale. In fondo l’archetipo del 900, l’orinatoio di Duchamp trova senso se chiamato “Fontana” e messo in un museo.

La mostra nasceva da un progetto tra giocoso e monumentale di Damien Hirst che presentandola ha inventato una leggenda (su cui ha girato anche un Mocumentary) con la storia di un ritrovamento di una nave chiamata “Apistos” che nell’antico greco significava “Incredibile”. Su questa grande nave un ex schiavo arricchito, Cif Amotan, portava enormi tesori di arte greca. La nave, secondo la falsa-leggenda hirstiana, era poi affondata lungo le coste dell’Africa orientale ed era stata ritrovata nel 2008 e le statue esposte, cariche di coralli, conchiglie e altre piante marine erano il risultato della commistione tra natura e arte. Tutto falso.

La mostra veneziana si chiamava “Treasures from the Wreck of the Unbelivable”, tesori dal ritrovamento dell’Incredibile, dove “incredibile” è la spia del fake (ma viviamo in un mondo di haters privi di ironia e Hirst fu insultato sui social da quelli che hanno visto solo il filmato quando hanno saputo che era finto).

Quelle opere ora, sganciate dal progetto, sono alla Galleria Borghese, immerse in un mare di antico e il progetto è stato riformulato, come dice Archaeology Now. Un’arca e un’archeologia, con l’effetto. A mio parere di creare quel che chiamerei l’Archeologia dell’Adesso. L’arte che al tempo stesso denuncia e crea un appiattimento sul presente.

Hirst è, almeno quanto a fama e prezzo delle sculture, il Bernini del nostro tempo, uno degli artisti più ricercati, pagati e più inclini come Gian Lorenzo al gran teatro dell’arte. Con un ambivalente punto d’approdo: l’arte a una sola dimensione, quella spalmata sul tempo presente, nel circuito della sua visibilità spettacolare, offerta al desiderio di archeologia e di antichità che tuttavia si risolve fondamentalmente nella “temporary exerience” del visitatore delle mostre (e più spesso anche del turismo che si è impadronito dell’archeologia mondiale, relegando ai margini i cittadini locali che vogliano fare esperienza di conoscenza e frequenza quotidiana, con le invalicabili lunghe code per accedere).

Questo appiattimento sul desiderio presente e transitorio di antichità si trasforma dunque in una sorta di contemporaneità totalizzante, tutta in quello che lo spettatore vede sovrapponendo la finta archeologia di Damien Hirst alla reale antichità delle statue del Bernini e all’ archeologia delle statue greche e romane presenti alla Galleria Borghese.

Il confronto, seppur ambivalente, è interessante: la Collezione Hirst sovrapposta a quella creata dal cardinale Scipione Borghese, che se da un lato aveva raccolto statue antiche romane e greche, aveva poi commissionato all’ “Artista-star”, il poco più che ventenne ma già rinomato Bernini, nella Roma del 1620 circa, alcune opere che già dialogavano allora con la classicità. La forma dinamica e la “ramificazione” di Dafne, nella sua fuga da Apollo di Bernini, ammiratissima all’epoca, innovativa, si specchia con i rami delle piante marine sulle statue, nel progetto di Hirst, che offre la sua operazione artistica, seppur falsa, con una narrazione in cui è la natura a sommergere il patrimonio e a restituircelo reinterpretato dal mare, non da mano umana. Direi che per certi aspetti già dice qualcosa dell’Antropocene. Insomma, come allora Il Cardinale Scipione Borghese con Caravaggio e Bernini aveva creato una sua idea di contemporaneità classica secondo il gusto del collezionista, oggi la Fondazione Prada promuove una sorta di eterno ritorno dell’antico gesto contemporaneista di Borghese.

Prada, che veste anche come sappiamo i papi, è lo Stilista che si sostituisce al Cardinale Mecenate. La Moda è la nuova religione del tempo moderno, orienta i gusti e il credo, esprimendo un appiattimento inevitabile lavorando sull’eterno presente continuo delle “new seasons”. “La moda è un linguaggio istantaneo” disse una volta Miuccia Prada echeggiando il senso di un aforismo di Bruno Munari: “Niente passa tanto di moda come la moda”.

La stagione della Galleria Borghese propone questa mostra fino a novembre 2021, nel suo offrire immersioni ed emersioni. Come il Cardinale, creò il suo progetto di galleria-museo come glorificazione del suo tempo presente (e del suo potere nella Roma del XVII secolo) oggi è il “Sistema della Moda” che lavora, con il potere dell’effimero a creare le collezioni-museo del domani (le fondazioni-museo di Pinault e Prada sono gli emblemi più noti), misurandosi nella dialettica tra le creazioni destinate alla scomparsa negli armadi (intervallata da riemersioni archeologiche nel vintage) e fondazione di una collezione che pur ospitando artisti di fama – ma forse solo “di moda” – scommette sull’eterno, o per lo meno sulla durata di secoli.

Sono entrambi – la Moda e L’Arte Contemporanea, qui impersonata da questo progetto di Hirst – in un presente continuo o infinito che si rinnova sempre ma che in qualche modo confonde i tempi storici o li sottopone al ritmo di una ciclicità quasi naturale, quasi stagionale, in cui la “visita” turistica cancella anche dal Partenone o dal Colosseo la sua prospettiva storica, per rifondarla nei tempi di un Permanente Adesso.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia