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Il conto dell’ospedale ai No Vax? Difficile andar oltre la boutade

ROME, ITALY - JULY 06: Alessio D'Amato, Health Councillor for the Lazio Region, attends the Inauguration of the new vaccination hub of the Sant'Egidio community, on July 6, 2021 in Rome, Italy. The Sant'Egidio Vaccination Centre against Covid-19 for fragile and homeless people was opened in collaboration with the Lazio Region municipality, the Italian Red Cross and the Community of Sant'Egidio. For now, some 20 million people have been fully vaccinated in Italy. (Photo by Simona Granati - Corbis/Corbis via Getty Images)

“I No Vax che si ammalano si paghino le terapie intensive” ha detto perentorio l’assessore alla Sanità del Lazio Alessio D’Amato al Messaggero. Se è una provocazione, se ne può capire lo spirito: come l’intera Italia, la sua Regione è impegnata ventre a terra nella campagna vaccinale e con risultati molto soddisfacenti, D’Amato è faticosamente in trincea e poco propenso a cedimenti sulla linea della prevenzione – si è già pronunciato con durezza sul rave abusivo nel Viterbese. In più il servizio sanitario pubblico è evidentemente provato – dalla pressione della pandemia, dallo stop degli altri reparti, da ultimo dall’esigenza di sostituire operatori e medici No Vax come prevede la legge – e il costo medio giornaliero di un posto in rianimazione tocca i 1500 euro.

Ma se invece di una boutade, o persino di un ammonimento, si tratta di un piano organizzativo, allora occorre tracciare una linea. Se il principio diventasse quello della “responsabilità” se non addirittura della “colpa”, al di là dei dubbi di costituzionalità e dei prevedibili ricorsi, si aprirebbe il vaso di Pandora: bisognerebbe applicarlo ai fumatori colpiti da tumore, agli alcolisti bisognosi di trapianto di fegato, a chi va in motorino senza casco o in auto senza cinture allacciate, agli incauti alpinisti della domenica i cui recuperi in elicottero costano più delle terapie intensive. E poi, chi e come potrebbe stabilire se un obeso infartuato è tale per gola o per ineluttabile predisposizione genetica, se il non immunizzato ha rifiutato per principio il siero o per infiniti motivi non ha fatto in tempo a riceverlo?

Si valicherebbe, insomma, una frontiera che è terreno – già discutibile – delle assicurazioni private ma che non può frantumare il diritto universale alla cura, che proprio in frangenti così drammatici va tutelato e messo al riparo da distinguo. Nell’interesse dei singoli cittadini e del dibattito pubblico che non ha bisogno di ulteriori esasperazioni, e nella prospettiva di proteggere proprio la collettività. Perché il rischio, oltre a quello di diventare più egoisti di chi si combatte, sarebbe di ritrovarsi un aumento di ammalati “clandestini” che con l’occhio al portafoglio ritardano le cure ma non la circolazione del virus.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia