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Dopo le Paralimpiadi organizziamo un Cybathlon

Proseguono i successi degli atleti azzurri. A partire dalla vittoria agli europei di calcio lo sport italiano sta vivendo una stagione particolarmente felice e per la prima volta, credo, le Paralimpiadi di Tokyo sono raccontate in modo diffuso come le Olimpiadi, soprattutto grazie al prezioso contributo dei giornalisti Rai. Ma non solo.

Colpisce anche lo spazio che testate nazionali e locali dedicano alle storie dei campioni. È vero che il racconto non è sempre equilibrato, come fa notare Pietro Barbieri sul magazine Vita, perché tende a “oscillare tra due polarizzazioni, il pietismo e il supereroismo”. Ma è indubbio che mai come a Tokyo i media stanno dimostrando attenzione nei confronti degli atleti con disabilità. Piace pure l’autenticità dei giovani campioni, che raccontano fatiche e soddisfazioni, studiano, si allenano, amano, fanno squadra con grande entusiasmo, coraggio e passione.

Non sono divi, non si atteggiano. Sanno condividere, ringraziare, valorizzare il lavoro delle persone vicine, che raccontano sempre come un aiuto “vivo”, fatto di relazione e professionalità, anche quando sono “personaggi”, come la straordinaria Bebe Vio. Ed è sempre equilibrato anche il racconto sui social, punteggiato dai post misurati su Twitter di Luca Pancalli, presidente del Comitato Italiano Paralimpico, che trova le “parole giuste” per ogni risultato, sportivo e umano.

Poi c’è il lavoro dietro le quinte che racconta molto bene il quotidiano “Il Tirreno”, con le parole di Marco, uno dei 90 tecnici giunti da tutto il mondo per dare assistenza agli oltre 4.000 atleti paralimpici. “Servono abilità manuali, conoscenze tecniche, ma anche l’italica creatività”, spiega Marco, laureato in tecniche ortopediche, che lavora per una multinazionale specializzata in protesi, sponsor tecnico della Paralimpiade. “Per quanto il magazzino di pezzi di ricambio sia fornito non ci sono mai pezzi adatti a tutte le soluzioni. E non sempre le risposte adatte richiedono impianti protesici”. E qui entrano in gioco le competenze di problem solving e “l’italica creatività”. “Dal Medio Oriente, dal Sudamerica, dall’Africa, spesso questi ragazzi ‘approfittano’ delle Paralimpiadi per migliorare l’impianto tecnico delle loro protesi”, racconta ancora Marco e ci introduce così alla questione dell’accessibilità alle cure e ai diversi dispositivi di ausilio.

Un problema cruciale anche in Italia. Secondo il rapporto Istat “Conoscere la disabilità”, meno del 10% delle persone con disabilità praticano sport, mentre quasi l’80% è completamente inattivo. Sarebbe importante anche per noi “approfittare” delle Paralimpiadi per tornare a parlare di questi temi e ragionare sull’uso inclusivo della tecnologia per tutti.

Alcuni anni fa, in occasione delle RomeCup abbiamo provato a portare in Italia le sfide del Cybathlon, l’originale campionato lanciato dal Politecnico federale di Zurigo, ma i tempi erano troppo stretti o forse non abbastanza maturi. Siamo riusciti a organizzare più edizioni dei contest creativi per le scuole e le università solo per il Brain Control Interface Race, che prevede il controllo del dispositivo robotico con il pensiero.

Ora, grazie ai successi delle Paralimpiadi, abbiamo una nuova opportunità perché è maturata una diversa consapevolezza collettiva. Il Cybathlon è una competizione in cui le persone con disabilità si sfidano non solo in competizioni sportive, ma anche nello svolgimento delle attività quotidiane (alzarsi dal divano, salire le scale, tagliare il pane ecc.), grazie al supporto di strumenti tecnologici avanzati, come gli ausili robotici. Il fattore chiave è l’interazione tra la tecnologia assistiva e chi la usa, la capacità cioè di “pilotare” lo strumento tecnologico.

Cominciando da un evento a livello scolastico e universitario possiamo far conoscere a tutti le tecnologie che aiutano a muoversi e non solo a fare sport. Perché, come dice il tecnico Marco, vincere medaglie è un obiettivo prestigioso, ma le persone con disabilità la medaglia più bella spesso l’hanno già dentro, perché sanno affrontare la vita.

 
 
 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia