• Mar. Ott 26th, 2021

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Democrazia e Stato. Sul Festival della Politica di S. Margherita Ligure

Al recente Festival della Politica di Santa Margherita Ligure (30/31 agosto) sono state messe a fuoco le quattro grandi crisi con cui la democrazia nell’area euroatlantica si trova a confrontarsi:

a) il tramonto dello Stato nazionale—che significa l’indebolimento del potere istituzionale necessario per fare fronte, con opportune strategie riformatrici, alle trasformazioni sociali, culturali ed economiche che si moltiplicano nel nostro tempo mettendo in pericolo antichi assetti sociali ed equilibri politici, faticosamente ripristinati dopo la seconda guerra mondiale;

b) la sfida populista—che rischia di azzerare l’influenza e il prestigio dei partiti che, in Italia come altrove, hanno contribuito alla ricostruzione del paese, sulle macerie dei regimi totalitari e che, con tutte le loro contraddizioni, rimangono le colonne portanti della democrazia rappresentativa;

c) la globalizza-zione—che sostanzialmente sottrae agli stati il controllo dell’economia e fa dipendere la vita e il lavoro degli individui da decisioni prese da potentati economici lontani e ‘irresponsabili’ (nel senso che non debbono rendere conto a nessuno delle loro iniziativa e dei loro investimenti);

d) e infine, fenomeno questo tipico solo del nostro Paese, l’espansione del potere giudiziario― in nome dei diritti che la politica non garantirebbe più—che minaccia la fine di quella separazione dei poteri su cui si reggeva la teorica liberale classica e che riduce lo ‘Stato’ ad amministrazione’ i cui atti possono sempre essere invalidati  da un giudice o da un TAR.

La democrazia, si è spesso rilevato, è sempre in crisi giacché è una forma di governo che si fonda sul consenso dei governati i quali reagiscono in modo diverso alle varie sfide che si abbattono sugli Stati (nazionali o federali che siano) nei momenti drammatici della loro storia. Nei periodi normali i sistemi politici democratici possono contare su partiti tradizionali, radicati sul territorio e in grado di farsi carico delle richieste della società civile e dei vari gruppi di pressione e di interesse che la compongono.

Quando arrivano però i terremoti—determinati da fattori politici, economici, ambientali—che sono al di là della portata degli Stati, l’insoddisfazione per le classi dirigenti che non hanno saputo fronteggiarle si traduce in movimenti di protesta  che possono sottrarre potere e seguito ai partiti e affidare il timone del governo a  leader improvvisati che finiscono, quasi regolarmente, per  amministrare la cosa pubblica peggio di prima e per intaccare, in maniera irreparabile, la fiducia nelle istituzioni e quella  legittimità politica senza la quale nessuna comunità politica può durare, come ci ricorda il gran libro di Guglielmo Ferrero, Il potere (1942).

È forse superfluo rilevare che la fine delle primavere arabe, la tragedia infinita dell’Afghanistan hanno riproposto non solo il tema dell’esportabilità della democrazia ma anche il ripensamento dei fattori sociali, culturali ed economici che le consentono di radicarsi in un paese.

In genere sono tre le analisi storiche e teoriche che spiegano i successi e i fallimenti del ‘governo del popolo’.

La prima, che si potrebbe definire ‘culturalista’,si richiama alla messa a fuoco delle dinamiche sociali e politiche che attribuisce molta importanza alle ‘idee’, alle ‘visioni del mondo’, agli stili di pensiero diffusi in una società civile o in un paese. Quando non c’è accordo sulle regole del gioco a causa del dominio che le religioni tradizionali o quelle secolari (le ideologie) esercitano sulla ‘mentalità collettiva’—si fa rilevare― è impossibile che si possa instaurare una forma di governo che rispetti le diverse posizioni dei cittadini, che non imponga una pedagogia di Stato, che rinunci a irreggimentare i cervelli. Il pluralismo richiede una forma mentis che non è innata negli esseri umani ma va acquisita con la pratica quotidiana e soprattutto con la consapevolezza che in politica—come in etica—“non c’è verità”ma solo valori spesso in conflitto che non sono più ‘veri’ di altri (il che non avrebbe senso) ma che sono più o meno sentiti e condivisi di altri.

È un discorso che vale sia per quanti guardano con nostalgia a un passato che vorrebbero in qualche modo restaurare sia per quanti sono proiettati, illuministicamente sul futuro e non si rassegnano alle soste del treno del progresso. Né i tradizionalisti né gli illuministi sembrano rassegnarsi  alle lezioni della  storia che—come ha scritto Robert D. Kaplan in Was Democracy just a Moment (‘The Atlantic’ December 1997)—mostrano l’impossibilità del “trionfo della ragione, sia in nome del Cristianesimo, sia in nome dell’Illuminismo e ora della democrazia”. Il ‘primato delle idee’ nella spiegazione storica, a mio avviso non va sottovalutato, specie se si pensa a filosofi—tra loro molto diversi—come Isaiah Berlin e Augusto Del Noce—che ci hanno insegnato quanto possano incidere le Weltanschuungen nella vita degli individui e degli Stati. E tuttavia, si ha l’impressione di trovarsi non davanti alle ‘sovrastrutture’, di cui parlava Karl Marx, ma a variabili indipendenti non più importanti di altre.

La seconda analisi si richiama alla dimensione economico-sociale. Non può esserci un ordine democratico senza un insieme di fattori che, come già teorizzava Aristotele ne La Politica (IV secolo a.C.) vedono le classi medie e produttive  in posizioni egemoniche: la ricchezza accumulata nelle attività produttive più varie(agricoltura, industria, finanza), una cultura laica che non demonizza l’istinto possessivo, una limitata interferenza dei poteri pubblici nelle libertà individuali, l’alta considerazione in cui viene tenuta la ricerca scientifica, una pluralità di partiti politici e di reti associative che consentono ai cittadini di difendere i propri diritti e far valere i propri interessi senza passare attraverso le forche caudine del ‘bene pubblico’.

La political culture oggi dominante (sia a destra che a sinistra) si riconosce in questa analisi giacché sembra elevare la ‘società civile’—o meglio il mito della società civile elaborato dal pensiero neoliberale—a chiave di volta per la comprensione delle deébacles e dei trionfi della democrazia nel mondo. Senza il pluralismo pacifico e competitivo, in tutti i campi― dalla religione alla politica dall’economia alla cultura―,senza la filosofia della ‘società aperta’, insomma, come possono pensare i paesi dell’Africa o del Medio Oriente a darsi un governo democratico?

La formula magica è libertà, libertà, libertà. Libertà per gli individui di esercitare i loro diritti uti singuli e non in virtù dell’’appartenenza a una tribù, a un clan, a una confessione religiosa; libertà per gli uomini e per le donne di disporre della loro vita e del loro corpo come credono; libertà per gli operatori economici di comprare e di vendere dove è più vantaggioso. Benjamin Constant, nel celebre Discorso della libertà degli antichi comparata a quella dei moderni (1819) aveva fissato una volta per sempre il catalogo dell’uomo moderno:

“Chiedetevi innanzi tutto, Signori, che cosa intendano oggi con la parola libertà un inglese, un francese, un abitante degli Stati Uniti d’America. Il diritto di ciascuno di non essere sottoposto che alle leggi, di non poter essere né arrestato, né detenuto, né messo a morte, né maltrattato in alcun modo a causa dell’arbitrio di uno o più individui. Il diritto di ciascuno di dire la sua opinione, di scegliere la sua industria e di esercitarla, di disporre della sua proprietà e anche di abusarne; di andare, di venire senza doverne ottenere il permesso e senza render conto delle proprie intenzioni e della propria condotta. Il diritto di ciascuno di riunirsi con altri individui sia per conferire sui propri interessi, sia per professare il culto che egli e i suoi associati preferiscono, sia semplicemente per occupare le sue giornate o le sue ore nel modo più conforme alle sue inclinazioni, alle sue fantasie. Il diritto, infine, di ciascuno di influire sulla amministrazione del governo sia nominando tutti o alcuni dei funzionari, sia mediante rimostranze, petizioni, richieste che l’autorità sia più o meno obbligata a prendere in considerazione”.

È sicuramente vero che senza la ‘filosofia moderna’ del Discours constantiano è impensabile rendere il mondo ‘safe for democracy’,come sognava Woodrow Wilson nel 1917 e che senza ‘l’economia dei moderni’ è ingenuo pensare, come una volta scrisse spiritosamente Bertrand Russell, a un’Africa in cui  nuovi Gladstone e nuovi Disraeli dalla pelle nera disputassero in liberi parlamenti. E tuttavia le spiegazioni culturalistiche ed economico-sociali, per quanto importanti, arrestano a metà il cammino della ricerca giacché veramente decisiva è la spiegazione della crisi della democrazia che fa leva sul momento politico e istituzionale.

La questione cruciale che divide studiosi, scienziati politici, giuristi, filosofi e spesso lacera gli stessi partiti politici, producendo insanabili divisioni in correnti, è semplice: qual è il rapporto tra Stato e democrazia? Lo Stato è un ostacolo, un impiccio per la democrazia (o nell’ipotesi più benevola, un guardiano notturno o un vigile urbano) oppure è strutturalmente legato a essa?

La prospettiva in cui mi colloco è quella che fa delle istituzioni pubbliche le fondamenta delle libertà degli individui, dei gruppi, dei partiti. È lo Stato il contenitore e il garante dei ‘diritti’ di cui scriveva Constant giacché solo esso è in grado di mobilitare risorse, di far rispettare l’ordine e la legge, di conferire diritti che prescindono dalle appartenenze religiose, etniche, tribali. ’La legge è eguale per tutti’ significa che dove c’è lo Stato sono inammissibili distinzioni e privilegi. ’C’è un giudice a Berlino!’: la celebre protesta del mugnaio di Saint-Souci è il simbolo di una statualità che impone il rispetto del diritto ai potentati sociali.

Ralf Dahrendorf in Dopo la democrazia. Intervista a cura di Antonio Polito (Ed. Laterza 2001), attribuisce la crisi del nostro tempo al declino dello Stato nazionale. ”Lo dico con riluttanza, perché penso che la democrazia sia stata e sia tuttora, a livello degli Stati nazione una formidabile soluzione al problema della forma di governo. Ma non credo che essa sia applicabile al di fuori dello Stato-Nazione”. Senza lo stato diritto, senza ‘la sottomissione cioè di tutti i cittadini senza distinzioni alla legge’ non può sussistere l’ordine liberale. Lo stato moderno—piaccia o no ai liberali libertari che ormai hanno sostituito alla monocausalità marcusiana (è il ‘sistema’ l’origine di tutti i nostri guai) la monocausalità rothbardiana (è lo statalismo il nemico della libertà e del genere umano)—è un contributo alla civiltà occidentale che può paragonarsi solo all’Umanesimo e alla nuova scienza di Galileo e dei suoi successori.

Certo l’abito di obbedienza alla legge può significare sottoposizione a qualsiasi legge, anche a quella emanata da un potere tirannico. E tuttavia senza quell’abito ‘conformistico’ non si costruisce nulla ed è su di esso che si fonda l’autonomia delle istituzioni. Non c’è forma di governo che possa funzionare se non ci sono tribunali, ministeri, corpi di polizia, istituzioni educative che, senza guardare in faccia a nessuno, perseguano le proprie finalità senza essere condizionati da logiche e da pressioni esterne e le cui disposizioni possono contare sulla ‘conformità sociale’.

In uno scritto riportato dal ‘Corriere della Sera’ del 21 agosto u.s., La democrazia è esportabile (non sempre e dovunque) a cura di Marco Valbruzzi—Giovanni Sartori, sosteneva che non è vero che “la democrazia costituzionale, specialmente nella sua essenza di sistema di demoprotezione, non sia esportabile/importabile al di fuori del contesto della società occidentale”.

Il Giappone come la  Germania posthitleriana ci dicono che una democrazia imposta con le armi dal vincitore può funzionare bene. Particolarmente significativo è il caso del Giappone che “dimostra più e meglio di ogni altro che la democrazia non è necessariamente vincolata al sistema di credenze e ai valori della civiltà occidentale”. Sennonché, va rilevato, ad accomunare giapponesi e tedeschi era un fatto cruciale: l’esistenza dello Stato, la capacità di imporre l’ordine e la legge a un vasto impero (tali erano il Reich e il Dai Nippon Teikoku), la capacità di trasformare una miriade di genti diverse in un popolo disciplinato e compatto, capace di rispettare le ‘regole buone’ come quelle cattive.

Lo Stato moderno è una nave che può essere governata da un autocrate (dispotismo, tirannide, totalitarismo sono le forme che può assumere) o da un comandante responsabile davanti all’equipaggio (regimi democratici e/o liberali) ma è un mezzo di locomozione che porta comunque in una direzione—brutta o bella che sia. Una nave che imbarca acqua  e si ritrova una ciurma rissosa e ingovernabile, non va da nessuna parte.

La statualità è una risorsa di cui non hanno mai goduto i popoli a sud del Mediterraneo, che potevano pur conoscere una qualche forma di economia moderna ma non l’esistenza di uno Stato e meno che mai nazionale. Mi ha non poco impressionato che quei pochi afghani modernizzati, nei primissimi giorni dell’occupazione talebana di Kabul, abbiano inscenato imponenti dimostrazioni di protesta inalberando la bandiera di uno Stato nazionale nato asfittico, sotto l’occupazione americana:  un albero rinsecchito su cui pure era spuntato il ramo di qualche ‘benedizione della modernità’(v. i diritti civili riconosciuti alle donne). Quegli afghani sapevano meglio dei libertari rothbardiani quale promessa di emancipazione fosse contenuta nel simbolo di una bandiera che non conosceva tribù, etnie, sette religiose.

Nel saggio citato, Kaplan scrive:

”La lezione da trarre non è che la dittatura è buona e la democrazia è cattiva, ma che la democrazia emerge con successo solo come coronamento di altre conquiste sociali ed economiche. |…|  Gli Stati non nascono dalle elezioni. La geografia, i modelli di insediamento, l’ascesa della borghesia alfabetizzata e, tragicamente, la pulizia etnica hanno formato gli stati. La Grecia, per esempio, è una democrazia stabile in parte perché all’inizio del secolo ha attuato una forma relativamente benigna di pulizia etnica, sotto forma di trasferimenti di rifugiati, che ha creato una società monoetnica. Tuttavia, ci sono voluti diversi decenni di sviluppo economico prima che la Grecia si lasciasse finalmente alle spalle i suoi colpi di stato. La democrazia spesso indebolisce gli stati rendendo necessari compromessi inefficaci e fragili governi di coalizione in società in cui le istituzioni burocratiche non hanno mai funzionato bene fin dall’inizio. Poiché la democrazia non forma gli stati né li rafforza inizialmente, i sistemi multipartitici sono più adatti alle nazioni che hanno già burocrazie efficienti e una classe media che paga le tasse sul reddito, e dove questioni primarie come i confini e la condivisione del potere sono già state risolte, lasciando politici liberi di litigare sul budget e su altre questioni secondarie.|…|“.

Kaplan ha ragione: solo “una divisione strutturata della popolazione in gruppi di interesse pacificamente in competizione per i più vari obiettivi sociali può evitare sia la tirannia che l’anarchia”. Però, a mio avviso, almeno in questo scritto, sembra quasi che faccia del pluralismo sociale la base dello Stato moderno e democratico laddove è vero piuttosto che il primo sostiene efficacemente il secondo—libertà politica, economia prospera, classi medie forti sono risorse cruciali per una democrazia che funziona― ma non ne è il creatore. Come mostrano gli stessi esempi storici da lui riportati, “l’unità e la potenza della nazione” precede la fioritura della complessa rete di relazioni e scambi sociali, che a noi oggi sembra quasi naturale. Del resto, qual altro è il senso delle ”istituzioni burocratiche” che” non hanno mai funzionato bene”?

In conclusione, tornando alla tragedia afghana e alla fine delle primavere arabe, non direi tanto che in quelle società (peraltro molto diverse tra loro) è mancato il ‘pluralismo dei moderni’ quanto che è mancato lo Stato capace di garantirlo, rendendo politicamente irrilevanti le appartenenze tribali e religiose. Quando c’è lo Stato queste ultime diventano ‘qualità secondarie’ mentre in primo piano balzano progetti e programmi ‘astratti’—astratti nel senso che astraggono dalle località e impegnano a sostenerli e a battersi per essi i cittadini più diversi sotto il profilo etno-culturale e più lontani geograficamente.

Non è casuale che il tramonto dello Stato nazionale spesso dissolva le appartenenze classiche destra/sinistra, conservatori/progressisti, favorendo la nascita di movimenti legati ‘al sangue e al suolo’ e il rafforzamento della dimensione regionale. Ha detto molto bene Dahrendorf: ”C’è un falso concetto di autodeterminazione che, invece di esaltare il diritto del popolo di scegliere il proprio governo, enfatizza il presunto diritto di un popolo di vivere entro certi confini e secondo certi modelli. Ciò che in genere la costruzione di queste nuove regioni produce non è la nascita di sane strutture federali, ma la creazione di ambiti relativamente omogenei che servono solo a fornire nuove basi di potere e di favoritismi a leader populisti. Queste regioni mostrano dunque una pericolosa tendenza a essere intolleranti verso l’interno, nei confronti delle minoranze, e aggressivi verso l’esterno, nei confronti dei vicini”.

Fare a pezzi lo Stato non contribuisce a consolidare la democrazia ma a sostituire ai ‘Lorsignori del Parlamento’ i ‘signori della guerra’. Per dir meglio, si può pensare di farlo a pezzi ma solo perché, debole e malaticcio,  non funziona—non controlla tutto il territorio, parte del quale, come in Italia, può rimanere in balia della camorra o della mafia. In questo caso, però, si deve pensare a un altro Stato che sia in buona salute, atletico, muscoloso, privo di adipe welfarista—ovvero forte solo per svolgere i compiti che gli sono stati affidati: forse non più nazionale ma continentale. 

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia