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Chi era Paolo Ramundo, artista e rivoluzionario: Il ‘Capinera’ che diede il via con gli Uccelli al ’68 italiano

DiRed Viper News Manager

Ago 31, 2021

I ragazzi che lavorano nei campi alla Cobragor raccontano che quando c’era un’operazione pesante da fare – sollevare un tronco, un tufo, una trave di ferro – loro chiamavano Paolo. I ragazzi della Cobragor son tutti tra i venti e i trenta, Paolo invece si avvicinava agli ottanta. Era del novembre del ‘42. Però ancora fino a qualche mese fa era un’iradiddio. Non solo nel cervello che non stava fermo un minuto, ma anche nel fisico. Magro, secco, muscoloso. Ancora quasi uguale al ragazzetto, coi capelli lunghi lunghi e il pizzetto di barba appuntito, che nel febbraio del ‘68 si arrampicò sul campanile di Sant’Ivo e gridò alla città: signori, il Sessantotto è iniziato.

Il Sessantotto iniziò proprio in quel freddo giorno d’inverno, qui a Roma: non a Parigi, non a Berlino, non a Milano, non a Torino. Paolo accese il fiammifero. Poi magari restò un po’ fuori dalla ribalta ad osservare, criticare, apprezzare, e soprattutto “fare”. La cosa che gli piaceva di più era “fare” dopo aver detto. Questo non vuol dire che lui abbia realizzato tutto quello che aveva pensato, perché Paolo pensava, pensava, pensava, e pensava talmente tanto e tanto originalmente e tanto in fretta che non è che potevi stargli dietro, e anche lui non poteva mica realizzare tutto. Recentemente aveva progettato un tunnel che doveva passare sotto il Tevere e unire Tor di Nona a Castel sant’Angelo. Mica per gioco: lo voleva fare davvero. Paolo non aveva più i capelli lunghi che gli scendevano sulle spalle a “triangolo”, come in quella notte di Sant’Ivo. E magari era anche un pochino pochino meno sovversivo di cinquant’anni fa. Ma nelle cose essenziali era lo stesso: ardimentoso, anticonformista, indomito, imprevedibile. Io penso di poter dire – se ho capito bene le cose della vita, e anche se ho capito bene che tipo fosse – che Paolo era un rivoluzionario. In senso stretto, dico.

Sto parlando dell’architetto Paolo Ramundo, detto Capinera, che è morto domenica mattina per un tumore che lo aveva annientato in pochi mesi. Personalmente lo ho conosciuto solo da lontano, proprio nel ‘68. Alle assemblee, alla facoltà di architettura dove andavamo anche noi studenti del liceo. Lui era un personaggio un po’ mitico, anche se non era proprio un leader. I leader, qui a Roma, erano Franco Russo, Oreste Scalzone, Piperno, Cecchini, Fuxas, Mordenti. Lui era un personaggio un po’ a parte. Contestava tutto, da vero sessantottino, contestava anche il Sessantotto e soprattutto il leaderismo. Non ha mai costruito una teoria politica precisa, però nei fatti questa teoria c’era e secondo me era l’idea che l’anticonformismo, il rifiuto di ogni schema, l’obbligo di inventare fosse l’unica bussola da tenere sul cruscotto. Qualche anno fa collaborò a qualcuno dei vari giornali che ho diretto dopo essere stato scacciato da Liberazione accusato di anticomunismo.

Mi ricordo un suo articolo epico, corredato con le fotografie, ritoccate da lui, nel quale proponeva una piccola modifica urbanistica della città di Roma: voleva levare l’Altare della patria dal luogo speciale dove si trova, sotto al Campidoglio e alla fine di via del Corso, e portarlo all’Eur, alla fine della Colombo, dove ora c’è il palazzo dello Sport di Pier Luigi Nervi. E poi voleva portare il Palasport a piazza Venezia. L’effetto dell’immagine con via del Corso e sullo sfondo il Palazzo dello sport era fantastico. E anche l’Altare della patria, messo alla fine dell’Eur, faceva finalmente la sua figura. Stavamo dicendo di quella notte a Sant’Ivo. Era il 19 febbraio del 1968. Paolo, 25 anni , insieme a due suoi amici un po’ scapocciati come lui (credo che fossero Gianfranco Moltedo e Martino Branca e credo che fossero anche loro studenti di architettura, Branca, se la memoria non mi fa scherzi, era anche il figlio del presidente della Corte Costituzionale) convinse Paolo Portoghesi, professore e architetto celeberrimo, allora piuttosto giovane (aveva meno di quarant’anni) a fargli aprire le porte del campanile di Sant’Ivo alla Sapienza, quello di Borromini. Portoghesi accettò, ma quando, giunti alla cima, propose loro di tornare giù, si sentì rispondere: “No, noi occupiamo”.

E così, con questo gesto spettacolare, gli “Uccelli” si guadagnarono l’attenzione di tutta la stampa, persino della stampa straniera. I giornali andavano un po’ all’ingrosso, qualcuno scrisse che minacciavano di buttarsi di sotto. Loro non avevano mai minacciato niente e non avevano mai neppure detto niente. Passarono lì la notte gelida. Martino Branca provò a riscaldarsi bruciando una corda di canapa. La mattina dopo scoprì di essersi bruciato le scarpe, un po’ come Pinocchio. Il giorno successivo migliaia di studenti vennero a solidarizzare, e giravano, giravano attorno alla Sapienza con le torce accese. Fu un grande spettacolo, pieno di suggestioni e di simbologie architettoniche e borrominiane.

Gli Uccelli già erano nati, come gruppo, e Paolo Ramundo era il capo riconosciuto. Era anche il più vecchio. Ma furono consacrati da quel gesto. Li chiamavano Uccelli perché si arrampicavano un po’ ovunque, sugli alberi, sui campanili, sulle mure della facoltà o anche delle case. Loro però accettarono il nome e gli diedero un altro significato. Si richiamavano alla imprevedibilità degli uccelli. Non li prendevi mai dove ti aspettavi che fossero. Erano sempre altrove. Anche intellettualmente. Il pomeriggio di valle Giulia loro erano in facoltà, ma non volevano gli scontri. Uscirono uno a uno passando attraverso i cordoni di polizia con delle pecore in spalla. Sì, pecore. Le avevano portate in facoltà nei giorni precedenti, per contestare le assemblee che già consideravano burocratizzate. I poliziotti, stupiti, gli chiedevano: “E voi chi siete?”. “Pastori”, rispondevano, “pastori di questa valle”.

Il gruppo era costituito da un gruppetto piccolo di ragazzi. Oltre ai tre di Sant’Ivo, c’era Paolo Liguori, che non aveva ancora vent’anni, e lo chiamavano Straccio. C’era Roberto Federici, Diavolo, c’era Annachiara Zevi, che era la figlia del grande architetto, e – credo – un’altra decina di ragazzi. Tutti sui vent’anni. Ma attorno al gruppo si era consolidata la solidarietà di alcuni tra i maggiori intellettuali romani. Portoghesi, Guttuso, Schifano, Moravia e tantissimi altri. Dopo il Sessantotto, Paolo, insieme ad alcuni altri degli Uccelli, aderì a Lotta Continua. Poi, molto presto, si mise – diciamo così – in proprio e iniziò a combattere battaglie politiche e di rivolta in vari quartieri di Roma. Soprattutto fece quelle che si chiamano “Occupazioni”, e che oggi sono un po’ lo spettro, sia per i 5 Stelle che per la destra. Fu nel corso di queste battaglie che occupò un vasto territorio agricolo vicino all’ospedale San Filippo Neri e al vecchio manicomio di Roma, Santa Maria della Pietà. Lì insediò la sua cooperativa agricola, la Cobragor, della quale scrivevamo all’inizio di questo articolo, che ancora esiste ed è florida, e nella quale ha lavorato con il cervello e il corpo fino a pochissimi mesi fa.

L’uccello era diventato contadino. Ma restava quello che era: prima di tutto artista, e poi rivoluzionario. Non ha mai smesso di pensare fuori dal suo modello estetico e razionale. Dicono che fosse un dadaista. Credo che la parola non lo descriva bene. Anticonformista. Era più complicato, mi pare di capire. Aveva dentro di sé, e fuori di sé, l’anima principale del Sessantotto. La voglia – e la capacità – di rovesciare tutto, di non dare mai niente per scontato. In politica, alla fine, si era avvicinato al Pd. Credo che avesse la tessera. Perché? Perché, appunto, lui coniugava sogni e realismo, visionarismo e concretezza, arte e terra. Sì, anche Andy Warhol e Zingaretti… Voi dite che il Sessantotto è stata una iattura? No, amici, voi non avete capito niente. Se oggi siete persone così libere, e anche così ricche, e anche così in pace, lo dovete proprio al Sessantotto. Non a quello delle molotov. No. Al Sessantotto di Paolo, che ha preso tante botte ma è ancora vivo.

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