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Afghanistan verso il crac: il Paese a un passo dal collasso rischia di tornare un narco-stato

DiRed Viper News Manager

Ago 31, 2021

Le finanze del paese sospese nel limbo. I beni congelati. Le banche chiuse. Gli aiuti dall’estero bloccati. La fiducia degli investitori crollata. I capitali in fuga. Secondo gli esperti, con la vittoria dei talebani e senza un’azione rapida da parte della comunità internazionale, l’economia dell’Afghanistan è diretta rapidamente verso il collasso.

All’inizio della settimana scorsa, l’associazione delle banche afghane annuncia la nomina di Haji Mohammad Idris come governatore ad interim della banca centrale. È la prima nomina dei talebani in campo economico. Peccato che nessuno sappia chi sia Idris. Raggiunto dalla Nbc, l’ex viceministro delle finanze Gul Maqsood Sabit, che oggi vive in California dove lavora come docente universitario, cade dalle nuvole. «Idris ha prestato servizio nella Commissione economica dei talebani», spiega Sabit. Ma prima «era un insegnante in una scuola religiosa in Pakistan. Questo è tutto ciò che sappiamo di questa persona che ora gestisce la banca centrale. Probabilmente non ha alcuna esperienza».

Per gli analisti economici questa è l’ulteriore prova che l’economia afghana rischia grosso. Dopo la caduta del governo di Ashraf Ghani il 15 agosto scorso, il valore dell’afghano, la valuta del paese, è crollato, perdendo l’8% rispetto al dollaro. Dal 17 agosto, la valuta locale è rimasta stabile perché è stata praticamente congelata: ora è quasi impossibile spostare denaro dentro o fuori dal paese. Con i dipendenti pubblici che non ricevono più lo stipendio e la serrata delle banche, anche il commercio quotidiano è difficile.

Martedì scorso, a causa della instabilità politica, la World Bank ha messo in pausa gli esborsi finalizzati agli aiuti e ai progetti di sviluppo in Afghanistan. Per i talebani non è una buona notizia se si pensa che, dal 2002, la Banca Mondiale ha fornito un totale di oltre 5,3 miliardi di dollari per progetti di sviluppo e ricostruzione di emergenza. E che l’economia afghana dipende quasi completamente dagli aiuti esteri. Come ha scritto di recente su Twitter Atif Mian, professore di economia alla Princeton University, «il denaro straniero ha aumentato artificialmente il potere di spesa interno». Nel senso che tale aumento «non era associato a un aumento della produttività interna». I talebani devono ora mettere in piedi un governo che avrà il problema politico del riconoscimento. Senza legittimità internazionale, infatti, non potrà accedere ai miliardi di dollari di fondi di riserva – in gran parte detenuti negli Stati Uniti – o ai cosiddetti diritti speciali di prelievo di 450 milioni di dollari dall’International Fondo monetario.

In queste condizioni, l’economia afghana può reggere al massimo un paio di mesi. Ne è convinto, tra gli altri, Hans-Jakob Schindler, ex diplomatico tedesco e funzionario delle Nazioni Unite, oggi è direttore senior del progetto no-profit contro l’estremismo: «A parte la droga, un po’ di estrazione mineraria e un po’ di produzione, non c’era molto da fare senza una iniezione di denaro da parte degli americani e di altre organizzazioni». Senza questo denaro, «il futuro economico a breve termine dell’Afghanistan è disastroso». Né la riapertura del commercio transfrontaliero con il Pakistan potrà fare una grande differenza. «Questo tipo di commercio transfrontaliero può riprendere, ma non è questo che fa funzionare l’economia: gli aiuti esteri sono stati ciò che ha fatto funzionare il paese», assicura Schindler in una intervista alla Nbc.

La verità è che, nonostante in questi giorni si assista alla fiera del senso di colpa occidentale, nei due decenni di controllo dell’Afghanistan da parte degli alleati – e grazie agli aiuti internazionali – le condizioni di vita della popolazione sono notevolmente migliorate. Con enormi progressi nell’assistenza sanitaria, nell’istruzione, nell’aspettativa di vita e nella limitazione della mortalità infantile. Ne è convinto, per esempio, Ajmal Ahmady, l’ex governatore della banca centrale afghana appena i jihadisti hanno riconquistato il potere: chiunque sminuisca il miglioramento della vita degli afghani negli anni recenti, «sminuisce il cambiamento che è avvenuto», ha dichiarato al Financial Times. Secondo la Banca mondiale, nel 2019, sono morti circa 60 bambini di età inferiore ai 5 anni ogni mille nati: una cifra che si è dimezzata dall’inizio del secolo. Tra tutti i paesi a basso reddito, l’Afghanistan ha visto la più rapida e rilevante riduzione della mortalità infantile.

Nello stesso periodo, la percentuale di bambini sottopeso e di madri morte per il parto si sono più che dimezzate. Anche l’assistenza sanitaria è migliorata: quasi la metà della popolazione ha accesso ai servizi igienico-sanitari, rispetto a un quarto nei primi anni del 2000. Di conseguenza, gli afghani ora vivono quasi 10 anni in più rispetto a due decenni fa. Trend positivi anche nel campo dell’educazione e del lavoro. Rispetto al 2001 sono circa 8,2 milioni di bambini in più a scuola e la percentuale di iscritti all’istruzione secondaria è passata dal 12% nel 2001 al 55% nel 2018. Specie le ragazze hanno beneficiato di questi cambiamenti: il numero di studentesse è aumentato, i tassi di fertilità delle adolescenti sono crollati e molte più donne lavorano. Nel 2020 circa un quinto dei dipendenti pubblici afghani erano donne e un seggio parlamentare su quattro era occupato da donne: nel 2001 neanche una.

«Negli ultimi venti anni sono stati fatti enormi progressi nell’istruzione delle ragazze», ricorda Susannah Hares, condirettore delle politiche educative presso il Center for Global Development. Oggi è grande il rischio che questi progressi siano rapidamente annullati: «È probabile che vedremo molte, molte ragazze afgane costrette ad abbandonare la scuola». Per tutti questi motivi, secondo l’ex governatore della banca centrale Ahmady l’inversione dei progressi degli ultimi due decenni avrà un impatto disastroso sulla vita dei cittadini afghani: «Sarà uno shock per la maggior parte di loro». L’assalto all’aeroporto di Kabul di queste settimane, con migliaia di civili in fuga dal paese, spiega meglio di ogni parola la paura di ritornare nel passato più buio.

D’altra parte, l’economia dell’Afghanistan resta molto fragile e i tassi di povertà sono ancora elevatissimi. Basti pensare che l’economia locale è quasi interamente basata sul contante e che solo il 10% delle persone possiede dei conti bancari. Secondo Gareth Price, ricercatore senior presso il think tank Chatham House, «nessuno dei principali generatori interni di crescita – in particolare le riserve minerarie – è stato fin qui sfruttato in modo significativo». Forse è anche questo il motivo per cui l’accesso alle miniere fa gola alla Cina in cerca espansione economica. Il tenore di vita ha beneficiato di un’espansione economica a due cifre fino alla metà degli anni 2010. Ma la produzione, nell’ultimo decennio, è rimasta al palo. Appena le risorse provenienti dagli aiuti internazionali si prosciugheranno completamente sotto i talebani, la sopravvivenza dell’economia legale dell’Afghanistan sarà seriamente in dubbio.

Secondo l’International Trade Centre, un’agenzia multilaterale, l’Afghanistan ha esportato legalmente solo circa 1 miliardo di dollari di merci nel 2020, meno del vicino Tagikistan, nonostante la sua popolazione sia quattro volte più grande. La metà delle sue esportazioni ufficiali è composta da uva e altra frutta fresca, sebbene l’importanza dell’agricoltura sia diminuita con l’espansione del settore dei servizi. In sostanza, però, è difficile affidarsi alle stime ufficiali di crescita visto che l’economia informale comprende fino all’80% dell’attività economica complessiva afghana. Come avverte Gareth Leather, economista asiatico di Capital Economics, i dati ufficiali contano poco se si pensa che «uno dei più grandi prodotti dell’Afghanistan è l’oppio illegale, che ovviamente non compare nei conti nazionali».

La coltivazione del papavero da oppio nelle aree controllate dai talebani è aumentata dopo il 2001. Secondo una stima pubblicata dalla Bbc, i ricavi annuali dei talebani si aggirano tra i 100 e i 400 milioni di dollari. Secondo l’organismo di vigilanza statunitense per la ricostruzione afgana (Sigar) le droghe illecite rappresentano fino al 60% delle entrate annuali. La verità è che l’Afghanistan è il più grande produttore mondiale di oppio, con una raccolta che rappresenta oltre l’80% della fornitura mondiale. Lo United Nation Office of Drugs and Crime sostiene che la produzione di oppio sia pari all’11% dell’economia del paese. Nonostante le rassicurazioni anche recenti del portavoce Zabihullah Mujahid, i talebani raccolgono proprio dall’oppio la gran parte delle loro risorse. Ecco perché, per molti esperti di economia internazionale, l’Afghanistan è già da considerarsi un narco-stato.

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