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Afghanistan, perché trattare con i talebani conviene a tutti: ma pesa l’attentato all’aeroporto

DiRed Viper News Manager

Ago 31, 2021

La strage all’aeroporto di Kabul pone questa domanda: che senso ha un attentato contro un nemico in fuga? Anche se, al momento, è bene sospendere il giudizio e aspettare che alcuni punti si chiariscano, è già possibile avanzare delle riflessioni di ordine metodologico e chiedersi cosa stava succedendo immediatamente prima dell’esplosione, quali interessi sono in gioco, e cosa viene compromesso.

La prima riflessione riguarda il momento in cui avviene l’attentato. Che cosa era in corso nei giorni precedenti? A parte i proclami delle forze politiche, si stava concretizzando un tavolo di trattativa fra governi occidentali e talebani. Anche se la stampa internazionale portava avanti una campagna di forte effetto sull’opinione pubblica, spesso inventando notizie di sana pianta o manipolandole (vi ricordate i bambini gettati sul filo spinato, le madri che implorano i soldati di portare via i piccini, le esecuzioni di massa, i rastrellamenti casa per casa, l’obbligo del velo per le croniste straniere eccetera? Bene: erano notizie fortemente sensazionalizzate, come già documentalmente provato), il pragmatismo dei governi si stava orientando verso un accordo.

L’accordo avrebbe riguardato sicuramente, anche se incidentalmente, il rispetto di alcuni diritti umani, ma avrebbe avuto – non sorprende – un cuore commerciale: in particolare, sullo sfruttamento del litio, necessario a produrre le batterie delle auto elettriche di prossima diffusione e dei cellulari, e sullo sviluppo del progetto TAPI, ovvero il gasdotto che permetterebbe di portare 30 miliardi di metri cubi di gas naturale dal giacimento turkmeno di Galkynysh fino in India, attraversando 700 km di Afghanistan e il Pakistan. Il progetto, la cui costruzione è cominciata nel 2015 con la partecipazione della Banca di Sviluppo Asiatico (BDA) e l’appoggio di Washington, stava aspettando il sostegno della Banca Mondiale (colloqui avvenuti il 7 gennaio 2021) e della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (colloqui l’8 gennaio 2021). Si tratterebbe di una svolta decisiva per la politica energetica dell’area, che però si è sempre scontrata con una criticità fondamentale, costantemente sottolineata da Washington e dagli europei: la sicurezza del tratto afghano. Infatti, c’era un diffuso scetticismo sulla capacità dei Taliban di garantire che l’impianto non diventi oggetto di attacchi da gruppi rivali; questo scetticismo, con l’attentato, diventa certezza.

La seconda riflessione è dunque sulla capacità dei talebani di controllare il paese. Quanto sono in grado di garantire sicurezza e stabilità? In questo senso può essere letta l’excusatio non petita del portavoce Zabihullah Mujahid, che ha immediatamente dichiarato che le esplosioni sono avvenute in posti sorvegliati dagli americani, sottintendendo che il sistema di prevenzione dei talebani le avrebbe evitate. Ovviamente questo non è vero: nel corso di questi ultimi anni IsisK ha compiuto attentati sanguinosi senza che nessuno riuscisse a sventarli, ad esempio nel 2019 uccise 91 persone ad un matrimonio, e nel 2018 trucidò 68 ragazzi in una scuola. I loro obiettivi però erano stati prevalentemente i musulmani sciiti, considerati eretici.

La presenza di IsisK e la sua ostilità ai talebani – parimenti musulmani sunniti, ma considerati troppo “morbidi” – provata dall’attentato, è l’ennesima evidenza che le divisioni trasversali sia ai gruppi etnici che religiosi rimangono fortissime. Infatti, non solo l’Afghanistan è abitato da un coacervo di etnie storicamente in lotta fra loro (i Pashtun, che rappresentano il 47% della popolazione, i Tagiki, seconda con il 27 %, gli Hazara, ormai ridotti al 9% come gli Uzbeki), ma le stesse etnie sono divise in gruppi l’un contro l’altro armati: perciò i talebani, che sono sostenuti dai Pashtun, non rappresentano affatto un fenomeno di unità nazionale, anche se negli ultimi anni erano riusciti a giocare la carta del fronte unito contro lo straniero, oggi caduta con il ritiro delle truppe.

La conseguenza è la previsione ragionevolmente certa di guerre intestine che i Taliban non potranno né sapranno evitare – la rivolta di Massoud figlio, ad esempio, è già in corso. A questo si aggiunge la difficoltà di disciplinare i loro stessi aderenti. L’episodio dell’assassinio del comico Nazar Mohammed, che ha commosso il mondo, è molto indicativo in questo senso: l’organizzazione centrale ha dovuto sconfessare l’azione indipendente di un gruppo, così ammettendo di non averne il controllo. Ma un governo che non può assicurare stabilità e sicurezza è molto poco interessante per gli investitori; al contrario, più il governo si sente vulnerabile e provvisorio, più diventa importante l’appoggio straniero.

La terza riflessione riguarda dunque proprio l’intenzione dei talebani di arrivare ad un accordo con le potenze occidentali. Quanto si può incidere sulla loro politica interna, in particolare con riferimento al rispetto dei diritti umani? La risposta è che si potrebbe incidere molto, se il rispetto dei diritti umani fosse veramente un obiettivo. Anche se il sensazionalismo della stampa internazionale confondeva le acque, tutte le dichiarazioni dei Taliban possono essere lette come tentativi di arrivare ad un accordo. In questo senso è stata promessa l’amnistia a chi ha lavorato per gli occidentali ed è stato assicurato il rispetto di alcuni diritti delle donne. I talebani hanno ceduto anche rispetto alle evacuazioni “ritardate” dopo il 31 agosto, e persino sulla partenza degli afghani altamente specializzati in possesso dei lascia-passare stranieri.

Ovviamente queste aperture hanno alla base delle ragioni di convenienza. La prima e fondamentale è prettamente economica: senza aiuti e con i capitali congelati, il paese sprofonderà in poche settimane in una crisi umanitaria spaventosa. L’Afghanistan è uno dei paesi più poveri al mondo, con il 90% della popolazione che vive con meno di 2 dollari al giorno, e dipende quasi interamente dagli aiuti umanitari stranieri. Nel corso di questi 20 anni, il paese è stato sostenuto all’ 80% dall’aiuto finanziario americano e occidentale; nel 2020 il 43% del prodotto interno lordo era conseguenza dei beni e dei servizi che ruotavano intorno agli expats. Con il ritiro delle truppe ed il disimpegno nel paese, questo flusso di denaro si è interrotto.

Inoltre, nota la studiosa Heather Cox Richardson, gli Stati Uniti hanno congelato i conti afghani in U.S.A. per miliardi di dollari, e il 18 agosto l’F.M.I. ha bloccato l’accesso a un fondo di 460.000.000 di dollari in aiuti. Martedì 24 agosto anche la Banca Mondiale ha sospeso gli aiuti: dal 2002 aveva sostenuto il paese con 5,3 miliardi di dollari. Per evitare la catastrofe finanziaria, la strada migliore è arrivare ad una trattativa che permetta l’afflusso di capitale ed eviti ulteriori sanzioni. La seconda ragione è di ordine geopolitico. Se la tragedia umanitaria arriverà, milioni di profughi si riverseranno negli Stati confinanti, destabilizzando tutta l’aerea. A sua volta, questa situazione porterà una radicalizzazione dell’estremismo religioso e la prevedibile rivolta contro gli immigrati, con situazioni di conflitto diffuse.

Gli analisti discutono se sia interesse americano lasciare nel caos un’area da cui si sono ritirati, con la conseguenza di gettare una patata bollente nelle mani delle avversarie potenze regionali di Iran, Turchia e, in misura minore, Russia. Certo è che queste nazioni non hanno interesse a ritrovarsi in questa situazione – specialmente non lo hanno il Pakistan e il Turkmenistan, interessate al gasdotto – e quindi è verosimile che facciano pressione per un’accomodamento diplomatico, spingendo per un accordo ed il rispetto di alcuni diritti, fra cui quelli delle donne.
La valutazione della Cina, pur interessata alla costruzione di un tratto della “via della seta”, potrebbe però essere diversa.

Una terza ragione è di ordine amministrativo. Lo spettro delle ripercussioni contro i “collaborazionisti” degli stranieri sta spingendo alla fuga gli afghani più competenti e formati – quelli, per intenderci, che sanno amministrare il paese. 82.000 persone hanno già lasciato l’Afghanistan, e a migliaia sono ammassate da giorni all’aeroporto di Kabul, sperando di poter raggiungere l’Europa o l’America. I Taliban continuano ad insistere che i tecnici non devono partire, anche se hanno lavorato sotto gli americani: “servono al paese” ha dichiarato Zabihullah Mujahid. Ma, ovviamente, sono più utili da vivi che non da morti, perciò è ragionevole credere che le vendette indiscriminate paventate dai media non arriveranno.

Infine, il quarto elemento è di convenienza diplomatica: i talebani tengono al riconoscimento internazionale Anche se il riconoscimento internazionale venisse comunque da Iran, Pakistan, Cina, Russia e Turchia, l’appoggio americano e dei paesi Nato resta fondamentale, e non è probabile che i Taliban vogliano perdere ogni possibilità di dialogo per un’ottusa rigidità interna. Restano un’ ultima questione: cui prodest? L’attacco a civili e militari in ritirata può essere letto in due modi.

Il primo è quello di un’azione terroristica fine a se stessa, che non ha bisogno di essere argomentata perché non corrisponde a nessuna logica, se non a quella di seminare terrore e morte a caso. Qui sono stati colpiti principalmente civili in partenza – con il coinvolgimento parziale delle forze militari, 13 americani e 28 talebani, a fronte di 92 vittime. Se l’obiettivo fosse stato militare, l’attentato avrebbe potuto essere organizzato in altro modo. Se l’obiettivo fossero stati i talebani, sarebbe stato molto più efficace aspettare qualche giorno e colpirne le rappresentanze politiche.

Il secondo, appunto, è chiedersi a chi giova un’ azione del genere – così presupponendo che il gruppo terroristico abbia agito su mandato, o sia stato “manipolato” dall’esterno. Questa seconda ipotesi implica che ci sia un piano studiato con obiettivi a medio e lungo termine, che abbia valutato le reazioni degli Stati occidentali alla strage e le conseguenze di un eventuale, totale, disinteresse per l’area, mettendo sul piatto anche la completa destabilizzazione dell’Afghanistan. In questo senso si può notare che con la trattativa i paesi occidentali, usciti dal portone con il ritiro militare, sarebbero rientrati dalla finestra con gli accordi commerciali e sui diritti umani.

Questa situazione avrebbe lasciato poco spazio – o meno spazio – ad altri paesi non coinvolti negli accordi, e interessati a non avere intrusioni e controlli. I prossimi giorni ci daranno una visione più chiara degli eventi; ma è ragionevole pensare che il futuro dell’Afghanistan passi – piaccia o non piaccia – per la tenuta del processo di trattativa.

L’articolo Afghanistan, perché trattare con i talebani conviene a tutti: ma pesa l’attentato all’aeroporto proviene da Il Riformista.