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A Terni altro match per evitare il funerale dell’acciaio italiano

Special steel Terni, in Terni, Italy, on November 5, 2014 (Photo by Vittorio Daniele/NurPhoto) (Photo by NurPhoto/NurPhoto via Getty Images)

“Se chiude l’acciaieria, chiude l’intera città” è il ritornello che si sente a Terni chiacchierando non solo con sindacalisti o operai ma anche con commercianti o semplici cittadini. Un ritornello molto simile a quelli ascoltati per le vie di Taranto, e non a caso le due città che si trovano a 600 chilometri di distanza hanno in comune la stessa viscerale dipendenza con la propria fabbrica simbolo: tolta quella, viene meno l’architrave dell’economia cittadina. Di Taranto si è scritto tanto negli ultimi anni, con le sorti del polo siderurgico che ormai fanno invidia a una serie Netflix. Molto più in sordina invece è passata la vicenda della Ast- Acciai Speciali Terni, impianto industriale che attualmente è nelle mani della multinazionale ThyssenKrupp. Il gruppo tedesco  nella scorsa primavera ha deciso di mettere in vendita la cittadella in cui si produce acciaio e il mese che si va ad aprire, quello di settembre, sarà decisivo per individuare l’acquirente che dovrà rilanciarla e adeguarla agli standard ecologici del New Green Deal europeo. In gara ci sono due gruppi stranieri (i cinesi di Bao Steel e i coreani di Posco) e due italiani (Arvedi e Marcegaglia), con gli analisti che scommettono su un testa a testa finale fra i pretendenti italiani. Sarà un mese clou quindi per Terni e tutta l’Umbria, visto che l’acciaieria dà lavoro a 2.300 famiglie e contribuisce da solo a un bel pezzo del Pil dell’intera regione.

Ma quello ternano è anche un match chiave nel più ampio campionato dell’acciaio nazionale. Il governo infatti segue molto da vicino una vendita che è privata ma che rischia di avere importanti ricadute pubbliche. Alle crisi infinite dell’ex-Ilva di Taranto e della Jsw di Piombino, non si può aggiungere anche una in Umbria: con tre poli siderurgici che lottano per sopravvivere e hanno – chi più o chi meno – bisogno dell’aiuto statale, ogni discussione sul tanto atteso Piano strategico siderurgico nazionale ha lo stesso valore delle chiacchiere da bar su chi sia più forte fra Messi e Ronaldo. Il premier Draghi e il ministro Giorgetti (responsabile del dossier) non possono permettersi l’apertura di un altro fronte caldo, pena il rapido passaggio dalle speranze di rilancio alle certezze di funerale per l’acciaio made in Italy.

Bilanci in rosso e una ripresa da agganciare

Purtroppo i bilanci degli ultimi anni dei tre “campioni” dell’acciaio italiano (Taranto, Terni e Piombino) registrano perdite su perdite. Limitandoci al solo esercizio 2020, vediamo che l’ex Ilva ha chiuso con un un passivo monstre di 265 milioni di euro, producendo solo 3,35 milioni di tonnellate d’acciaio rispetto agli 8 previsti dal piano industriale che convinse l’allora governo Gentiloni a vendere l’industria tarantina agli indiani di Arcelor-Mittal, prima che questi ultimi la rispedissero al mittente pubblico. Perdita solo di poco inferiore quella ternana, con l’Ast che ha lasciato sul campo ben 151 milioni di euro l’anno scorso. Sul terzo gradino del poco edificante podio c’è poi la Jsw Steel Italy Piombino di proprietà dell’altra multinazionale indiana, Jindal: persi quasi 60 milioni di euro in un anno. Numeri impietosi, che fotografano lo stato di ambasce di tre importanti poli industriali italiani. Un vero peccato anche perché il 2021 sarebbe l’anno ideale per poter passare dalle perdite agli utili nonché per rinnovare i vecchi impianti energivori ad altoforni con un impatto ambientale più ridotto. Il mercato dell’acciaio infatti quest’anno è in ripresa, grazie al balzo delle quotazioni: il prezzo è salito del 40% in tre mesi fino a sfiorare i 1.890 dollari alla tonnellata a fine luglio, seguendo più o meno l’andamento di altre materie prime. La produzione siderurgica mondiale – secondo i dati della World Steel Association – rimane in aumento sui primi sette mesi del 2020 caratterizzati da molteplici lockdown: l’incremento è del 12,4%. E quella italiana è andata anche meglio: da gennaio a luglio l’aumento è stato del 26,1%, riuscendo a recuperare i valori pre-pandemia. Insomma, se si vuole rilanciare l’acciaio made in Italy il momento è questo: ora o mai più.

Quattro in gara per Terni

Ciò vale a maggior ragione per l’Ast di Terni, visto che il processo di vendita entra nel vivo adesso: entro ottobre dovranno pervenire alla ThyssenKrupp le offerte vincolanti, dopodiché partirà la trattativa one to one e presumibilmente per inizio anno si perfezionerà l’acquisizione. I quattro pretendenti ormai hanno quasi terminato la fase di due diligence – quella fase in cui il compratore appura quello che sta acquistando – e quindi presto si capirà chi deciderà di accedere alla fase delle offerte. Fonti vicine alla partita vedono più probabile uno scenario in cui saranno i due competitor italiani a contendersi l’Ast. Il gruppo cinese Bao Steel infatti sconta un gap non da poco e cioè le avverse condizioni geopolitiche: Draghi ha portato l’Italia su posizioni fortemente filo-americane, ergo avverse all’espansionismo economico cinese, tanto che non si può escludere l’utilizzo del golden power governativo – ossia il potere di veto da parte del Consiglio dei ministri – in caso di offerta proveniente da Pechino. I coreani di Posco, quinto gruppo mondiale, dal canto loro non sembrano molto attivi sul dossier, visto che non hanno inviato a Terni i propri dirigenti per sincerarsi dello stato degli impianti, limitandosi a una verifica contabile. Invio che invece c’è stato sia da parte di Arvedi che di Marcegaglia: a luglio entrambi i gruppi hanno mandato sul posto i propri uomini per un sopralluogo fisico oltre che virtuale. Dettaglio che rivela un interesse certamente superiore al duo sino-coreano.

Per Marcegaglia la zavorra del “precedente Ilva”

Al momento quindi, salvo sorprese, la partita finale si dovrebbe giocare fra Cremona (Arvedi) e Mantova (Marcegaglia). E nel testa a testa potrebbe anche contare il “precedente Ilva” che riguarda il gruppo guidato dalla ex presidente Confindustria Emma e da suo fratello Antonio. Stiamo parlando di come finì  la cordata fra ArcelorMittal e il gruppo Marcegaglia messa assieme nel 2017 per rilevare e rilanciare l’Ilva. L’anno successivo l’Antitrust europea obbligò l’azienda mantovana ad abbandonare l’acquisizione e l’acciaieria finì nelle mani del gruppo indiano, con il risultato che tutti conosciamo soprattutto a carico delle casse pubbliche. Per Marcegaglia tuttavia l’operazione fu comunque positiva: alla stregua di un risarcimento per la mancata partecipazione, ArcelorMittal si impegnò l’anno seguente a un triplice compenso ai mancati soci mantovani: 25 milioni per rilevare la quota della cordata di Am Investco, altri 32 milioni per acquistare la quota di minoranza nella società tedesca Bremen e la sottoscrizione di contratti di fornitura d’acciaio a condizioni di favore (i Marcegaglia infatti sono attualmente specializzati nella lavorazione e trasformazione dell’acciaio invece che nella produzione). Tutto sommato un buon affare per la famiglia mantovana, i cui dettagli si leggono nero su bianco sul bilancio 2018 del gruppo. Affare meno buono – come detto – per il bilancio pubblico. 

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia