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27 August 2021, Lower Saxony, Wunstorf: Soldiers disembark from the Bundeswehr's A400M transport aircraft and the Luftwaffe's Airbus A310 after landing at Wunstorf base in Lower Saxony. The first Bundeswehr soldiers have returned to Germany from their evacuation mission in Afghanistan. Three military planes landed at the Wunstorf airbase near Hanover shortly before 8:00 p.m. on Friday evening. An Airbus A310 of the German Air Force and two military transporters A400M were used for the return flight of the soldiers to Germany. The forces had taken off from Tashkent, the capital of Uzbekistan. The Bundeswehr had set up a hub there to fly Germans and threatened Afghans out of Kabul in short shuttle flights. Photo: Daniel Reinhardt/dpa (Photo by Daniel Reinhardt/picture alliance via Getty Images)

Preso atto della debacle in Afghanistan, ormai tornato nelle mani dei talebani dopo 20 anni di presenza delle truppe Nato, l’Occidente prova a raccogliere i cocci della una sconfitta. E, guardando al futuro, si pone il tema di come organizzare la difesa. Il problema riguarda in primis l’Unione europea. All’indomani dell’appello del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per una difesa comune, a parlare della necessità di una “forza di primo intervento” targata Ue è l’Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza comune Josep Borrell: “Dovremmo essere in grado di muoverci anche da soli. Rafforzando le nostre capacità, rafforziamo la Nato”, ha detto in un’intervista al Corriere della Sera. Ma la costruzione di qualcosa che somigli a un esercito europeo è un obiettivo raggiungibile? E che ostacoli troverebbe e come dovrebbe rapportarsi con la Nato o, peggio, con gli Usa? Interrogativi difficili da sciogliere, ma imprescindibili per capire se mettere a punto una forza che combatta per i colori dell’Ue sia un progetto realizzabile. E in che forma. 

Esercito Ue, un’operazione praticamente irrealizzabile

Per Dario Fabbri, giornalista e consigliere scientifico di Limes, l’operazione non è neanche lontanamente realizzabile: “È un’idea che torna ciclicamente – premette – e la si presenta come se il concetto di guerra fosse estraneo alla morte. Ma poiché non è così, e proprio perché in guerra si muore, chi sceglie di correre questo rischio lo fa solo per sentimento. Ecco, io non ho mai conosciuto un finlandese disposto a morire per uno spagnolo, o viceversa. Non riesco, peraltro, ad immaginare come l’opinione pubblica potrebbe mai essere favorevole a un progetto del genere”. Si porrebbe, poi, il tema dei vertici. “Chi dovrebbe comandare queste truppe?”, si chiede Fabbri. 

Un esercito comune ha ragion d’essere se gli Stati che lo mettono insieme hanno gli stessi interessi. Ma questa, salvo in sparute occasioni, per Fabbri non è una caratteristica dei membri dell’Unione europea: “Al contrario, spesso i Paesi Ue hanno interessi confliggenti tra loro: pensiamo alle divergenze di Italia e Francia sul Sahel, o alla differenza di vedute di Roma e Berlino sul Mediterraneo”. Si combatte insieme, è la tesi, se c’è un orizzonte in comune. Ma quest’ultimo manca. 

“Se non c’è identificazione in obiettivi comuni, se manca la visione, si rischia una corsa a perdere”, dice invece all’Huffpost il generale Vincenzo Camporini, che invita a vedere il progetto di un’armata europea in un contesto ampio: “Le forze armate armate altro non sono che uno strumento di politica estera. Se non c’è una prospettiva in questo senso, restano inutilizzate”. Esattamente come gli European battle group, unità militari nate all’inizio del 21esimo secolo ma mai impiegate.

Anche per Claudio Bertolotti, analista dell’Ispi, sono necessari degli step prima che si possa arrivare a forze armate comuni: “Non parlo mai, volutamente, di esercito europeo, perché credo che prima di immaginare delle truppe che combattano con al braccio la bandierina dell’Ue bisogna creare un’identità che convinca quel soldato a partire, anche con il rischio di morire”. Per Bertolotti, al momento, un esercito europeo è ”impossibile da creare a causa delle resistenze degli Stati Maggiori militari e degli omologhi ministeri degli Esteri. Troppe gelosie, troppe ambizioni personali, feudi di potere inscalfibili, scarsa visione strategica d’insieme”. Ma qualche passo in avanti si può fare creando “più unione nella difesa europea”. Puntando, insomma, ad andare nella stessa direzione.

C’è poi un ostacolo di peso alla formazione di un esercito europeo: l’unanimità. Secondo i trattati Ue, le decisioni in materia di difesa vanno prese con l’assenso di tutti gli Stati. Ma un’Ue che non è in grado di prendere una strada sola per altre questioni cruciali – vedi l’immigrazione – sarebbe mai in grado di investire energie e sforzi in un progetto di difesa comune, senza veti? Non è un azzardo rispondere con un secco “no”. Però la questione potrebbe essere bypassata con quella che è stata definita l’Europa a più velocità.

L’idea di un’Europa a più velocità nella Difesa

Se non ci stanno tutti, si potrebbe partire in pochi: “Potrebbero fare da apripista Paesi come la Francia, la Germania, l’Italia. Gli altri potrebbero unirsi in un secondo momento”, spiega ancora il generale Camporini.

La prospettiva di un gruppo di Paesi che, al di fuori dei trattati, possa fare partire con il progetto è l’unica praticabile anche secondo Stefano Silvestri: “Un esercito comune è essenziale, perché l’Ue dovrà fronteggiare la crescita del terrorismo ed è vicina a territori di grandi fragilità, che facilmente potrebbero entrare in crisi. Il problema è mettere insieme le forze, creare una catena di comando permanente, che abbia capacità di programmazione e intervento a lungo termine”, spiega ad Huffpost l’analista, già presidente dell’Istituto affari internazionali. Pensare che a un progetto del genere possano dire sì tutti gli Stati dell’Unione europea è inverosimile: “Paesi come la Danimarca e l’Olanda, che ha una posizione simile a quella che aveva la Gran Bretagna, sono stati sempre contrari a un esercito comune, perché lo vedono come un raddoppio della Nato. Ci sono delle divergenze che, a mio parere, andrebbero superate”. Ma poiché le differenze di vedute non si lasciano alle spalle con uno schiocco di dita, Silvestri immagina che una soluzione potrebbe essere “un coordinamento stretto tra alcuni Stati, al di fuori dei trattati, con eventuali integrazioni successive. Del resto, anche il trattato di Schengen è iniziato così”. Dovrebbero far parte di questo iniziale coordinamento “almeno Italia, Francia, Spagna e Germania. Sarebbe auspicabile che si aggiungesse anche un Paese del nord”. Anche per Bertolotti si potrebbe partire da un gruppo piccolo di Stati per iniziare questo progetto comune, che gioverebbe non solo all’Unione europea ma anche ai suoi partner.

Il tema di una maggiore integrazione europea, sulla scia della crisi afghana, si pone anche in ambito militare ma anche in sanitario. La questione è stata messa in evidenza dall’eurodeputata Luisa Regimenti, componente della commissione Sanità al Parlamento europeo e membro del dipartimento Sanità di Forza Italia, che all’Ue chiede di “dotarsi di una struttura e di un corpo sanitario europeo in grado di intervenire in tutti quei luoghi del mondo dove si verificano crisi drammatiche come quella dell’Afghanistan”. 

I rapporti con la Nato

Anche a immaginare quattro o cinque Stati che aprono la strada, resta il tema della convivenza con l’Alleanza atlantica. Silvestri, che pochi giorni prima della presa di Kabul in un’intervista ad Huffpost sottolineava come la Nato avesse subìto le scelte degli Stati Uniti senza avere margini di reazione, spiega: “Un esercito europeo rafforzerebbe la Nato, non la indebolirebbe. Per l’Alleanza atlantica avere un’Ue più attiva potrebbe essere molto meglio anche perché, ricordiamolo, l’unico Paese che potrebbe mettere in crisi la Nato sono gli Stati Uniti”. La Nato, sostiene invece Camporini, ”è un’alleanza squilibrata, perché gli Usa hanno molta più forza. E ciò spiega perché abbiano deciso unilateralmente di andare via dall’Afghanistan. Ma se, invece, dall’altro lato dell’Atlantico ci fosse una forza integrata al posto di una serie di microsatelliti, allora probabilmente gli Stati Uniti potrebbero avere più interesse a chiedere il parere di quello che, a quel punto, sarebbe un partner solido”. Il generale, che si autodefinisce un “fervente federalista”, non nasconde che qualcuno potrebbe vedere l’esercito europeo come un progetto “alternativo alla Nato” e non “di partnership tra pari” ma è convinto che giunto per tutti il momento “di farsi un esame di coscienza e decidere di fare un passo avanti”.

Bertolotti, invece, propone una prospettiva che rafforzerebbe l’Ue all’interno dell’Alleanza atlantica: “Il trattato costitutivo prevede che parte della Nato siano i singoli Stati, eppure se l’Ue avesse un ruolo diretto all’interno dell’alleanza ci dovremmo di fronte a due potenze che possono confrontarsi tra loro alla pari. E non, come ora, di fronte a tanti partner che seguono la decisione di chi mette di più sul tavolo”. Gli Stati Uniti, in questo caso, di cui la Nato “in Afghanistan ha dovuto subire le scelte per 20 anni”, con gli esiti che sono sotto gli occhi di tutti.

I rapporti con gli Usa

Se la questione Nato è in qualche modo risolvibile, c’è da chiedersi come si comporterebbero gli Usa di fronte alla nascita di un esercito Ue. Per Fabbri, semplicemente, non la permetterebbero: “Non ci lascerebbero mai costruire un progetto del genere. O almeno, non sarebbero d’accordo alla costruzione di forze armate comuni vere e proprie. Se, invece, parliamo di truppe con numeri simbolici (Borrell sostiene che si possa partire con un contingente di 5mila persone, ndr) allora è un altro discorso. Ma se l’idea fosse davvero quella di strutturare un esercito forte, possiamo essere sicuri del fatto che a Washington si opporrebbero”. Gli Usa, al momento, sono disinteressati alle sorti di porzioni di mondo come il nord Africa o il Medioriente – dove, invece, probabilmente l’Ue avrebbe più interesse a intervenire – ma non per questo lascerebbero che l’Ue si armasse al punto di creare un esercito forte. “E poi – sottolinea Fabbri – per eventuali operazioni in questi territori ci sono già gli eserciti nazionali”. Gli Usa, insomma, non lascerebbero campo libero a Bruxelles, anzi. “L’unico modo per realizzare un progetto simile sarebbe fare la guerra agli Stati Uniti. E questo credo non se lo auguri nessuno”.

Per Bertolotti, invece, gli Usa avrebbero fatto muro “fino a qualche lustro fa” perché avevano interesse a “fare in modo che l’Ue fosse militarmente subordinata, anche a costo di sobbarcarsi costi maggiori”. Ma ora che le cose sono mutate, perché gli Stati Uniti hanno cambiato area d’interesse potrebbero addirittura trarre giovamento dalla nascita di un’armata Ue perché, spiega l’analista Ispi, “svincolerebbe gli Usa da qualunque impegno” in alcune aree. Del resto, ricorda il generale Camporini: “Gli Usa sanno che con un esercito Ue potrebbero godere della stabilità nel Mediterraneo senza occuparsene. Anche perché per loro adesso le priorità sono altre. La loro unica preoccupazione è la Cina”.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia