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Il medico di Bebe Vio: “Se non fossimo intervenuti l’infezione avrebbe portato alla setticemia”

Italy's Beatrice Maria Vio looks on during the wheelchair fencing gold medal match of the women's foil team between China and Italy during the Tokyo 2020 Paralympic Games at Makuhari Messe Hall in Chiba, Japan, on August 29, 2021. (Photo by Yasuyoshi CHIBA / AFP) (Photo by YASUYOSHI CHIBA/AFP via Getty Images)

Riccardo Accetta, medico artefice della vittoria di una grande giovane donna come Bebe Vio, è stato l’autore di un vero e proprio miracolo, come ha raccontato la stessa schermitrice 24enne di Mogliano veneto subito dopo l’oro individuale nel fioretto. 

Il medico racconta di aver operato l’atleta lo scorso aprile e ammette: “Se non fossimo intervenuti subito l’infezione non curata avrebbe portato alla setticemia, e quindi anche alla morte. Bebe ha avuto una sublussazione traumatica del gomito in allenamento e il gomito è proprio dove lei ha l’invaso del fioretto. Hanno provato a trattarla con l’antibiotico ma non è bastato perchè l’infezione ha colpito l’articolazione e se l’infezione fosse andata avanti avrebbe distrutto l’articolazione”. Ma Bebe Vio, nonostante la gravissima disabilità, non ha mai smesso di sorridere e di lottare. Questo è stato possibile anche grazie al supporto della famiglia, che come precisa il medico è stata decisivo, perchè “supportare una ragazza di 11 anni che da un momento all’altro da sana e giovane si ritrova con una disabilità cosi’ grave non è da tutti”.

Il medico, dopo aver assistito alla vittoria dell’atleta, conclude:“Quello di Bebe non è un ringraziamento a una persona sola, ma a tutta la medicina, al senso del mio lavoro, all’aiutare gli altri quando possibile”. E aggiunge: “E’ quel che facciamo sempre, ma a volte succede che si curi una persona speciale che ci restituisce la voglia di lavorare, ancora più in un periodo duro come quello che abbiamo vissuto tra odio, scetticismo, aggressioni alla scienza. Le persone come Bebe rimettono al centro i valori veri, il senso della ricerca e il lavoro ospedaliero”.

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia