• Dom. Ott 17th, 2021

Red Viper News

L'aggregatore di notizie di Red VIper

Difendere la cultura afghana, anche nel nome di Nancy Dupree

In questi giorni terribili, di valori calpestati, di diritti cancellati, di famiglie straziate da separazioni forzate, mi preoccupa molto il pensiero che non sia finita qui, che sia solo l’inizio di un periodo di profonde e gravi perdite per la popolazione afgana e per tutti noi.

Il tentativo di esportare la democrazia in quelle terre, era partito venti anni fa, dalle ceneri dei Buddha di Bamiyan. Due enormi statue di circa 50 metri e con 1800 anni di età, scolpite nelle pareti di una roccia a circa 230 chilometri dalla capitale Kabul, distrutte il 12 marzo 2001 dai talebani. Nuovamente, dopo vent’anni, i talebani hanno ripreso possesso di Kabul cancellando in poche ore quel tentativo di democrazia, importato dall’Occidente, che prenderà definitivamente il volo entro il 31 agosto prossimo. Inoltre in questo stesso territorio, gravitano i militanti dell’Isis contrari a qualsiasi etnia che non sia la loro e dunque, contro gli stessi talebani.

Il rischio di un genocidio anche culturale per annientare, spazzare via, l’identità di questo popolo e soprattutto per rispondere alle posizioni fondamentaliste islamiche iconoclaste dei talebani, che rifiutano qualsiasi tipo di raffigurazione di esseri umani e animali, prende posto nei miei pensieri. Ogni testimonianza culturale che non appartenga ai talebani, rischia di essere incenerita come i Buddha di Bamiyan.

Penso al patrimonio culturale afgano custodito anche nel Museo di Kabul. Un’istituzione culturale nata nel 1919 dalla volontà dell’illuminato emiro, poi Re, Amanullah Khan, che volle un “gabinetto delle curiosità” all’interno del palazzo di Bagh-e-Bala (il palazzo reale). Divenuto negli anni un museo, è principalmente grazie alla storica americana-afgana Nancy Dupree che si deve la trasmissione del suo contenuto. Nata a Cooperstown (New York) nel 1927, trascorse la maggior parte della sua infanzia in India, poi sotto il British Raj. A Kerala suo padre era consigliere del Maharaja di Travancore mentre sua madre, un’attrice di Broadway attratta dall’arte indiana e dalla danza teatrale, intraprese il primo dottorato di ricerca su Kathakali la forma più antica di danza indiana.

Per questo nonostante il master in arte cinese conseguito alla Columbia University, la vita di Nancy Dupree si legò in maniera inesorabile all’Asia meridionale. Sposata con un ufficiale dell’intelligence americano, Alan D. Wolfe, visse in Pakistan e nel Regno dell’Afghanistan dal 1962 dove scrisse la prima guida in inglese ai Buddha di Bamiyan. Presto s’innamorò di Louis Duprée, un rinomato archeologo e studioso di cultura e storia afghana. Dopo il divorzio i due si sposarono nel Bagh-e Bala Palace il Palazzo Reale di Kabul nel 1966, dopo che Nancy, nel 1964, aveva pubblicato il suo libro a Guide to the Kabul Museum a cui seguirono cinque altre pubblicazioni sul turismo e la storia di Bamyan, Kabul, Kandahar, Herat, Mazar-i-Sharif.

Dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, Nancy fu costretta a lasciare il paese, trasferendosi in un campo profughi a Peshawar, in Pakistan. Testimone del saccheggio iniziato dopo l’invasione sovietica, della vendita di molti libri inestimabili per essere usati come carburante o per avvolgere il cibo, la Dupree si rese conto della possibilità che testimonianze uniche sull’Afghanistan potessero essere perse o distrutte per sempre. Per dare un futuro a questo passato con il marito formarono l’Agenzia di coordinamento per il soccorso afghano (ACBAR). Cominciarono a raccogliere documenti, testimonianze, relativi alla storia, alla cultura del paese, alla guerra sovietico-afghana, ai mujahedeen e ai talebani. Divenne un punto di riferimento e tale era la sua abilità di networking da essere avvicinata da un giovane Osama bin Laden, per vedere se poteva aiutare con i permessi per scavare tunnel a Kabul.

Dopo che le forze della coalizione si imposero in Afghanistan nel 2001, Nancy tornò a Kabul per lavorare con il governo afghano e trovare un posto dove ospitare la collezione di ACBAR che era arrivata a comprendere 7.739 titoli scritti in pashtu, persiano, francese, tedesco, norvegese e svedese. La collezione fu trasferita all’Università di Kabul e il nome fu cambiato in Centro Afghano dell’Università di Kabul (ACKU). Oggi l’Afghan Digital Repository è la più grande raccolta digitale al mondo relativa all’Afghanistan e alle sue regioni, composta da oltre 1,7 milioni di pagine di documenti in pashtu, persiano e inglese.

Alla Dupree si deve in generale la diffusione della cultura afghana, tanto da essere affettuosamente soprannominata la “nonna dell’Afghanistan”, avendo trascorso gran parte della sua vita lì. Morì a Kabul nel 2017 all’età di 89 anni. I suoi rapporti mai interrotti con gli Stati Uniti e soprattutto con il North Carolina, sua seconda casa, permisero l’arrivo di diversi fondi sempre desinati a scopo culturale. Un concreto aiuto lo diede anche al museo di Kabul che saccheggiato numerose volte prima dell’arrivo delle forze democratiche, aveva perso circa il 70% dei 100.000 oggetti esposti. Nel 2003 ebbe inizio la ristrutturazione dell’edificio essendo stati stanziati ingenti somme di denaro. Grazie ad alcune organizzazioni internazionali nel 2007 è stato possibile recuperare oltre 8000 manufatti tra cui i famosi avori Bergman del I secolo, che erano finiti nel Regno Unito.

Così, fino a oggi, in questo museo è ancora possibile ammirare un’inestimabile raccolta come i tesori d’avorio e le antichità di Kushan, un impero degl’inizi del I secolo diffusosi su gran parte del territorio dell’Afghanistan, del Pakistan e dell’India settentrionale e da cui proviene l’iscrizione risalente all’epoca dell’imperatore Kushan Kaniska il Fantastico.

Essendo stato per molti anni il deposito dei reperti archeologici più spettacolari che venivano ritrovati nel paese, nel museo oggi trovano posto anche gli affreschi dipinti dalla città di Dilberjin del IV-VI sec d.C. nonché oggetti metallici, iscrizioni, frammenti di architettura e scultura provenienti dagli scavi di altre città antiche come Ai-Khanoum e Surkh Kotal. Mentre tolti dalle mani di mercanti non autorizzati, sono gli specchi dalla Cina, oggetti in vetro dell’impero romano, teste in stucco, sculture buddhiste e altri oggetti di arte islamica. Il museo inoltre detiene la più importante collezione di numismatica del paese, oltre 30.000 pezzi, la maggior parte dei quali è inedito. Alcuni degli straordinari manufatti di questa raccolta hanno fatto parte di una mostra itinerante nel 2006. Gli avori di Begram e i gioielli in oro di tutte e sei le sepolture scavate nella città di Tillya Tepe, insieme ad altre testimonianze incredibili, sono state esposte in Francia (Museo Guimet a Parigi), in 4 musei negli Stati Uniti, in Germania (al Bonn Museum) e a Londra (al British Museum). Chi ha avuto la fortuna di visitare queste esposizioni deve farne davvero tesoro perché oggi questo patrimonio rischia l’estinzione a causa delle forze avverse alla cultura della memoria che hanno preso il sopravvento.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia