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Delta, Ida, Khorasan, Tre parole, tre trappole per Biden

US President Joe Biden leaves the Holy Trinity church in the Georgetown neighborhood of Washington, DC after attending mass there on August 29, 2021. (Photo by ANDREW CABALLERO-REYNOLDS / AFP) (Photo by ANDREW CABALLERO-REYNOLDS/AFP via Getty Images)

Cosa hanno in comune le parole Delta, Khorasan e Ida? A pensarci bene, diverse cose. La prima è che ognuna di esse contribuisce a stabilire con precisione i limiti del potere americano nel mondo in questi giorni, perché ognuna ci pone di fronte a una domanda inquietante: cosa può fare ancora l’America contro il Covid, i cambiamenti climatici e il terrorismo? Ma non basta. Ognuna di esse è stata al centro di lunghi incontri nella Situation room della Casa Bianca (il luogo di Washington dove si discute nel massimo riserbo dei temi più delicati): si è discusso della sfida che pongono agli Stati Uniti e del rischio politico che portano con sé. Quello di mettere fine alla “luna di miele” fra l’Amministrazione Biden e l’America e di influenzare in maniera decisiva le dinamiche politiche all’interno del Paese in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.

È importante sottolineare che si tratta di crisi diverse e separate: ma ciascuna è di intensità e di natura imprevedibile, cosa che le rende difficili da maneggiare anche per un presidente. Pur nella loro diversità, queste crisi possono rappresentare per Biden un ostacolo enorme, capace di farlo scivolare, di scoprire il fianco alla stampa e ai nemici politici pronti a colpire e di far crollare ulteriormente il suo consenso.

Ida è un uragano che arriva 16 anni dopo il disastro di Katrina e punta allo stesso luogo: la Louisiana. La maniera in cui Biden risponderà all’emergenza definirà la sua presidenza per molti americani: gli errori commessi da George W. Bush di fronte a Katrina sono ancora oggi considerati uno dei momenti peggiori dei suoi anni da leader. Qualunque sia il suo impatto, Ida ci ricorda che la natura è più forte di qualunque tecnologia.

La parola Khorasan invece trasporta subito a Kabul e al pericolo che ancora incombe sulle migliaia di soldati americani rimasti sul terreno afghano. Biden, da comandante in capo, dovrà gestire questa emergenza che ha radici antiche, vecchie di 20 anni a cui nessun presidente prima di lui è riuscito a rispondere del tutto. Come dimostra l’attentato della scorsa settimana. Per gli avversari, è l’occasione perfetta per gridare al mondo che Biden non è capace di guidare militarmente il Paese.

Da settimane il presidente risponde che ha fatto e sta facendo tutto il possibile per tirare fuori l’America da una Guerra infinita, che nessuno si aspettava che le cose potessero precipitare così velocemente: ma se gli attacchi continueranno, le sue spiegazioni suoneranno sempre più vuote.

Infine c’è l’incubo Delta, la terza parola. La diffusione di questa variante sta di nuovo facendo riempire gli ospedali americani. La maggior parte dei casi si registrano fra le persone non vaccinate: e fra queste anche fra i bambini che a lungo sembravano meno colpiti dal virus. Il risultato è che quello che era finora il maggior successo dell’Amministrazione Biden – il drastico rallentamento dell’epidemia del coronavirus negli Stati Uniti – è ora in bilico.

Non è un rischio da sottovalutare questo per la Casa Bianca. La polarizzazione dell’elettorato americano nelle ultime tre amministrazioni (Obama, Trump e ora Biden) ha fatto sì che ci siano sempre meno persone disposte a votare per un candidato per quello che fa o per quello che promette. È sempre più l’appartenenza a determinare il voto: pro o contro Obama. Pro o contro Trump: così è stato per più di dieci anni. Così è oggi per Biden. Ma se sempre più democratici si sentono a disagio con le scelte di Biden, i loro voti non potranno essere rimpiazzati facilmente, in vista di un voto importante come quello per le elezioni di midterm del 2022. Se i democratici perdessero consensi in quell’occasione il tempo per recuperare sarebbe davvero poco. 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia