• Dom. Ott 24th, 2021

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Cosa serve per lo sviluppo sostenibile del Sud

Se, come dice l’economista Elhanan Helpman della Harvard University, la crescita economica è una sorta di mistero, quando esaminiamo lo sviluppo del Mezzogiorno siamo difronte a un misterioso enigma, specialmente quando si parla di sviluppo sostenibile che implica una forte responsabilità verso le future generazioni nel mantenere un complesso ecosistema per gli anni avvenire.

La locuzione Questione meridionale fu “inventata” nel 1873 dal deputato radicale Antonio Billia, ma è con l’indagine di Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti sulla condizione della Sicilia del 1876 che si denuncia la situazione di degrado nello sviluppo al Sud. Sono passati quasi Centocinquanta anni ma, nonostante le innumerevoli ricette sperimentate, malgrado i progressi, siamo ancora in cerca dalla soluzione.

Dapprima si è posto un problema di risorse, anche questo un tema antico: “Il Sud paga imposte in quantità superiore alla sua ricchezza e riceve una porzione inferiore di spesa pubblica”. Così scriveva all’inizio del 1900 (Sic!) Francesco Saverio Nitti, economista e uomo politico. A distanza di un oltre un secolo in una parte consistente del Paese c’è la radicata convinzione che il Mezzogiorno abbia avuto un trattamento eccessivamente privilegiato quanto a entità di fondi pubblici.

Recentemente Gianfranco Viesti nel suo volume “Centri e Periferie” ha messo in chiaro la situazione: in particolare negli anni più recenti le manovre di rientro del bilancio pubblico hanno comportato una sorta di “austerità asimmetrica” nel senso che: “nell’insieme l’impatto di queste politiche è stato più forte nel Mezzogiorno, dove la riduzione della spesa e dell’occupazione pubblica sono state maggiori e dove è stato più sensibile l’aumento del prelievo fiscale a causa delle addizionali regionali e comunali”. Insomma sembrano ritornare, fatte le debite proporzioni, le parole di Nitti!

Ma anche i progressi sul versante più complessivo della sostenibilità sono al Sud molto più modesti e lenti. Recentemente l’Istat ha pubblicato il “Rapporto Sustainable Development Goal” 2021 sul monitoraggio dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, secondo cui lo stato di avanzamento degli indicatori sullo sviluppo sostenibile è abbastanza indietro nel Mezzogiorno. Gli indicatori sono classificati in cinque gruppi (quintili) a livello crescente di “virtuosità”: ebbene nel Sud e nelle Isole circa il 50% si trova nel gruppo più basso con situazioni di particolare ritardo in Sicilia, Campania e Calabria, mentre nel resto del Paese la situazione è decisamente più favorevole.

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Anche da questo punto di vista, pur con gli indubitabili progressi conseguiti negli ultimi anni, permane un forte divario di performance regionale.

C’è poi l’efficienza del sistema amministrativo-istituzionale e l’esistenza di una cultura civica che compone il capitale sociale, aspetti che negli ultimi decenni sono divenuti il vero “punto di attacco” per spiegare i fenomeni di crescita, perché influenzano fortemente la produttività complessiva con la quale si combinano i fattori produttivi, quella che gli economisti definiscono Produttività Totale dei Fattori.

Illuminanti sono le parole di Franchetti e Sonnino nella loro Indagine: “Per prevenire i delitti, per punirli, per mantenere l’ordine e l’osservanza delle leggi di ogni specie, la polizia, la magistratura, l’autorità pubblica insomma, ha bisogno … quasi a ogni passo della cooperazione dei cittadini. [E invece] l’amministrazione governativa è come accampata in mezzo ad una società che ha tutti i suoi ordinamenti fondati sulla presunzione che non esista autorità pubblica. Gl’interessi di qualunque specie atti a dominare trovano all’infuori di questa autorità i mezzi di difendersi, e di fronte a loro, l’interesse comune, da essa rappresentato, è vinto prima di combattere, e la legge è nel fatto esclusa”.

Una descrizione riferita alla Sicilia, specchio del Mezzogiorno di 150 anni fa, ma che in diversi casi ancora oggi non è molto distante dalla realtà!

Forse in questa analisi, che contiene ancora elementi di attualità, risiede una delle chiavi per risolvere l’enigma dello sviluppo. Certo servono risorse aggiuntive, serve orientarle verso progetti in grado di colmare gli ancora forti gap di produttività, ma senza l’accumulazione di una buona dose di capitale civico, di cooperazione e di efficienza ed efficacia istituzionale, anche ingenti fondi non produrranno effetti duraturi per le future generazioni.

Alla vigilia dell’attuazione di un piano complessivo – tra PNRR, Fondi strutturali Europei e risorse nazionali – che dovrebbe portare nelle regioni meridionali (speriamo questa volta non solo in maniera nominale) 213 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 tutto questo è un monito importante se vogliamo (finalmente) creare uno sviluppo reale e soprattutto civicamente sostenibile per le future generazioni.

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia