• Dom. Ott 24th, 2021

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Gli amori del vecchio Woody Allen faccia a faccia con i mostri sacri del cinema

La cinefilia è una delle malattie senili dell’arte cinematografica e “Rifkin’s Festival”, l’ultimo film di Woody Allen, è una celebrazione cinefila. Gli amori del vecchio Woody si chiamano Ingmar Bergman, Federico Fellini, Jean-Luc Godard, dunque la sua cinefilia è un peccato veniale. E se “Rifkin’s Festival” non eccelle, nemmeno sfigura in una filmografia vasta, varia e ricca di opere felici.

Coadiuvato dal direttore della fotografia Vittorio Storaro, Woody Allen si muove con disinvoltura nel suo faccia a faccia con i mostri sacri che omaggia. Una disinvoltura che già spiccava nel delizioso “Midnight in Paris” di qualche anno fa, in cui rievocava con nostalgia la Parigi degli anni venti del secolo scorso: la Parigi di Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Salvador Dalí, Luis Buñuel. In “Midnight in Paris” quegli illustri personaggi risultavano divertenti e credibili, mentre la regia scivolava con naturalezza dal piano reale al piano visionario.

Un secolo fa Parigi era la capitale culturale del mondo e gli artisti vi confluivano per vivere fianco a fianco, giacché erano realmente contemporanei l’uno all’altro: i letterati, i pittori, i registi della grande stagione modernista declinavano soggettivamente una comune idea di arte.

Oggi gli artisti lavorano separatamente (spesso lamentano di sentirsi culturalmente isolati) anche a causa del disallineamento tra le varie arti. Oggi ogni arte segue un proprio sentiero: il cinema è malato di autoreferenzialità cinefila, nella letteratura trionfa la linearità narrativa, nell’arte sedicente contemporanea la sperimentazione è tassativa, nella musica classica contemporanea le emozioni sono bandite, nella musica leggera si riscaldano le minestre… Oggi gli artisti non mirano a declinare individualmente lo spirito dell’epoca, seguono le indicazioni dei padroni – produttori, editori, collezionisti – della loro rispettiva arte.

A complicare ulteriormente il quadro contribuisce l’odierna indistinzione tra arte alta e arte bassa, eredità del tardo novecento. La rivalutazione delle zone artistiche basse aveva senz’altro una sua legittimità, ma ha contribuito non poco al caos estetico attuale.

Uno stimolo alla riflessione lo offre il saggio di Claudio Giunta “Le alternative non esistono. La vita e le opere di Tommaso Labranca”, stampato dalla casa editrice Il Mulino. Brillante studioso del trash, Tommaso Labranca si avvicinò troppo alla materia indagata finendo per scrivere sul trash saggi critici trash; Claudio Giunta è un italianista rigoroso che avverte l’esigenza di confrontarsi con una figura intellettuale ai suoi antipodi: da questa dialettica germina un libro lucido e umanissimo che ci invita a interrogarci sulla cultura di oggi e sull’arte di domani.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia