• Dom. Ott 24th, 2021

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Francesca Cima: “Il cinema è più vivo che mai, ancora in grado di incuriosire e di adattarsi”

“La prossima settimana avrà inizio la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e non si può non essere emozionati per questo. L’anno scorso ha rappresentato per il mondo un modello e la possibilità di convivere e di farcela rispetto al Covid. Per il secondo anno consecutivo, Alberto Barbera ha organizzato un programma speciale con molti film e molte curiosità: un ulteriore modo per ribadire che il cinema è ancora molto vivace, che è in grado di incuriosire e di adattarsi. Il cinema è davvero più vivo che mai: ha superato tante crisi, ha più di 100 anni di storia, ha visto veramente tutto e non può non accettare le contaminazioni e le innovazioni che devono esserci in questo momento”. 

A pochi giorni dall’inizio della 78esima edizione del festival di Cinema più antico del mondo, incontriamo Francesca Cima, produttrice di successo con la sua Indigo Film e presidente dei produttori Anica dal 2014, subito dopo aver vinto l’Oscar con “La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Ci parliamo dal vivo a Carloforte dove è ospite della 15esima edizione di Creuza de Mà, il festival di musica per il cinema ideato e diretto da Gianfranco Cabiddu. La incontriamo in una delle spiagge più belle dell’isola per un’intervista on the rocks – “la prima che faccio in costume da bagno”, aggiunge col sorriso lei che si concede due ore di relax prima di tenere un seminario con gli allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia e presentare il concerto dei ragazzi protagonisti de “La Compagnia del Cigno”, la fortunata serie tv diretta da Ivan Cotroneo e da lei prodotta, uno dei più grandi successi televisivi di Rai Uno degli ultimi anni. “La pandemia – aggiunge – avrà un effetto molto forte e forse irreversibile sui consumi, sulla tenuta della sala e su molte altre cose. C’è stata poi una stranissima coincidenza”. 

Quale?

La pandemia ha coinciso con un processo che era già in corso, e cioè l’avvento delle piattaforme e di nuovi consumi oltre la sala. Io penso che il cinema debba essere inclusivo, innovativo, consapevole della sua forza e non avere paura, perché a livello di narrazione c’è ancora tanto da apprendere e da raccontare. In Italia abbiamo lo stesso termine che definisce il luogo di fruizione principale – la sala, il cinema – e il cinema in quanto linguaggio e genere all’interno dell’audiovisivo con una sua specificità linguistica. Tutti sappiamo cosa è un film, ma è difficile definirlo. Sono una grande sostenitrice del cinema in sala proprio come esperienza sociale, di visione, ma questo non vuol dire comunque escludere tutti gli altri tipi di fruizione. 

In quest’ultimo anno e mezzo, qualcosa è cambiato o – comunque – si è trasformato. 

E continuerà a farlo. Ci sarà una trasformazione della sala che molto probabilmente non ospiterà soltanto film e ci sarà un’evoluzione del cinema che includerà anche nuove forme di linguaggio come sta già facendo. Ci saranno serie che assomiglieranno sempre di più a film e lunghi film che potrebbero essere delle piccole serie. L’importante è che ci sia ancora la voglia di vedere il racconto cinematografico audiovisivo e in questo penso che la pandemia abbia generato un nuovo bisogno. 

Con Nicola Giuliano e Carlotta Calori, suoi soci fondatori della Indigo Film, siete stati tra i primi a capire i nuovi bisogni del pubblico: qual stato ed è il vostro spirito guida?

Nasciamo come spettatori e appassionati di cinema. Ci siamo conosciuti al Centro Sperimentale al corso di produzione del biennio 92/94. Io venivo da Sacile, in provincia di Pordenone. Durante una gita scolastica, ho capito subito che Roma sarebbe diventata la città in cui avrei vissuto e così è stato da trent’anni. Sono stata molto fortunata: lì ho conosciuto i miei soci e lì abbiamo avuto come insegnanti dei produttori che avevano qualche anno più di noi, non tantissimi, che erano Gianluca Arcopinto e Domenico Procacci. È valsa la regola – non me ne vogliano – che se ce l’avevano fatta loro, avremmo potuto farcela anche noi e questo è stato uno dei tanti insegnamenti che ci hanno trasmesso. Ci hanno spinto molto a trovarci, a unirci e a fare strada tra noi. Non ho mai dubitato che non fosse possibile, forse perché vengo da un tipo di formazione scolastica di quelle generazioni degli anni ’70 e ’80. Chi si è formato in quegli anni, non ha mai dubitato che la scuola potesse rappresentare realmente un ingresso e una possibilità anche rispetto alla mobilità sociale. Nessuno di noi aveva parenti nel cinema o raccomandazioni, ma avevamo la certezza che se studiavi ed eri appassionato, potevi farcela o quantomeno, avresti potuto trovare la tua strada. Siamo andati dal notaio e abbiamo fondato la nostra società. 

Quel nome chi l’ha scelto?

È stato un nome estratto a sorte. Ha vinto il nome scelto dall’unica persona, la quarta, che poi non ha mai lavorato alla Indigo Film. Strana la vita. È stato comunque molto importante aver fatto quell’atto notarile. Poi, ognuno ha fatto anche esperienze professionali in modo autonomo e gli errori, quando ci sono stati, li abbiamo sempre fatti lavorando per gli altri. Per anni sono stata alla Bianca Film, poi ho fatto la responsabile di post produzione e ho lavorato per Fabrica, interessante progetto di Benetton, e altri. Il bello è stato aver incontrato molte persone appassionate, me per prima.  

Qual è la regola che avete adottato nel produrre un film?

Quella di fare dei film e delle serie che avremmo voluto vedere noi per primi come spettatori. La nostra società di produzione cinematografica si è caratterizzata sin da subito come un luogo di relazioni tra noi e i registi. “L’uomo in più”, del 2001, è stato il nostro primo film, il nostro l’esordio e quello di Paolo Sorrentino. Con Paolo abbiamo fatto molti film fino a “Loro, 1 e 2”. Il nostro è stato uno dei sodalizi più lunghi nella storia del cinema italiano, escluso il suo ultimo film che sarà a Venezia. Sarebbe interessante fare una storia del cinema anche attraverso le produzioni e i rapporti. Dopo Paolo sono arrivati altri registi: Andrea Molaioli, Ivan Cotroneo, Giuseppe Stasi e Giancarlo Fontana, Piero Messina, Gabriele Salvatore con “Il ragazzo invisibile” e Francesco Lettieri, Francesca Mazzoleni, un nuovo talento, e Mario Martone, un regista incontrato prima di Paolo e poi ritrovato”. 

Con Sorrentino avete vinto l’Oscar: che ricordo ha di quella notte e di quel momento?

Un ricordo bellissimo, uno di quelli, ovviamente, indimenticabili.

Che idea si è fatta del sistema hollywoodiano?

Per loro gli Oscar sono una cosa serissima, un qualcosa in cui credono e in cui investono molto anche a livello di comunicazione. È un orgoglio nazionale che, forse, come presidente dei produttori Anica, a noi questo manca. Non siamo ancora riusciti a far passare, come gruppo, questa idea che il cinema appartenga alla nostra storia, al nostro immaginario e che sia un qualcosa di cui andare fieri. Non c’è questo processo di identificazione tra il pubblico e questo bene prezioso che abbiamo. Il cinema è un’eccellenza del nostro Paese assieme al sistema culturale. Credo che in tal senso dobbiamo lavorare molto a livello di comunicazione e immagine. Qualcosa l’abbiamo fatto – su modello francese – con la nuova Legge Franceschini che ha introdotto l’educazione all’immagine nelle scuole. È uno dei semi che si lanciano per poter poi raccogliere, dopo molti anni, i frutti, è un atto dovuto rispetto alla nostra Storia. I nostri ragazzi devono studiare il cinema del passato e del presente come studiano l’arte, la letteratura e la musica. 

La musica si insegna molto poco nelle scuole: secondo lei perché?

Me lo sono chiesta e me lo chiedo speso anche io. Siamo il Paese della musica, uno di quelli con il maggior numero di compositori di melodramma e di direttori di orchestra, ma se poi non si insegna la disciplina, tutto questo è un patrimonio che viene perso. 

Da madre di due adolescenti, che idea si è fatta dei giovani di oggi? 

Hanno una nuova competenza che è quella digitale e audiovisiva. Hanno un altro alfabeto che è proprio la lingua dell’audiovisivo, ma il problema è che non sempre ne conoscono la storia. Conoscono le parole, ma non la letteratura, necessaria per imparare a parlare meglio e per ragionare, oltre che inquadrare i vivi. Sono la generazione dei connessi a livello globale, possono informarsi e scegliere i temi da seguire, sono fortunati, hanno una grande velocità di accesso a molte fonti ed informazioni. Capiscono anche l’inganno che c’è dietro dietro tutto questo e a forme legate a certi social. È come se fossero un po’ vaccinati – mi passi questo termine di cui abusiamo – contro certi abusi del digitale stesso. 

Cosa manca ai ragazzi?

Un po’ di storia, non finirò mai di dirlo. Gli studenti francesi conoscono Fellini e Antonioni molto di più degli studenti italiani. 

Secondo lei perché? 

Perché non c’è la dovuta attenzione e predisposizione a un cambio di programmi a livello scolastico, non solo sul cinema, ma su tante altre cose e materie. I programmi sono gli stessi che avevo io con la stessa modalità. Senza nulla togliere a tanti nostri classici, penso che qualcosa debba essere ripensato. Il mondo è cambiato e nel frattempo sono trascorsi 50 anni di nuova letteratura, nuova musica, nuova cultura. Bisogna evolversi tenendo conto di questo.

Ai ragazzi, lei e i suoi soci, avete sempre dedicato una particolare attenzione, mostrandoceli e raccontandoceli come mai nessuno prima. Con Ivan Cotroneo in primis: quando vi siete conosciuti?

Quando abbiamo preso i diritti del suo libro “La kryptonite nella borsa. Non avevamo considerato di fare la regia, ne avremmo scelto insieme uno, ma davanti ai suoi “sì, però…”, che sono poi diventati troppi da gestire (ride, ndr), gli abbiamo detto: perché non lo dirigi tu? Lui aveva idee molto chiare nell’adattamento e oggi, a distanza di anni, penso che abbiamo fatto benissimo. La stessa cosa è successa con “Un bacio”, il suo secondo film che abbiamo fatto insieme e con cui ha iniziato un percorso di conoscenza e di visibilità offerta ai ragazzi fino ad arrivare a “La Compagnia del Cigno” che non ci sarebbe mai stata senza quel suo secondo film. 

Perché?

Perché con “Un Bacio” si è offerto di fare un lunghissimo viaggio nelle scuole italiane per presentare il film e affrontare i temi affrontati nel film stesso, dall’omosessualità al bullismo. Ha incontrato (assieme alla sceneggiatrice Monica Rametta, ndr), migliaia di ragazzi imbattendosi anche in quelli che avevano un talento, voglia di appassionarsi e di credere in una passione. Ha assistito a un concerto di un’orchestra giovanile e mi ha detto che avrebbe voluto continuare la sua esplorazione di ragazzi che si impegnano. La forte identità della serie, amatissima da pubblico di Rai Uno, deriva proprio dalla sua intuizione di non simulare il talento ovvero di prendere dei veri musicisti come interpreti di questa serie che è un omaggio alla musica classica che può essere una vera passione per i ragazzi. Sarebbe stato più semplice per noi simulare con attori, ma la nostra strada – scegliere musicisti veri prestati al cinema – è stata più impervia e più giusta per il racconto, piena di verità. 

Viviamo in una dimensione critica per cui tutto quello che è popolare è come se non fosse autoriale. 

Sì, ed è un peccato. Ivan è un innovatore di linguaggio molto attento al pubblico e con un lato pop, ma di qualità. Tutto ciò che è popolare ma di qualità, si fa molta fatica a produrlo e a trovare un percorso distributivo. 

Una delle cose di grandissima innovazione che avete fatta insieme è sicuramente “Una mamma imperfetta”. 

È un esempio calzante di quello che le sto dicendo. Uno dei miei più grandi rimpianti è non averla proseguita: poteva essere un racconto infinito che si sarebbe potuto evolvere. 

Da produttrice, quanto è difficile dire di no?

Dire di no non è difficile, anzi, in questo momento dobbiamo dire molti sì. C’è molto lavoro e richiesta, molta domanda di prodotto. Non abbiamo sufficientemente trasmesso che questo è un settore che sta occupando molte persone e che è in cerca di tante altre, perché non abbiamo tutti i professionisti necessari. Le scuole ci sono, ma sono molto poche. Dobbiamo dire molti sì, e oggi più che mai siamo più attenti alle idee dei più giovani. Ora tutte le case di produzioni di un certo tipo valutano tutti i progetti, libri e idee che sono in arrivo. A ben vedere, a differenza di quanto detto in passato, il mondo cinematografico è molto più semplice di quanto si pensi. 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia