• Mar. Ott 26th, 2021

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Trilogia del Lobbying. Principi per una buona regolamentazione

Defocused business people in the office lobby. 3D generated image.

Inizio con il ribadire le due considerazioni che mi hanno portata a scrivere questa trilogia: ammetto, da lobbista, che l’attività professionale che svolgo da oltre 25 anni costituisce un problema, in Italia e non solo. E che se la discussione pubblica sull’attività di lobbying è ancora appannaggio di presunti esperti, che di lobbying non hanno mai visto l’ombra, è anche colpa di noi professionisti, che non ci siamo sforzati abbastanza di far comprendere la natura del nostro lavoro ad un pubblico più vasto. Il mio modesto impegno divulgativo è iniziato con Fare lobbying: una definizione e tanti equivoci, è continuato con Il lobbista e il decisore nell’epoca della concentrazione del potere. Il caso Uber e si conclude oggi con una breve riflessione sulla regolamentazione dell’attività di rappresentanza di interessi.

Superare gli equivoci che circondano la professione del lobbista, comprendere il suo rapporto con il potere mi appaiono essenziali anche per affrontare in maniera efficace e costruttiva l’annosa questione della regolamentazione dell’attività di rappresentanza di interessi, per l’ennesima volta in questa legislatura oggetto di proposte di legge il cui iter non procede come in molti auspicavamo.

Il grande limite di tante proposte del passato e di alcune iniziative effettivamente poste in essere nell’ultimo decennio risiede, a mio avviso, nell’essersi prefisse l’obiettivo di assicurare la trasparenza dei contatti tra decisore pubblico (che sia un parlamentare, un Ministro o un funzionario della pubblica amministrazione, poco importa) ed un rappresentante di interessi privati. A ben guardare, questa non è altro che la diretta conseguenza di una concezione della rappresentanza di interessi come intermediazione o come facilitazione di contatti: di qui, il proliferare di registri che non hanno altra conseguenza pratica che quella di schedare chi come noi svolge l’attività lobbistica in maniera professionale, lasciando immune da ogni rendicontazione coloro che, facendo leva su contatti personali, possono accedere al decisore pubblico al di fuori delle sedi competenti e non hanno alcun bisogno di iscriversi al registro. Vorrei innanzitutto chiarire una cosa, sono iscritta a tutta la pletora di REGISTRI sul territorio nazionale, o perlomeno a quelli dei quali ho conoscenza. Quindi non mi sono mai sottratta alla regola, e posso parlare a ragion veduta, senza sembrare che io mi nasconda dietro il benaltrismo.

In sintesi bisognerebbe disciplinare i procedimenti normativi, non schedare i lobbisti.

Ritengo che la professione possa trovare una regolamentazione appropriata ed utile a tutte le parti coinvolte, soltanto a patto che di consideri l’attività lobbistica un elemento strutturale dei processi di formazione degli atti normativi e che, di conseguenza, si scelga di normarne forme e limiti nel quadro di una organica, e più ambiziosa disciplina di tali processi, considerati nel loro svolgersi e nel loro aprirsi al contributo dei soggetti estranei alle Assemblee legislative e alla Pubblica Amministrazione. Quali, allora, gli obiettivi e quali gli strumenti di questa disciplina?

La finalità generale, poste queste premesse, non potrà che essere quella di garantire la trasparenza del procedimento di formazione degli atti normativi, ivi compresi quelli emanati dal Governo o da Amministrazioni regionali/locali. Per conseguire questo obiettivo, la legge dovrebbe garantire, per un verso, la conoscibilità di tali procedimenti, fin dalle prime fasi, in modo tale da consentire a tutti i portatori di interessi di partecipare al procedimento in condizioni di equità di accesso, per un altro verso, la conoscibilità dell’attività di rappresentanza di interessi: in altri termini, la nuova disciplina dovrebbe porre un obbligo reciproco di trasparenza, tanto in capo a chi rappresenta interessi particolari, quanto in capo al decisore pubblico. È evidente che schedare i lobbisti e tracciare gli incontri con parlamentari e funzionari non basta: mi permetto di aggiungere che concepire in questi termini una disciplina nazionale della rappresentanza di interessi è troppo comodo e persino deresponsabilizzante per il legislatore.

Ma come assicurare trasparenza e parità di accesso in concreto? Non ci sono ricette che risolvano il problema in radice, ma forse è utile riprendere alcune delle proposte che Telos A&S ha avuto modo di condividere in audizione, lo scorso giugno,  con la Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, nell’ambito dell’esame congiunto di tre proposte di legge su questo tema. All’introduzione del Registro nazionale dei portatori di interesse, che quelle proposte di legge prevedono, dovrebbe a nostro avviso corrispondere l’obbligo per il decisore pubblico (che si tratti di uno o più parlamentari, o di uno o più Ministeri, o di uno o più Assessorati regionali) di condividere con i rappresentanti di interessi iscritti al Registro lo schema dell’atto normativo che intende proporre o adottare e di sottoporlo a consultazione entro un termine, che potrebbe essere modulato a seconda dell’urgenza dell’atto stesso. Questo è a nostro giudizio l’unico modo per assicurare la piena parità di accesso a tutti i rappresentanti di interessi, superando le asimmetrie tra coloro che godono di rapporti preferenziali e tutti gli altri.  A sua volta, il rappresentante di interessi dovrebbe essere tenuto ad assicurare la massima pubblicità della propria partecipazione al procedimento di formazione di un atto normativo, soprattutto tramite la pubblicazione tempestiva ed integrale di tutti i contributi scritti trasmessi al decisore pubblico (nel contesto di una consultazione o di propria iniziativa).

Ci sembrano proposte ragionevoli che, se fossero state accolte nel testo della nuova disciplina, avrebbero conferito ad entrambe le parti una nuova e più matura responsabilità di fronte ai cittadini-elettori, rendendo inoltre per la prima volta accessibili alla pubblica opinione tutti gli elementi in base ai quali valutare se davvero Governo, Parlamento ed Amministrazioni territoriali abbiano compiuto le loro scelte nell’interesse pubblico.

Non a caso, queste proposte hanno incontrato e continuano ad incontrare le resistenze di chi non trova vantaggioso assumersi questa responsabilità, magari trincerandosi dietro l’argomento (singolarmente debole nel suo vuoto legalismo) della incompatibilità dell’obbligo di consultazione pubblica sugli schemi di atti normativi con il potere di iniziativa legislativa che la Costituzione conferisce a ciascun membro delle Camere, al Governo e ad altri organi ed enti. Ci pare evidente che l’obbligo di consultazione pubblica non comporti in alcun modo l’obbligo per il decisore pubblico di tenere conto dei commenti e delle proposte avanzate dai rappresentanti di interessi; ci pare altrettanto evidente che le ragioni di tanto scrupolo risiedano altrove.

Nella seduta di martedì 3 agosto, la Commissione Affari Costituzionali della Camera ha adottato un testo  unificato delle tre proposte di legge, che diventerà il testo base e punto di avvio di una discussione che sarà aperta ad ulteriori possibilità di modifica da parte dei gruppi. Un passo avanti importante che sembra avere sbloccato l’iter di queste proposte di legge.

Abbiamo letto questo testo e, tra le altre cose ancora poco definite, la consultazione pubblica è rimasta ancora un possibilità, non un obbligo.

Lo analizzeremo con cura e invieremo alla Commissione le nostre proposte di lobbisti che lavorano sul campo. Rimarranno inascoltate? Vedremo. Di certo le condivideremo su questa colonna, proprio per rendere visibile, a chi è interessato, la nostra posizione.

Nell’epoca della concentrazione del potere, chi lo esercita può scegliere con chi consultarsi e chi lasciare all’oscuro fino ad uno stadio più avanzato dell’iter normativo. Rendere pubblici e accessibili i procedimenti decisionali può essere, allora, non soltanto lo strumento per promuovere la diffusione di un’attività di lobbying professionale, trasparente ed aperta, ma l’antidoto ad un modo opaco di gestire il potere che con estrema riluttanza si espone al giudizio dei cittadini.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia