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La Rete Unica, un morto che cammina

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 La Rete Unica è morta e sepolta da tempo ma, spinta dalla costanza estiva di qualche ufficio stampa, ogni tanto rispunta, come i mostri di certi film dell’orrore che non vogliono mai morire. Solo che in questo caso si tratta di un B-movie piuttosto che di un capolavoro cinematografico, perché chi ancora si spende per la Rete Unica lo fa come un disco rotto, ripetendo argomenti che ormai sono sepolti e sorpassati: l’Italia ha bisogno di un’unica infrastruttura nazionale! Basta spreco di risorse! E bla bla! Tutti argomenti superati dal mercato e dai piani del Governo Draghi.

Il governo Draghi appunto. Qualcuno lo ha definito “tiepido” nei confronti della Rete Unica, ma la verità è che l’ha semplicemente affossata. Il piano di infrastrutturazione del Paese prevede il raggiungimento della copertura nazionale ad un Giga entro il 2026, con una combinazione di investimenti privati e pubblici. Agli operatori è stato chiesto di dichiarare gli investimenti in ultrabroadband da essi previsti, in modo da individuare e coprire il resto, e cioè le zone a fallimento di mercato (c.d. aree grigie), con fondi pubblici. Gli operatori sono liberi, se vogliono, di consorziarsi o condividere delle risorse, purché ciò avvenga nel rispetto della disciplina antitrust. In questo scenario non c’è alcun riferimento o necessità di ricorrere alla Rete Unica, che fungerebbe invece da ostacolo,in quanto limiterebbe gli investimenti in zone dove una pluralità di operatori sarebbero interessati ad intervenire.

In altre parole, il governo ha del tutto disatteso la filosofia sottostante alla Rete Unica, che era invece alla base del progetto di TIM: un operatore solo (cioè TIM che acquista Open Fiber) fa tutti gli investimenti, e gli altri si limitano a comprare l’accesso. Al contrario, il governo Draghi vuole che chiunque sia interessato ad investire in ultrabroadband (fibra o 5G) lo faccia subito, senza aspettare gli esiti di non precisate alchimie societarie. D’altra parte, l’esecutivo non poteva far altro, una volta che la stessa TIM aveva contraddetto il proprio story telling sulla concentrazione degli investimenti: in effetti gli attuali piani di TIM, anche attraverso la controllata FIberCOP, prevedono di investire anche in concorrenza con Open Fiber, confutando quindi la teoria che una duplicazione di investimenti sarebbe uno spreco di risorse.In altre parole, di Rete Unica si parla solo nei bar e nei salotti, ma il mercato l’ha ben superata.

La Rete Unica era già stata informalmente ammazzata, in verità, dalla Commissione Europea, che non ha mai amato il progetto. I funzionari UE si sono detti: per anni si è cercato di creare concorrenza infrastrutturale in Italia (unico paese senza la cable-TV) ed una volta che arriva, grazie alla creazione di Open Fiber, ci diamo un taglio? Non piaceva inoltre l’idea di ricreare un monopolio verticalmente integrato e, peggio del peggio, finanziarlo con i fondi del PNRR, cosa che avrebbe fatto inalberare le cancellerie di mezza Europa, salvo presentare il caso TIM come un caso Alitalia, che nessuno voleva. Di tutto ciò si è parlato nei corridoi di Bruxelles, visto che nessuna notifica ufficiale è mai arrivata. Ma ora che si presenta il caso della vendita della quota di Enel in Open Fiber ad un fondo australiano,è possibile che qualche parola in più venga spesa, visto che l’uscita di Enel era stata appunto concepita come un facilitatore della Rete Unica ed il caso rientra nella giurisdizione UE.

Anche se la Rete Unica fosse del tutto neutra (cioè non verticalmente integrata e con TIM al 25%), i funzionari UE ormai non la farebbero passare comunque. Sono infatti evaporate le ragioni per una tale operazione: l’Italia dispone di un piano di connettività nazionale, ci sono gli investimenti privati e nelle zone a fallimento saranno invece erogati i fondi, già disponibili (bisogna solo decidere le modalità di gara). In tali condizioni, che senso ha ritardare tutto per consentire a due operatori indipendenti di aggregarsi, e perché? La Rete Unica per Bruxelles non è altro che un morto che cammina, solo che a Roma qualcuno ancora non l’ha capito.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia