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Draghi, l’autunno caldo del premier: 23 riforme da chiudere mentre i partiti si fanno la guerra

DiRed Viper News Manager

Ago 27, 2021

Il Consiglio dei ministri n.33 mette fine a brevi e nei fatti inesistenti vacanze estive. E avvia “l’autunno” del governo Draghi. Nel senso stagionale, non certo motivazionale: nel mezzo del semestre bianco, a un mese da un voto amministrativo (1162 comuni alle urne), con 23 riforme legate al Pnrr da chiudere entro la fine dell’anno (pena congelamento dei fondi europei) e l’emergenza Covid, il governo e il Parlamento della “larga maggioranza” Draghi ha un’agenda da far tremare i polsi solo stando alle scadenze e alle cose da fare. Se poi si mettono in fila le mosse delle segreterie politiche legate al semestre bianco che terminerà a febbraio con l’elezione del Capo dello Stato e alle inevitabili battaglie identitarie legate al voto e i dossier principali – crisi afghana e legge di bilancio – si capisce perché molti attori della scena politica-economica sono sempre più preoccupati per quello che viene definito “l’autunno caldo dei partiti” per via di “un’alta conflittualità politica”.

La riunione del primo Consiglio dei ministri post ferie è stata l’occasione per un’informativa al governo sull’Afghanistan e per fare soprattutto un mega ripasso delle scadenze in agenda: dal green pass all’obbligo vaccinale, dall’Afghanistan alla gestione dei profughi e del G20, dal reddito di cittadinanza al ddl Zan fino allo Ius Soli. Un calendario pieno, dettato da un governo stretto tra l’emergenza Covid e le riforme essenziali al Recovery Plan, che conta 23 riforme da chiudere entro il 31 dicembre per ottenere i fondi europei. Tra queste sono almeno tre quelle di primo piano: riforma del fisco, legge sulla concorrenza, la riforma della giustizia (a cui manca ancora l’esame del Senato). Convitato di pietra del Cdm è stata la grana Durigon: il sottosegretario all’economia in quota Lega con nostalgie del ventennio si è dimesso ma non è detto che la sua uscita (gestita direttamente da Salvini) sarà indolore.

Soprattutto all’interno del centrodestra, visto che Giorgia Meloni insiste nel vuole presentare una mozione di sfiducia nei confronti del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, tirata dentro un assurdo e illogico baratto con il sottosegretario leghista. L’iniziativa di FdI potrebbe trasformarsi in un vero e proprio sgambetto per la Lega: è impossibile, infatti, che Salvini che attacca a giorni alterni la titolare del Viminale, arriverà poi a votare una mozione di sfiducia contro il governo di cui fa parte. Il segretario della Lega rischia di restare col cerino in mano. E questo peserà nei consensi e nei sondaggi a un mese dal voto sulle amministrative. Il 7 settembre è prevista l’informativa alle Camere dei ministri Di Maio e Guerini sull’Afghanistan. Il dibattito sarà, purtroppo, ricco di bordate: Giuseppe Conte, il leader del M5s sottolinea da giorni “l’importanza di un dialogo con i talebani” per assicurare la protezione umanitaria di chi resta sul territorio; il centrodestra e Iv attaccano a testa bassa. Discussione accesa anche sui corridoi umanitari: chiesti a viva voce dal Pd, secondo FdI non sono la soluzione, mentre la Lega è pronta ad accogliere solo donne e bambini.

Altre bordate cominceranno mercoledì prossimo (1 settembre) quando la commissione Affari sociali della Camera affronterà i decreti green pass che devono essere convertiti. Sono due: il primo scade a metà settembre; il secondo (ancora da calendarizzare) il 6 ottobre. La conversione e il dibattito parlamentare sono destinati a incrociare passaggi cruciali in queste ore come lo sviluppo del numero delle vaccinazioni, l’allargamento dell’uso del green pass al settore lavorativo pubblico e privato e, se entrambe queste “armi” non dovessero arrivare al 90% della copertura nazionale e quindi all’immunità di gregge, come extrema ratio il governo dovrà pensare all’obbligo vaccinale. Il green pass non piace a parte della Lega. Dopo il passaggio in commissione, il provvedimento è atteso il 6 settembre in aula alla Camera. E tra deputati e senatori leghisti, si stimano tra i dieci e i trenta contrari. Numeri che non mettono in dubbio l’approvazione ma che sicuramente creeranno tensioni nella maggioranza.

Nel frattempo, come detto, il governo dovrà mediare sulla riforma fiscale, sulla legge sulla concorrenza e sul lavoro, tema che si porta dietro la riforma degli ammortizzatori e, da ultimo, anche il decreto antidelocalizzazioni che, ancora ufficioso, sta già dividendo la maggioranza. Sull’agenda parlamentare pesano il ddl Zan e anche lo ius soli. Lo stallo al Senato è un alibi destinato a sgretolarsi già nei prossimi giorni. Pd, M5s e Leu vorrebbero approvarlo in Aula così com’è, inchiodando le varie forze politiche alle proprie responsabilità. Il centrodestra chiede invece di modificarlo in tre punti: identità di genere, libertà di espressione e gender nelle scuole. Iv punta sulla mediazione tra le parti, unica strada possibile, secondo il partito di Renzi, per portare a casa una legge necessaria.

Il rischio di franchi tiratori nel voto segreto è dietro l’angolo. E sul provvedimento pesano oltre mille emendamenti. Il segretario del Pd Enrico Letta, che avrà il suo bel da fare nel collegio di Siena dove s’intreccia la cessione di Mps, è tornato alla carica – dopo le Olimpiadi – con la legge sulla cittadinanza tornata d’attualità dopo le Olimpiadi. Il centrodestra fa muro. E la cittadinanza rischia di essere, ancora una volta, una bandierina da alzare ad uso e consumo della campagna elettorale per poi finire di nuovo nel cassetto.

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