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Cesare Pavese, il 27 agosto che ritorna

Pavese

Non c’è 27 agosto che non scriva di Cesare Pavese. Non conta se 70 anni dopo la morte, come l’anno scorso, o 71, come oggi, o quel che sarà da domani. Conta che il 27 agosto 1950 qualcosa si interruppe o spezzò per sempre. Nella stanza 346 dell’Hotel Roma di Torino, dove lo scrittore mise fine ai suoi giorni, si concluse il cammino faticoso e impervio del più difficile dei mestieri, come ben suggerisce Giampiero Mughini: il mestiere di vivere.

Ogni anno avverto la necessità e il dovere di iniziare il 27 agosto aprendo a caso un libro di Pavese, di rileggerne alcune pagine, di tenerlo vicino per qualche altro giorno ancora. Oggi è toccato a “Dialoghi con Leucò”, che Pavese lasciò sul comodino prima di voltare le spalle al mondo. Nel frontespizio poche parole: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.

Non fu ascoltato. Di pettegolezzi ne fecero tanti, prima e dopo la morte; pettegolezzi di chi non comprese, e non avrebbe potuto comprendere, né l’uomo, né lo scrittore. Tra i pochissimi a comprendere, e l’uomo e lo scrittore, fu Franco Ferrarotti, che ebbe la fortuna di accompagnarlo spesso in lunghe passeggiate, di ascoltarne le parole e soprattutto i silenzi, di coglierne le smorfie e i sorrisi, di percepirne la morte che gli si era annidata dentro. “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” è un verso senza eguali, una sentenza inappellabile, uno sguardo realistico e crudele su ciò che non è evitabile.

Pavese era langarolo, Ferrarotti monferrino, ma il Santuario di Crea li teneva uniti sotto il cielo del Piemonte. Ha scritto il sociologo: “Ho sempre considerato Pavese un fratello maggiore. Fin dal primo momento, quando un nasuto spilungone magro magro, la faccia ossuta, quasi equina, e la sigaretta pendula dal lato sinistro della bocca, m’è apparso davanti. Ci sono incontri in cui misteriosi enzimi planano da una persona all’altra e le legano, immediatamente, in una sorta di patto clandestino per la vita”.

La vita di Ferrarotti, iniziata nel 1926, continua. Quella di Pavese, dal 1908, era in cerca di una fine. La trovò a 42 anni, nel 1950, dopo la vittoria del Premio Strega. Non cercava certo il premio, Pavese. Non sapeva che farsene di un premio. Era fuori dalla vita per starci dentro, costretto da mille catene a starci dentro. Quando le spezzò, quando riuscì a spezzarle, trovò la strada per separarsi da noi restando avvinghiato a noi, con le sue pagine tremebonde, le sue poesie senza tempo, la sua disordinata misura.

Riaprire Pavese ogni 27 agosto non è un vizio assurdo. È un modo forse banale, ma efficace, per non lasciarlo più, per continuare a chiedergli di spiegarci cos’è la vita, a lui che lo capì perché riuscì a lasciarla andare, a lasciarsi andare.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia