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Nella disfida fra Pasquino e Cassese sulla democrazia scelgo Amartya Sen

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Certo, si sa, la polemica è il sale della discussione. Nei dibattiti politici, tuttavia, essa viene talvolta montata ad arte, fraintendendo volontariamente la posizione dell’interlocutore. Occorre che egli dica proprio quanto vogliamo, per poter marcare meglio la nostra distanza. Questo accade nei dibattiti politici. Nelle discussioni intellettuali, invece, si è soliti ascoltare (o leggere) con attenzione le parole altrui e replicare, come si sul dire, ‘sine ira et studio’.

Tra il ‘Corriere della Sera’ del 22 agosto e il ‘Domani’ del 24 agosto è andata in scena – protagonisti Sabino Cassese e Gianfranco Pasquino – una rappresentazione diversa dal consueto, che dimostra bene il pericolo della lettura veloce e, forse, della scrittura non assertiva (bensì esemplificativa), in un’epoca dominata da social media e comunicazione istantanea.

Cassese, con l’articolo “La democrazia e i diritti sono un valore universale”, ha sviluppato un ragionamento intorno alle seguenti tre domande, che traggono ispirazione dal corrente dramma afghano: i popoli hanno diritto a una democrazia in particolare? Chi possono essere i suoi promotori? Quali sono i mezzi più adeguati a suscitarlaLungi dall’abbracciare una posizione relativista, quasi fosse figlia inconsapevole della tanto in voga ‘cancel culture’, ha introdotto il discorso con una sintesi di quella che egli definisce “versione estremistica della democrazia”. Essa, secondo l’autore, è sostenuta da “coloro per cui la democrazia è il prodotto di ogni singolo popolo: ogni società ha il suo diritto e sceglie il suo sistema politico. Prima di definire la propria tesi, Cassese ha aggiunto: “Questo modo di ragionare continua così: ogni singolo popolo dovrebbe disinteressarsi della democraticità dei sistemi politici degli altri popoli. / La democrazia è un insieme di istituzioni maturate nel mondo occidentale e non è corretto ritenerla migliore di altri reggimenti politici e cercare di trasferirla in Paesi che hanno tradizioni diverse.

Probabilmente ingannato da un’andata a capo di troppo (forse introdotta redazionalmente), Gianfranco Pasquino si è divertito a polemizzare con Sabino Cassese citando proprio quest’ultima frase. Con tono ironico, nell’articolo “Perché non esiste alcun regime politico preferibile alla democrazia”, ha quindi asserito: “Mi è stato subito riferito che le frasi di Cassese hanno già trovato diffusa accoglienza e suscitato grande tripudio in alcuni non imprevedibili ambienti. A seguire una spiegazione sul perché, nelle prigioni cinesi, in alcuni Stati africani, in contesti di minacciaa causa di fatwa o in luoghi simili a piazza Taksim, tante persone come Patrick Zaki o Joshua Wong affermino che la loro ricerca di democrazia e libertà è la stessa dei paesi occidentaliTuttavia, dopo la frase incriminata, a chiusa della sua esemplificazione Cassese ha affermato, senza lasciar adito a dubbi: “Questo punto di vista, che chiamerò la versione estremistica della democrazia, ignora un cambiamento importante avvenuto nel mondo intorno all’inizio del nuovo millennio: il riconoscimento universale del diritto dei popoli alla democraziaIl vigore ideale di Gianfranco Pasquino si è trasferito dunque su Twitter, dove egli ha rilanciato: “si comincia con la relativizzazione della democrazia: è una roba di occidentali per occidentali, e si arriva alla difesa delle tradizioni che tutto sono meno che democratiche e che aprono la strada, per esempio, alloppressione delle donne proprio in nome della tradizione.

Con tutto rispetto, sembra evidente che l’articolo di Sabino Cassese non sia stato letto con attenzione nella sua integrità e che, come talvolta accade di fronte a frasi ironiche o esemplificazioni di idee altrui, la sua posizione sia stata fraintesa involontariamente. Non è affatto difficile, in effetti, trovare nei testi di Cassese e Pasquino una generale convergenza sull’idea che la democrazia sia un valore universale, da difendere in quanto tale. In conclusione, sul “Corriere”, Cassese ha affermato: “l’universalità del diritto non è un mito e non lo è il diritto dei popoli alla democrazia”, perché “più democrazia vuol dire un mondo più pacifico”. Su “Domani”, allo stesso modo, Pasquino ha sottolineato come per nessun altro regime politico “così tante persone di nazionalità, di cultura, di colore, di età e di genere diverso si sono impegnate anche rischiando (e perdendo) la vita”, perché ritengono che essa sia “la forma migliore di governo.

Proprio allo scopo di comprendere meglio il contenuto di entrambi gli articoli, forse non è inutile ricordare la nota tesi di Amartya Sen, formulata in particolare nel saggioDemocracy and Its Global Roots su “The New Republic”. Di fronte ai dubbi sulla necessità di promuovere i principi democratici, nel 2003 Sen rilevava l’errore di credere la democrazia una concezione e una pratica generate esclusivamente nel mondo occidentale: This misappropriation results from gross neglect of the intellectual history of non-Western societies, but also from the conceptual defect in seeing democracy primarily in terms of balloting, rather than in the broader perspective of public reasoning. A fuller understanding of the demands of democracy and of the global history of democratic ideas may contribute substantially to better political practice today. Alla luce dei fatti internazionali di questi giorni, ciò che sembra mancare è proprio, purtroppo, questa auspicata ‘migliore pratica politica’.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia