• Dom. Ott 17th, 2021

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Misurare la parità di genere: il cambiamento parte dalla consapevolezza

Gender equality in corporate world. Figures of man and woman on pencil seesaw, blue background, copy space

Sarebbe bello guardare al mese di agosto solo attraverso la lente della spensieratezza vacanziera. D’altro canto la cronaca, italiana e internazionale, ci riporta bruscamente all’inesorabile realtà dei fatti, una realtà che non conosce ferie e che presenta ancora molti limiti, a dispetto della costante accelerazione innovativa che sappiamo imprimere in certi contesti.

È in quest’ottica che, compilando le parole crociate degli ultimi accadimenti, scorrendo quindi cronaca nera, tragedie umanitarie e proclami di leader politici quasi sempre di una stessa metà del cielo, scelgo “parità di genere” come locuzione da evidenziare in neretto. Mi rendo conto che porre l’accento su tale concetto voglia dire accettare i rischi di una formula scivolosa, spesso abusata e talvolta lontana dall’essere colta nella sua vera essenza, ma sento anche che valga la pena, ancora una volta, di rifocalizzarsi su un valore fondamentale per una società sostenibile, resiliente e veramente pronta alla storica ripartenza annunciata. E non intendo fare appello solo ai canonici buoni propositi da ombrellone. Proprio oggi, 26 agosto, si tiene a Santa Margherita Ligure il Summit delle donne in seno al G20: un’iniziativa voluta dalla Presidenza italiana del consesso internazionale per stimolare un confronto sull’empowerment femminile tra delegazioni da tutto il mondo, alla presenza della Ministra per le pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti. Quale occasione migliore per far sentire le nostre voci e portare all’attenzione delle istituzioni la necessità di un cambio di passo spedito, concreto e misurabile sui temi della diversità e dell’inclusione?

Partiamo da principio. Per capire meglio cosa voglia dire “parità di genere”, è forse utile ragionare su ciò che non possa dirsi tale, come suggerito dal premier Mario Draghi durante il suo discorso di insediamento alla Camera, lo scorso 17 febbraio: “Una vera parità di genere – ha sottolineato – non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge ma richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi, un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro”.

Guardando ai dolorosi risvolti del conflitto afghano, per esempio, abbiamo sotto gli occhi eventi estremi che ancora, nel mondo, possono frapporsi a un autentico equilibrio. Senza bisogno di troppe parole, bastano le immagini femminili sui cartelloni, strappate o cancellate, le giornaliste della tv pubblica non più in video, le insegnanti allontanate dagli studenti maschi. Per non parlare della fatwa emanata nell’Università di Herat per mettere al bando l’educazione mista. Eventi che mi convincono ulteriormente che, per dare vera linfa alla parità di genere, non si può mai abbassare la guardia e, soprattutto, si deve iniziare a misurarla sempre, ognuno nel proprio contesto socio-culturale, riservando grande attenzione alle variabili di accesso al lavoro e all’educazione, alle possibilità di carriera, alla qualità dell’istruzione e al livello di retribuzione che ne plasmano la natura.

I dati con cui ci confrontiamo non sono rassicuranti: nei Paesi del G20 meno del 39%delledonne contribuisce alla forza lavoro, solo il 27% ha ricoperto posizioni managerialie poco più del 26%ha occupato unposto nei CdA delle società quotate (Dal Comunicato di G20 Empower, iniziativa a cui ho contribuito nell’ambito dell’associazione Valore D.). Una situazione di disparità che si è ulteriormente aggravata con l’arrivodellapandemia. Solamente inItalia, secondo l’ISTAT, adicembre 2020,il98%dichihapersoillavoroèdonna.

Il Covid, non mi stancherò mai di dirlo, rappresenta tuttavia un’occasione senza pari per progettare una “nuova normalità” che garantisca pari opportunità. Per quanto riguarda il lavoro, mai come adesso, è compito delle imprese e delle istituzioni individuare gli indicatori fondamentali per analizzare la situazione e sanare gli squilibri. È tempo di far di conto, insomma, tracciando la percentuale di lavoratrici sul totale, la quota di donne promosse, il divario retributivo di genere, il numero di donne nei consigli di amministrazione e nei ruoli apicali, soprattutto esecutivi, nonché la presenza di professioniste in ambito tecnico-scientifico (STEM). Questi parametri, infatti, contribuiscono a rendere la leadership femminile un criterio chiave per valutare il livello di competitività del Paese, senza in nessun modo pregiudicare l’attenzione e la tutela del merito e delle competenze.

La sfida più grande insomma è, ancora una volta, di natura culturale e si gioca sul campo impervio dei pregiudizi. La conoscenza e l’educazione, dunque, rappresentano lo strumento più efficace che possiamo offrire alle ragazze, fin dall’inizio del loro percorso, per renderle consapevoli delle proprie possibilità da subito.

È periodo di rientro, di ritorno a routine frenetiche, di piani di jogging per rimediare ai vizi estivi. Mettiamo in conto un’altra corsa, allora, uno sprint necessario verso un traguardo premiante per tutti: la parità di genere non può più aspettare, serve un’accelerata.

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia