• Ven. Ott 22nd, 2021

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Meeting di Rimini, anche oggi il futuro arriva domani

Meeting Rimini

Il Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini riesce ogni anno ad attrarre e coinvolgere un numero impressionante di nomi “di peso” della politica e dell’imprenditoria; della cultura e della finanza; dello sport e delle istituzioni. Quest’anno uno dei temi di dibattito era “Il lavoro che verrà”: argomento quanto mai interessante e urgente – almeno per il sottoscritto, che però si rende conto di essere di parte. Quale migliore occasione quindi per ascoltare qualche parola di saggezza, qualche idea coraggiosa e innovativa, qualche dibattito frizzante?

Pur essendo in vacanza, mi sono quindi adoperato per cercare di recuperare qualche evento del meeting. Ho sorvolato con rispettosa deferenza sul discorso inaugurale di Mattarella – il Presidente mi perdonerà – e con meno senso di colpa sul dibattito con tutti i maggiori esponenti politici sul futuro dei partiti e della democrazia. Ho glissato anche sui vari format tipo “intervista mascherata” a vari ministri e alti papaveri dell’industria – magari sono prevenuto io, ma difficilmente in quelle occasioni si sente qualcosa di interessante – e finalmente l’ho trovato: “Talk: Il lavoro che verrà”, e mentre osservavo i miei bimbi giocare in spiaggia mi sono messo all’ascolto.

Dopo mezz’ora circa la mia attenzione è andata scemando, fino ad essere interrotta da una vibrante discussione tra i miei pargoli sul diritto di possesso di un camioncino, evidentemente ad entrambi indispensabile per completare la loro opera balneare. Evitato – con non poco sforzo – il peggio, torno al mio ascolto. Lo smartphone si era spento e il browser chiuso: dovevo cercare di nuovo il video. Scorrendo sulla barra di fondo del sito mi cade l’occhio su un video: “Il lavoro che cambia: formazione continua e digitale”, proprio i temi di cui si stava parlando. «Eccolo!», penso in una frazione di secondo. E invece mi rendo conto che si tratta sì di un dibattito dal Meeting di Rimini, ma del 2017.

La mia memoria è ritornata a quando, meno che ventenne, seguivo le conferenze stampa di Confindustria per Il Giornale di Vicenza:  le parole “digitale” e “formazione continua” riecheggiavano anche allora, oramai vent’anni fa. Mentre la brezza marina mi accarezzava il volto, per un attimo mi sono domandato se il Gattopardo non avesse avuto dopotutto torto, e che la frase esatta per descrivere al meglio lo spirito del nostro Paese non sia “Cambiare tutto affinché nulla cambi” ma “Non cambiare niente affinché cambi tutto”. Non si può infatti certo dire che negli ultimi vent’anni le cose non siano cambiate nel nostro Paese – specie negli ultimi anni – ma il dibattito pubblico e le parole d’ordine della nostra classe dirigente stanno sempre là: granitiche, inscalfibili – sebbene capaci di catturare applausi sempre più flebili.

Ogni anno in un’infinita serie di convegni, vertici, summit tra “eccellenze” nella “splendida cornice” di qualche luogo ameno nonostante il “prezioso contributo” di qualche “ospite d’eccezione” finiscono sempre per riecheggiare le stesse parole. Sarà lo sciabordio sommesso e continuo delle onde a suggerirmele, ma mi sembra quasi di sentirle: “innovazione”, “concertazione”, “sostenibilità”, “digitalizzazione”; tutte “sfide” e “cambiamenti epocali” da affrontare per “i nostri giovani” con “riforme radicali” per cui è necessario “trovare la quadra”, per non “perdere il treno”, ché evidentemente si tratta “dell’ultima occasione” e serve “spirito di servizio” e, buona ultima, “resilienza”. E però alla fine le riforme radicali, se arrivano, arrivano quasi solo perché ce lo impone il contesto – vedi pandemia – o la sorella maggiore Europa. E noi ligi, all’ultimo secondo possibile, eseguiamo.

Il guaio non si esaurisce certo solo nei convegni della classe dirigente, però è difficile non pensare che sia anche questo eterno perpetuarsi di eventi in cui ogni “eccellenza” tiene anzitutto a dimostrare di essere “eccellente” e per farlo pensa sia d’obbligo ripetere sempre le stesse parole d’ordine – magari con tono ascendente o pugno agitato con trasporto – a produrre un lessico tanto pigro e un confronto spesso tanto auto-referenziale. Persino i politici, che altrove volentieri e vacuamente se ne danno verbalmente di santa ragione, in questo clima – o “splendida cornice” – diventano pacati dialoganti, ma sempre con poco costrutto. Si fa fatica a sentire non dico un contraddittorio pepato, non dico una voce divergente, ma spesso nemmeno una quieta ammissione delle controindicazioni o dei rischi della ricetta che si propone.

Per esempio, il titolo di maggior richiamo prodotto da questa edizione del Meeting di Rimini è stata l’alzata di scudi quasi trasversale dei nostri politici al reddito di cittadinanza. Benissimo – cioè, per me malissimo, ma parliamone: come pensano i nostri che si possa tenere in piedi tra vent’anni una società in cui l’automazione erode posti di lavoro e il mercato globale aggredisce gli stipendi e la stabilità dei lavori? Si dirà: «Con la formazione continua» e «l’investimento nel digitale», ovvio! D’accordo, ma qualcuno potrebbe far notare che la formazione continua ha prodotto in questi anni una montagna di corsi fatti “per obbligo di firma” e spesso al solo fine di intercettare fondi pubblici statali o europei? Qualcun altro potrebbe porre l’attenzione sul fatto che non possiamo avere una popolazione fatta solo di tecnici digitali e di esperti smart-worker? E qualcun altro ancora potrebbe ricordare che il nostro Paese non è fatto di quelle multinazionali e start-up innovative che affollano questi convegni ma da imprese micro e da professioni “tradizionali”?

D’accordo, ci sono le prossime elezioni da vincere, gli azionisti da soddisfare al prossimo report trimestrale, i capi da accontentare per avere quella promozione. E sì, spesso è proprio questo che il pubblico in sala vuole sentire: una rassicurante tiritera. Però. Però sarebbe compito proprio della classe dirigente cercare ogni tanto di andare controcorrente; sarebbe dovere proprio delle eccellenze indicare vie alternative alla strada segnata. Lo si faccia almeno in queste occasioni, in questi meeting dove – tenetevi forte – quasi nessuno se non gli addetti ai lavori o poco più presta davvero attenzione a quello che si dice. Altrimenti, rischiamo di essere sempre allo stesso punto: sempre a cercare di creare il futuro in funzione del presente, invece del presente in funzione del futuro.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia