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“La fuga degli Usa dall’Afghanistan ha scaricato tutto sull’Europa”: intervista a Lia Quartapelle

DiRed Viper News Manager

Ago 26, 2021

Di politica estera è appassionata da sempre. Passione e competenza. Lia Quartapelle, capogruppo del Pd alla commissione Esteri della Camera, responsabile Europa, Affari internazionali e Cooperazione allo sviluppo nella segreteria nazionale del Partito democratico, non gira attorno ai problemi, li affronta di petto. Non si trincera dietro il politicamente corretto o il “diplomatichese”. E nel trarre un bilancio di vent’anni di presenza dell’Occidente in Afghanistan, dice senza mezzi termini: «È sicuramente un fallimento militare ma soprattutto è la certificazione di un disastro politico». E per non dimenticarci dell’Afghanistan, «c’è bisogno di un patto media-politica e cittadini».

Fuga, sconfitta, fallimento. Tutto a posteriori, dopo vent’anni di una guerra dimenticata. Ora quasi tutti si cospargono il capo di cenere. Alla cecità politica si accompagna l’ipocrisia condita da pelose autocritiche?
Con il disastroso ritiro dall’Afghanistan ho l’impressione che stiano venendo al pettine tutti i nodi della impostazione della politica estera occidentale degli ultimi anni: il fatto di non aver spiegato chiaramente alle nostre opinioni pubbliche che vivere in sicurezza ha dei costi economici e in termini di rischio; l’esserci limitati a ribadire l’appartenenza all’alleanza transatlantica senza mai discutere con franchezza con gli Usa punti comuni e differenze dei nostri approcci strategici, con il risultato che il presidente americano che doveva ricucire il rapporti con l’Europa scarica sugli alleati europei i costi di una decisione unilaterale come quella del ritiro; il non aver saputo sostenere i processi democratici nel mondo, a partire da quelli emersi dalle Primavere arabe. Gli Stati Uniti ne escono con un danno reputazionale incalcolabile, ma tutti i paesi occidentali ne escono con tanto sui cui riflettere.

L’unico che ha mantenuto il punto è stato il presidente Usa Joe Biden: “I nostri ragazzi non continueranno a morire per l’Afghanistan”, “l’Afghanistan non sarà un nuovo Vietnam”, ha ripetuto nei suoi ripetuti discorsi televisivi. Come definirebbe le affermazioni di colui che dovrebbe essere il leader del mondo libero?
Sono le affermazioni di un presidente che purtroppo parla solo alla sua opinione pubblica. Un presidente che ha fatto della credibilità della parola data, in politica interna e politica estera, il punto centrale della sua presidenza. Biden è sempre stato a favore del ritiro, anche quando era vicepresidente di Obama. Non stupisce che sia stato conseguente. Lascia attoniti invece il modo in cui è avvenuto il ritiro: ottusamente minuzioso nei dettagli per chi deve chiedere l’asilo negli Stati Uniti e straordinariamente impreparato nel prevedere il crollo dell’esercito e del governo afghano.
I vincitori hanno proclamato l’Emirato islamico, aggiungendo che sarà comunque realizzato in “serenità”. Si metta nei panni di una donna, di una ragazza, di una bambina afghana. Si sentirebbe “serena”?
Non sono io a dover dire come si sente oggi una donna afghana. Ascolto le voci e guardo le immagini che ci arrivano da Kabul e da altre città dell’Afghanistan, che sono molto più eloquenti: giornaliste che tornano in video, facendo un grande atto di coraggio, con il capo coperto; audio di ragazze terrorizzate che vogliono scappare, sportive e sindache che rivolgono appelli disperati al mondo, operatrici di Ong e attiviste dei diritti delle donne che vivono in fuga perché i talebani vanno a cercarle casa per casa, e si nascondono da amici o in un pozzo, in attesa di sapere quando partirà il loro volo per scappare dal proprio paese.

10 miliardi, 53 morti, 700 feriti. Questo è il costo di vent’anni di guerra per l’Italia. Abbiamo addestrato un esercito afghano che al primo colpo si è liquefatto. Se questo non è un fallimento, come lo chiamerebbe?
È sicuramente un fallimento militare ma soprattutto è la certificazione di un disastro politico. L’addestramento dell’esercito non ha creato un senso di appartenenza a un corpo, ma è stata solo l’occasione per grandi acquisti di armi e tanta corruzione. A maggior ragione se è vero che i soldati afghani effettivi erano molti meno di quelli dichiarati, e che i numeri erano gonfiati perché gli ufficiali si intascavano le paghe. I soldati afghani dell’esercito, comandati da quegli stessi ufficiali, non se la sono sentiti di combattere per un concetto astratto come la nazione, di fatto mai costruita, e hanno cercato nella resa e negli accordi con i talebani la sicurezza per le proprie famiglie.

Realizzare corridoi umanitari. Quale impegno il Pd chiede al governo italiano?
Il governo sta facendo molto, con un ponte aereo che risponde al dovere morale di accogliere i cittadini afghani che in questi anni si sono impegnati con noi per un Afghanistan democratico, e che si sono fidati di quello che dicevamo sul futuro del loro paese. Serve unità nazionale tra le forze politiche per accogliere degnamente questi rifugiati, evitando gli errori del 2014 e 2015. No alle chiacchiere da talk show, e invece prepariamo senza litigi da subito una accoglienza diffusa su tutto il territorio nazionale, raccogliendo le disponibilità dei sindaci, che sono tanti, da Bergamo a Milano, governate dal centrosinistra, a Treviso e Ferrara governate dalla Lega. C’è la possibilità di organizzare piccoli progetti comune per comune, contando sull’esperienza di accoglienza del terzo settore e sulle disponibilità spontanee di solidarietà di tante cittadine e cittadini. Questa volta non servirà fare confusione sui temi migratori, ma dobbiamo farci trovare pronti e uniti. Dopo il fallimento morale dell’Occidente della ritirata da Kabul, non possiamo mancare questo appuntamento. Lo dobbiamo fare anche per non disperdere i semi di libertà, giustizia e democrazia seminati in questi venti anni, che la diaspora afghana continuerà ad alimentare.

In Italia si è scatenato un dibattito sul trattare sì, trattare no con i Talebani. Intanto a Kabul il direttore della Cia ha incontrato il capo degli “Studenti coranici”. Come la mettiamo?
Noi non conosciamo i contenuti della discussione tra Burns e Baradar. Se ha riguardato la chiusura dell’aeroporto di Kabul, come ritengo possibile, perché Biden ha detto categoricamente che loro il 31 agosto vanno via. Un altro conto è capire come ci relazioneremo col regime. Per la prima volta nella mia vita, e immagino anche l’ultima, mi sono trovata d’accordo con Boris Johnson: i Talebani verranno valutati dai fatti e non dalle parole, e io credo che su questa questione noi dovremmo cercare di evitare l’ipocrisia che ha caratterizzato i nostri rapporti con l’Afghanistan negli ultimi vent’anni. Non basta guardare esclusivamente al tema della sicurezza, ma c’è un tema anche di libertà e di diritti che c’erano in Afghanistan e rischiano di non esserci più. L’unica cosa che abbiamo capito è che i Talebani vogliono il riconoscimento internazionale, quindi abbiamo davvero una leva importante. Usiamola.

A proposito di trattare o no con i Talebani. Un “no” categorico viene da Matteo Salvini…
Alla faccia della coerenza! Mentre dice che con i Talebani non si deve trattare mai e poi mai, Salvini incontra comunque il rappresentante del governo afghano e anche il rappresentante del governo pachistano che tutti sappiamo essere un Paese che ha avuto una serie di ambiguità molto grandi con i Talebani. Se c’è una cosa che questa vicenda può insegnare, non a Salvini ma a tutti noi, è che la politica estera è una cosa maledettamente seria e sta diventando complicatissima. Dobbiamo interrogarci soprattutto sugli strumenti che noi abbiamo per centrare gli obiettivi che ci diamo e poi su quali battaglie combattiamo, cercando di non confondere il piano internazionale con quello interno. Se Salvini per dimostrare che sta facendo qualcosa poi incontra il rappresentante del governo di Kabul, che è il governo dei Talebani, e il rappresentante del governo pachistano, è il primo che fa confusione. E credo davvero che su questo dovremo tutti quanti cercare di essere un po’ più rigorosi e onesti con noi stessi.

L’Afghanistan è stato definito, storicamente, il “cimitero degli imperi”. E’ anche il “cimitero” della Nato?
Era arrivata già una serie di messaggi sullo stato di salute della Nato. A partire dal rapporto difficile con il Paese che ha il secondo esercito dell’Alleanza, la Turchia. Tutti quanti noi abbiamo a un certo punto fatto un embargo di armi a un partner Nato, quale resta la Turchia. Quello che è successo in Afghanistan mette molto in discussione il senso dell’Alleanza. La Nato esiste in quanto alleanza transatlantica principalmente, a cui poi si aggiungono alcuni Paesi. Le vicende afghane ci dicono che continuare a reiterare promesse di fedeltà nel rapporto transatlantico senza però discutere i nodi che sono sul tavolo da vent’anni, crea un sacco di problemi quando i nodi vengono al pettine come sono venuti in queste settimane. Se si vuole rimettere in piedi la Nato, si deve farlo su un piano di chiarezza quanto al rapporto con gli Stati Uniti. Con Biden è comunque più semplice, perché è un presidente con cui si può parlare. Ma non nascondiamoci dietro al fatto che c’è un partner che ritiene che l’Europa sia importante, per pensare che improvvisamente tutte le stelle si sono riallineate e gli obiettivi strategici sono gli stessi. Perché non è così. La vicenda del ritiro dall’Afghanistan mostra chiaramente questo: gli obiettivi strategici degli Stati Uniti sono diversi dai nostri, anche se non vuol dire in conflitto. Nelle alleanze ci si divide anche il lavoro ma questo si può fare su un piano di chiarezza che finora è mancato.

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