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Charlie Watts, un batterista tranquillo

Charlie Watts REUTERS/Rodrigo Garrido/File Photo

Associare l’aggettivo tranquillo al termine batterista vuol dire creare un ossimoro, certamente tra i più paradossali. Eppure, avvicinarlo all’immagine di Charlie Watts vuol dire rispettare e confermare la sua professionalità e la sua caratteristica. Charlie era una contraddizione, nel mondo dei “picchiatori” di rullante, piatti e tamburi. Era forse l’unico batterista a cui non piaceva eseguire assoli. Eppure era sua la batteria, quella in Jumping Jack Flash, Honky-Tonk Woman, Paint it black, Simpathy for the Devil, Satisfaction, Start me up, tra i brani che per primi mi vengono in mente.

Charles Watts era “il tempo”, nella famiglia dei Rolling Stones. Il padre che detta le regole, le stesse regole che si possono infrangere. Le regole che hanno da sempre infranto le anime ribelli di Jagger e Richards. Non era un virtuoso, ma di sicuro era un batterista insostituibile, dallo stile e dal suono inimitabili. Keith Richards asserisce che “Watts è (era) il miglior batterista col quale abbia mai suonato”. Certo, Richards è un chitarrista. E tutti i chitarristi (come tutti i solisti), devono essere prime donne; e le prime donne, si sa, hanno bisogno di una scenografia e un proscenio di tutto rispetto, per poter esplodere. Charlie Watts era questo, la scenografia e il proscenio (il tempo) che permetteva agli altri di esprimersi al meglio e di scatenarsi, perché se uscivano metaforicamente dal palcoscenico, lui era sempre lì ad accoglierli e a portarli sempre più in alto. Veniva dal Jazz e diceva che avrebbe voluto nascere qualche decennio prima (era nato nel 1941), per suonare con Charlie Parker e Dizzie Gillespie. Era la figura meno “Rock”, la più pulita del gruppo (sporcata solo da una storia di eroina, mai venuta alla ribalta), ma certamente non la meno importante.

Senza di lui scompare l’immagine di Highlanders che ha finora caratterizzato i Rolling Stones. Le rughe profonde nel volto di Mick Jagger, le mani deformate dall’artrite di Keith Richards, i capelli tinti, nerissimi e folti, sul viso magro e scavato di Ron Wood, tutto questo ora viene alla luce improvvisamente. La sua morte li ha fatti invecchiare all’improvviso; non certo perché gli altri componenti siano immuni dalle malattie e dai segni del tempo. Jagger ha subito nel 2019 la sostituzione della valvola aortica; Wood, fumatore accanito, è stato operato nel 2017 per un cancro al polmone. Richards non ha mai smentito di aver fatto uso pesante di droghe (per sua ammissione: “Non ho mai avuto problemi con le droghe, ho avuto problemi solo con la polizia!”).

Non che Charlie Watts sia stato il collante del gruppo, anche se forse in parte è così, ma di certo era l’anima più angelica in un tavolo di diavoli; colui che segna il tempo, della musica e dei loro decenni passati meravigliosamente alla ribalta. Era il pace-maker che ha funzionato per il cuore del gruppo, dal 1963 a oggi, ma non per il suo, che il 24 agosto ha smesso di battere.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia