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Afghanistan, era già tutto scritto in quella stretta di mano

Il 29 febbraio 2020 nel lussuoso Sheraton Gran Doha, in Qatar, si chiuse la fallimentare esperienza ventennale dell’occupazione Nato dell’Afghanistan. Dopo 6 anni dall’inizio del dialogo, prima segreto e poi pubblico, tra i talebani e gli Stati Uniti si firmavano solennemente le 4 paginette dell’Accordo per la Pace in Afghanistan.  I firmatari erano Zalmay Khalilzad, diplomatico afgano-statunitense e il rappresentante talebano Abdul Ghani Baradar. Il governo in carica negli Stati Uniti era presieduto da Donald Trump. L’accordo venne appoggiato dal consiglio di Sicurezza dell’ONU, dalla Russia, dalla Cina e dal Pakistan, e “apprezzato” dall’India. Il Governo afghano venne lasciato fuori, a dimostrazione della considerazione di Washington nei confronti della sua creatura politica. I negoziati tra le parti afgane dovevano iniziare a Oslo un mese dopo, ma fallirono da subito.

Tutto ciò che sta succedendo ora era quindi già scritto, ma incredibilmente non venne considerato, anzi, molti si aspettavano che Joe Biden cambiasse rotta. Invece è stato confermato che la resa ai talebani è una linea della politica estera Usa, iniziata da Barack Obama, sottoscritta da Donald Trump ed eseguita da Joe Biden.

Cosa diceva l’accordo? Che se i talebani avessero garantito la rottura politica con Al Qaeda e Isis, e non avessero permesso che potessero operare dal loro territorio, sarebbero state eliminate le sanzioni contro i talebani e ritirate le truppe entro 14 mesi dalla firma, cioè entro aprile del 2021. Nelle 4 paginette non si accenna assolutamente ai diritti, alle donne, alla democrazia, al governo successivo al ritiro, alla fine dei collaboratori. In buona sostanza, l’accordo può essere considerato a tutti gli effetti come un accordo di resa da parte della potenza americana che esigeva le minime garanzie sul terrorismo, principale motivazione dell’invasione del 2001, per ritirare le truppe senz’altre contropartite. Fa specie in queste ore di dichiarazioni dettate dall’emotività e dalla preoccupazione, come pochissimi avessero letto questo accordo, come pochissimi avessero pensato che fosse una cosa seria e come pochissimi avessero ipotizzato le conseguenze. Al netto dell’errore logistico grossolano di ritirare prima i militari e poi i civili e di quello politico di stabilire il calendario definitivo senza consultarsi con gli alleati. Con la Nato in ritirata e i talebani vittorioso sul campo, chi poteva credere che sarebbero state “rispettate le conquiste degli ultimi anni”, che “sarebbero stati garantiti i diritti delle donne”, ecc, ecc? E’ come se il mondo occidentale che gravita attorno all’Afghanistan non avesse presso atto della sconfitta politica e militare dell’alleanza guidata dagli Stati Uniti e avesse voluto continuare ad operare ad infinitum in un paese con la capitale controllata dalle forze di occupazione e il resto del paese controllato dalla formazione pashtun dei Talebani. In queste ore tra l’altro, è difficile trovare visioni critiche sul definitivo fallimento dello strumento bellico per operazioni di nation building o di esportazione della democrazia teorizzata a cavallo del cambio di secolo da repubblicani e democratici Usa. Anche per quanto riguarda l’Iraq, il grande dimenticato da tutti.

Le cose stanno ora così, da un lato un presidente Usa, che pur sbagliando tempistiche, tiene fede all’impegno bipartisan sottoscritto con i talebani che sancisce che per il suo paese l’unica cosa che interessa è la sicurezza nei confronti del terrorismo, dall’altro i paesi occidentali che negli anni hanno dovuto giustificare la loro presenza sui campi di battaglia con alti propositi di civiltà. Soprattutto quello che riguarda il filone dei diritti delle donne. E che ora non sanno cosa fare, con l’alleato americano che si squaglia, i cittadini ostili all’arrivo di nuovi profughi e il dovere rendere conto dell’errore nel quale si è insistito per vent’anni bruciando risorse ingenti. L’Afghanistan è costato agli alleati oltre 2.300 miliardi di dollari, più di 100 volte il Pil del paese per giungere a nulla. Ma forse, ciò che fa più paura in Europa è che si impone con urgenza il ripensamento della politica atlantistica del dopo Guerra e dell’allineamento a prescindere con gli Stati Uniti. Fa paura pensare che ci vorrebbe un’Europa unita e con una politica estera solida. Fa paura constatare che si può essere un gigante economico e un nano politico allo stesso tempo. Nella nuova geopolitica mondiale, tra i giocatori abilitati manca l’Europa, ma mancano anche i singoli paesi europei che furono potenze mondiali. Giganti economici e nani politici appunto.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia