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Tre dossier sul lavoro “congelati” dai litigi fra Ministeri

Un momento dell'incontro convocato al Mise sull'ex Ilva tra il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ed il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, con i sindacati, Roma, 26 marzo 2021. ANSA/ UFFICIO STAMPA +++ ANSA

Fosse solo una questione di soldi, quella della quarantena Covid non riconosciuta più come malattia sarebbe archiviabile come una vicenda grave, perché rischia di tagliare gli stipendi di migliaia di lavoratori, ma comunque risolvibile. Insomma le risorse si possono sempre trovare, considerando che non serve una cifra spropositata, ma qualche centinaia di milioni. Soprattutto arrivare a una soluzione conviene al Governo se non vuole macchiarsi della schizofrenia di chi da una parte obbliga il lavoratore a stare in casa per tutelarsi dal contagio e dall’altra però non gli garantisce il pagamento integrale della retribuzione. Ma a venti giorni dal messaggio con cui l’Inps ha comunicato che i soldi sono finiti, l’esito della vicenda è congelato. Dal Ministero del Lavoro fanno sapere che hanno posto da subito la questione al Tesoro e che la valutazione va fatta lì, ma dal Ministero dell’Economia spiegano che non ha senso tirare fuori i soldi se prima non si è assunta la decisione, politica e da parte di tutto il Governo, di continuare a considerare la quarantena come malattia.

La questione in sé è complessa. Innanzitutto il trend dei lavoratori in quarantena è in calo rispetto a un anno fa (962mila nel 2020 a fronte di circa 200mila nel primo semestre del 2021) e poi c’è da considerare che molti di questi lavoratori lavorano da casa e quindi hanno lo stipendio pieno garantito. Tra l’altro il rischio di ritrovarsi fino a mille euro in meno in busta paga se la quarantena dura 15 giorni si trasformerà in realtà solo se le imprese non si sostituiranno all’Inps nel pagamento della retribuzione e dei contributi per i giorni di assenza. Questi elementi non cancellano la traccia del problema; un’ipotesi che sta prendendo forma in queste ore, secondo quanto apprende Huffpost da fonti di governo molto attendibili, è un rifinanziamento solo per quei lavoratori che effettivamente rischiano di vedersi decurtare lo stipendio perché non possono lavorare in smart working stando in quarantena, come ad esempio l’operaio di un cantiere. Ma il dato che attraversa questa storia è anche un altro: il rimpallo tra i due ministeri è solo una delle tante tensioni che toccano anche un terzo dicastero, quello dello Sviluppo economico, su un tema cruciale come è quello del lavoro. Non è solo la quarantena. Ci sono anche le delocalizzazioni e quindi la gestione dei licenziamenti, la riforma degli ammortizzatori sociali, ancora il reddito di cittadinanza. 

Elevare queste fibrillazioni alla minaccia di una crisi di governo è un esercizio banale per varie ragioni e poi sono gli stessi partiti di maggioranza a ridimensionare il tiro quando la questione trasborda sui giornali, forse in un impeto di autocoscienza che rimanda ai veri temi caldi, cioè all’Afghanistan. Ma il fatto che Pd, Lega e 5 stelle, con l’innesto seppure secondario delle altre forze politiche della maggioranza, passino giornate intere a parare colpi e veleni, a dare spin e controspin, a tirare fuori bozze e documenti per marcare il territorio, la dice lunga sul fatto che queste tensioni ci sono. E soprattutto sono pronte a esplodere quando bisognerà arrivare alle decisioni. 

Gli ingredienti per un autunno complicato sul fronte del lavoro ci sono già. E anche i protagonisti. La materia è di competenza del ministro Andrea Orlando, ma Lega e i 5 stelle non vogliono restare alla finestra. Ci sono ragioni di incroci di competenze (i licenziamenti e le delocalizzazioni riguardano anche il ministero dello Sviluppo economico), ma anche motivazioni legate non tanto, meglio non solo, alle visioni differenti per risolvere i problemi, ma a un consenso da preservare o da strappare all’altro. Il destino del reddito di cittadinanza, che la Lega è tornata a mettere in discussione, è il banco di prova dei 5 stelle che non vale solamente la difesa di una misura-bandiera, ma la possibilità di contare in un ambito che il Pd punta a riconquistare sul fronte dei lavoratori e che il Carroccio vuole fare suo nell’ottica della tutela delle ragioni delle imprese. 

Ma veniamo ai movimenti. Lungo il tragitto ministero del Lavoro-Tesoro si sono materializzati due ostacoli. Il primo, come si diceva, è quello della quarantena. Il secondo è molto più ampio e ai dem può costare tantissimo se la prospettiva è quella descritta poco fa. La riforma degli ammortizzatori sociali, copyright Orlando, costa otto miliardi. Troppi per le stime che Daniele Franco e i suoi stanno facendo a via XX settembre. La dinamica che sta accompagnando la scrittura del provvedimento, tra i primi annunciati dal governo Draghi, è quella di un costante stop and go tra i due ministeri. Da una parte si prova ad ampliare il più possibile l’universalità della misura, tirando dentro anche le imprese con un solo dipendente, dall’altra, cioè al ministero dell’Economia, si tira la corda nel senso opposto per contenere il ricorso alle casse pubbliche. Anche qui il dato più interessante non è quello economico, nello specifico l’asciugatura da 8 a 5 miliardi (di cui 1,5 miliardi presi dallo stop al cashback), ma quello dell’impatto sui diversi fronti. Se Franco è chiamato a fare il ministro dell’Economia, e quindi a tenere in ordine i conti nella pur favorevole stagione di espansione che permette qualche extra, dall’altra parte c’è il tema del consenso. Meno soldi significa che qualcuno dovrà restare fuori dalle nuove tutele. E dato che qui si parla di dare un ammortizzatore sociale a chi si ritroverà licenziato o comunque senza nessuna tutela, è facile immaginare il contraccolpo. 

Le cose non si fanno più semplici se si passa alla direttrice che corre lungo l’asse ministero del Lavoro-Sviluppo economico. Qui le cose si complicano perché alle dinamiche tra il Pd e la Lega, che hanno idee opposte sulle misure anti delocalizzazioni, si aggiungono quelle tra il Carroccio e i 5 stelle. Il decreto messo a punto dalla viceministra in quota grillina Alessandra Todde insieme a Orlando non piace a Giorgetti. Il ministro non intende assolutamente polemizzare né alzare i toni e dal palco del Meeting di Rimini ha lanciato un messaggio di responsabilità rivolto a tutte le forze di maggioranza: “Il Governo ha la necessità di toni bassi, la politica di toni alti in campagna elettorale. Le cose sono difficilmente conciliabili, spero prevalga l’interesse del Paese e che i toni siano bassi”. Ma l’atto di indirizzo voluto da Giorgetti e che introduce una clausola sull’occupazione, cioè una corsia preferenziale per assumere i lavoratori di aziende in crisi, non ha fermato il lavoro sotto traccia di Todde e Orlando. È pronta una nuova bozza del decreto anti delocalizzazioni: anche i 5 stelle non vogliono arrivare al frontale con la Lega, ma è evidente che non vogliono neppure lasciargli troppo campo libero. Il fatto che Giorgetti e Todde abbiano fatto dei distinguo sulle modalità di lavoro del decreto mette in evidenza un rapporto quantomeno complesso dentro al ministero. 

È tornato a scaldarsi anche il fronte del reddito di cittadinanza. Il tempo per trovare una quadra dentro la maggioranza non è infinito. A settembre entreranno nel vivo i lavori preparatori della manovra d’autunno e bisognerà capire quanti soldi finiranno alla misura cara ai 5 stelle. I conti vanno fatti anche con la riforma degli ammortizzatori sociali, ma anche con misure che interessano a tutti i partiti, come la riforma del fisco e quelle per le pensioni. Bisognerà capire se si destinerà un pacchetto di risorse a tutte le riforme o se invece ci si concentrerà su una-due. Su questo decideranno Franco e Draghi. E tutto sarà tranne che solo una questione di soldi. 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia