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Primo colloquio Xi-Putin sulla situazione in Afghanistan

Chinese President Xi Jinping holds talks with Russian President Vladimir Putin via video link in Beijing, capital of China, June 28, 2021. (Photo by Ding Lin/Xinhua via Getty Images)

Il presidente cinese Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin hanno avuto un colloquio telefonico sulla situazione in Afghanistan. Lo riferiscono i media cinesi. Si tratta del primo colloquio telefonico tra i due capi di Stato dalla presa del potere dei talebani a Kabul.

All’indomani del G7 – che ha certificato la grande fuga dell’Occidente dall’Afghanistan – Pechino e Mosca si confermano come attori di primo piano nel difficile futuro di un Paese devastato da oltre quarant’anni di conflitto. Rispetto ai Paesi occidentali, impegnati negli ultimi vent’anni in una guerra confusa contro il terrorismo ma anche contro gli stessi talebani, cinesi e russi si trovano in una posizione meno compromessa e dunque con più spazio di manovra. La scarsa considerazione dei diritti umani, civili e politici, inoltre, è un tratto che accomuna entrambe le leadership, togliendo di mezzo la grande questione su cui si arrovellano gli occidentali.

Da mesi la diplomazia russa e cinese ha contatti con esponenti talebani, che vedono soprattutto in Pechino la possibilità di un sostegno economico in cambio di aperture a investimenti e sfruttamento delle risorse minerarie del paese.

“La Cina è pronta a rafforzare l’interazione e il coordinamento con l’intera comunità internazionale, compresa la Russia, e invita tutte le parti in Afghanistan a negoziare la creazione di una struttura politica aperta e inclusiva, a condurre una politica interna ed estera moderata e contenuta, a dissociarsi completamente da tutte le organizzazioni terroristiche e stabilire relazioni amichevoli con tutti i Paesi del mondo, in particolare con gli Stati vicini”, ha affermato il capo dello Stato cinese, citato dall’emittente televisiva China Central Television, durante la conversazione con il capo del Cremlino.

L’abbraccio tra cinesi e talebani, infatti, è possibile ma non scontato. Il governo cinese è accusato di aver messo in atto una delle più gravi violazioni dei diritti umani di questi tempi, l’oppressione degli uiguri nello Xinjiang, etnia turcofona di fede islamica. Per gli studenti coranici – questo vuol dire alla lettera la parola “talebani” – dipendere economicamente da un regime che opprime i musulmani accende delle contraddizioni superabili solo una forte dose di pragmatismo.

Mosca non ha escluso la possibilità di riconoscere il nuovo regime, anche se attualmente il gruppo risulta classificato in Russia come organizzazione terroristica. Il governo di Mosca ha reagito con calma al cambio di potere in Afghanistan: rispetto all’Occidente, era più preparato alla conquista del potere da parte dei talebani. “Non siamo preoccupati”, ha commentato l’inviato speciale del presidente russo in Afghanistan, Samir Kabulov, mentre le cancellerie europee assistevano attoniti alla grande disfatta di Kabul. L’ambasciata russa è una delle poche a essere rimaste aperte nella capitale afghana, insieme a quelle di Cina, Pakistan, Iran, Turchia, Qatar, Emirati Arabi Uniti.

Durante un recente incontro con Angela Merkel, Putin si è messo in cattedra dando lezioni di democrazia all’Occidente. “Non si può imporre il proprio stile di vita su altri popoli, perché hanno le loro tradizioni. Questa è la lezione da trarre da quanto accaduto in Afghanistan. D’ora in poi lo standard sarà il rispetto delle differenze, perché non si può esportare la democrazia, che uno lo voglia o no”. Sia lui sia Xi Jinping si preparano ora a esercitare il loro ruolo nella crisi afghana, in attesa di un G20 anticipato a cui sta lavorando la presidenza italiana.

“Credo che il G20 possa aiutare il G7 nel coinvolgimento di altri paesi che sono molto importanti perché hanno la possibilità di controllare ciò che accade in Afghanistan”, ha detto ieri il premier Mario Draghi ai suoi colleghi, citando anche l’Arabia Saudita, la Turchia e l’India. Si lavora per una sessione nella prima metà di settembre, anticipando lo svolgimento previsto al momento fissato per il 30 e 31 ottobre. 

L’asse delle autocrazie – bersaglio di tutti i discorsi di Washington e della Nato nel corso dell’ultimo anno – sono di nuovo qui, al centro di una comunità internazionale che senza di loro può fare ben poco.

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia