• Mar. Ott 26th, 2021

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Le democrazie al crepuscolo nelle mani dei tecnici (di F. Laureti e G. Martinangeli)

Young woman protester holding placard with text

(di Francesco Laureti, studente di Politiche Europee e Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore; Guglielmo Martinangeli è uno studente di Filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore)

 

Fin dagli anni ’90 del secolo scorso, sui cieli delle democrazie occidentali si sono addensate nubi temporalesche. Con il tramonto del mondo bipolare, l’oracolo della “fine della storia” ha tradito le aspettative, tanto che all’ultima ondata di democratizzazione (post-1989) è seguito un fenomeno di riflusso guidato da democrazie miste e regimi ibridi. E per quanto i politologi si siano sforzati di ricercare cause scientificamente misurabili mediante un approccio quantitativo, al centro del dibattito, italiano e internazionale, è riemersa un’annosa questione: il ruolo della fiducia nella vita democratica. 

Cultura civica, legittimità e fiducia

Che lo svolgimento di elezioni libere, ricorrenti, corrette e competitive in un dato Paese – uno dei “requisiti minimi” formulati da Robert Dahl – non sia sufficiente a qualificare un regime come democratico, è un dato di fatto. Basti pensare alle “democrazie popolari” che gravitavano nell’orbita sovietica. Ai fini della presente analisi sarà invece utile richiamare l’attenzione sull’accezione culturale di democrazia, che, perché possa radicarsi e dar prova di solidità dinanzi ai periodi di crisi, necessita di una “cultura civica” adeguata: un viatico per la stabilità del regime democratico nel tempo.

Già secondo Almond e Verba, che posero le basi del citizen politics approach alla scienza politica, alla formazione di una civic culture diffusa potevano concorrere una partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica, un loro impegno civile moderato, l’assenza di dissensi marcati, la fiducia nel proprio ambiente sociale, il rispetto dell’autorità e la convinzione della legittimità delle istituzioni. A conoscere un lento e inesorabile declino è stata la fiducia nelle pubbliche istituzioni a cavallo tra XX e XXI secolo, mentre, di pari passo, in molte democrazie occidentali cresceva l’astensionismo. 

Bisogna pur dire che la democrazia non ha mai raggiunto il suo stadio definitivo. “Il principio dell’origine elettorale della legittimità dei governanti e l’espressione della diffidenza dei cittadini nei confronti del potere hanno così convissuto da sempre”, afferma Pierre Rosanvallon. Una tensione che vede contrapposti due elementi costitutivi dei processi elettorali come legittimità e fiducia, tra le quali la prima indica una qualità giuridica derivante dalle elezioni e la seconda, invece, “un’ipotesi su una condotta futura” (Simmel). Da ciò conseguono sue grandi sfide contemporanee alla democrazia: tecnocrazia e populismo.

Per l’analisi fin qui sviluppata, rileva particolarmente la prima sfida, che chiama in causa la contrapposizione tra tecnici (o, più in generale, “scienziati”) e cittadini. Questi ultimi, soprattutto in tempi di emergenza come quelli attuali, sono davvero costretti ad affidarsi ai tecnici? Difficile sottrarsi agli strumenti di valutazione e alle competenze degli esperti (o presunti tali) in una società in cui il sapere, anche nel campo della governance, diviene sempre più specialistico e frammentato. Ma i nodi relativi al ruolo rivestito del “clero degli scienziati”, specialmente nei processi decisionali degli esecutivi, restano irrisolti. 

Tuttavia, a seguito della precedente rassegna dei più recenti approdi della ricerca nel campo della scienza politica, converrà volgere lo sguardo al passato e risalire alle radici della storica tensione tra partecipazione democratica “dal basso” e ambizioni di élite politiche ed economiche che, fin dall’antichità, tentano di imporsi “dall’alto”.

L’oligarchia dei tecnici

La tecnocrazia può rappresentare un fattore di snaturamento della democrazia, dacché è evidente che la tecnocrazia aderisce ad un modello oligarchico. I tecnici, che di volta in volta entrano a costituire il potere esecutivo, sono nominati dai componenti di quest’ultimo. Inoltre, il potere politico di tali tecnici trarrebbe la propria legittimità dall’incompetenza del popolo oppure dei suoi rappresentanti.

Sin dagli albori del pensiero politico, quest’ultimo elemento ha caratterizzato la critica oligarchica della democrazia: “Si dirà che la democrazia non è né intelligente, né giusta”; così, con tono che ci pare quasi profetico, si esprimeva il democratico Atenagora di Siracusa in un discorso riportato da Tucidide.

Nella stessa direzione procede il discorso tripolitico di Erodoto, in cui Megabizo, sostenitore dell’oligarchia, considerando il popolo privo di intelligenza, auspica che il potere politico sia detenuto da un gruppo ristretto di uomini migliori, nella ferma convinzione che soltanto da essi derivino le deliberazioni migliori.

Della convinzione opposta si nutre l’idea di democrazia, secondo cui – seguendo il discorso di Atenagora testé citato – “le migliori decisioni le piglia, dopo essersi informato, il popolo”, poiché è cosa propria dei cittadini che partecipano alla vita democratica quella che Pericle, nel celeberrimo Epitaffio, chiama cura degli affari e degli interessi pubblici, in vista dei quali la cittadinanza riunita in assemblea, informandosi e discutendo, prende le decisioni.

Non si può dire altrettanto dei tecnici: la presunta bontà delle loro decisioni è conferita non tanto dalla (di fatto assente) garanzia che essi perseguano gli interessi pubblici, quanto piuttosto dalla supposta oggettività della scienza di cui sono ritenuti – da chi arbitrariamente li designa – i più illustri depositari. Oltretutto i tecnici tendono non solo a sottrarsi alla discussione assembleare, ma anche ad aggirare i vagli che regolano quest’ultima, rintanandosi in sedi – spesso nemmeno previste dal dettato costituzionale – a cui faticano ad accedere le usuali forme di controllo pubblico (tratto essenziale della democrazia sia classica sia moderna), rendendo impossibile la legittima verifica della trasparenza degli attori della vita politica.

Da ciò segue che le prassi tecnocratiche, giacché rifuggono quel locus naturalis delle moderne democrazie statuali che è il parlamento, prediligono di gran lunga sguazzare nello stagno dell’imposizione piuttosto che nel mare della persuasione, che meglio si addice al fare democratico che dovrebbe regnare nelle istituzioni repubblicane.

Alla luce di ciò, è più che lecito dubitare del fatto che i nuovi profili tecnocratici che si stanno vieppiù stagliando sull’orizzonte degli stati nazionali occidentali siano animati dallo spirito democratico di cui parla la nostra Costituzione e di cui le nazioni europee, prosciugate da innumerevoli crisi, sono sempre più assetate.

Riferimenti

Almond, G., Verba, S., The Civic Culture: Political Attitudes and Democracy in Five Nations, Sage Publications, 1963

Dahl, R., Democracy and Its Critics, Yale University Press, 1989

Rosanvallon, P., La contro-democrazia. La democrazia nell’era della diffidenza, Ricerche di storia politica, Fascicolo 3, novembre 2006

Simmel, G., Sociologie. Etudes sur les formes de la socialisation, Paris, Puf, 1999

Tucidide, La guerra del Peloponneso, a cura di F. Ferrari, BUR, Milano, 2018

Articolo proveniente da Huffington Post Italia