• Mar. Ott 26th, 2021

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Bennett va da Biden, un reset per il rapporto Israele-Usa

Agli inizi dell’era Reagan, il 22 Giugno 1982 durante l’audizione alla Commissione Affari Esteri del Senato statunitense, il primo ministro israeliano Menachem Begin venne provocato da un senatore in erba del Delaware, il giovane democratico Joe Biden, che con tono alterato e battendo i pugni sullo scranno ammoniva l’interlocutore di un possibile taglio degli aiuti a Israele nel caso non fosse congelata l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Il leader del Likud rispose con altrettanta veemenza all’attacco, pronunciando la storica frase: Io non sono un ebreo a cui tremano le ginocchia.

Quella di Begin apparve una lezione di stile, in realtà la risposta aveva l’evidente scopo di delimitare il campo delle ingerenze di Washington e, allo stesso tempo, offrire la sponda ad un duraturo sodalizio con l’ala repubblicana: Non osare minacciare di tagliare gli aiuti. Davvero pensi che, poiché gli Stati Uniti ci prestano denaro, hanno il diritto di decidere ciò che dobbiamo fare? Siamo grati per l’assistenza che abbiamo ricevuto, ma non accettiamo intromissioni. Sono un ebreo orgoglioso. Tremila anni di cultura sono alle mie spalle, e non mi spaventano le tue intimidazioni. Prendi nota: non vogliamo che un singolo vostro soldato muoia per noiDibattito acceso che non sfociò in rottura e non compromise il flusso degli aiuti, che ovviamente continuò. Begin non perse la faccia e Biden iniziò a costruire la sua lunga carriera. Facendo sentire la sua voce all’interno della sfera democratica post Carter.

Dopo 40 anni il percorso di Biden è culminato con l’ingresso alla Casa Bianca. Mentre, in Israele a capo del governo siede Naftali Bennett, che si muove nel solco della tradizione di Begin. Bennett che a sua volta ha detronizzato un altro esponente di spicco della scuola conservatrice, il signore della destra Benjamin Netanyahu. In queste ore Biden riceve in visita ufficiale Bennett, l’incontro arriva in un momento particolarmente caldo e non proprio dei migliori per entrambi.

Biden è impegnato in politica estera sulla vicenda Afghanistan a contenere i danni. La questione talebana è degenerata in un problema diventato disastroso, che rischia di oscurare l’immagine, e il mandato, di un presidente al quale una larga fetta di cittadini continua a preferire Trump.

Il primo ministro di Israele è invece impegnato su tre fronti: evitare l’ennesima escalation di tensioni con Gaza; tamponare gli effetti della variante delta che sta colpendo il paese da settimane; lavorare per tenere aggregata una maggioranza risicata e disomogenea. Nella lotta alla pandemia il Governo di emergenza da lui presieduto ha adottato il richiamo della terza dose di vaccino, ricevendo critiche. Metodologia che ha trovato estimatori internazionali del sistema laboratoriointrodotto da Israele, per volere di Netanyahu. Forse proprio l’assenza dalla scena di un personaggio tanto discusso ed invasivo è uno dei motivi di questa riunione. Per la Casa Bianca è importante capire quali siano le intenzioni, le priorità e lo spiritoche guideranno i passi del primo esecutivo post Bibi. Quanto Gerusalemme resterà fedele alle strategie d’indirizzo di Washington. E di quale entità sia il gap che divide o le sinergie che avvicinano.

È indubbio, quindi, che il cuore dei colloqui è l’Iran. Su questo fronte la linea di Bennett diverge da quella di Netanyahu ma la sostanza non cambia: l’aggressione regionale messa in atto dall’Iran mina la sicurezza di Israele e dei suoi alleati arabi. La lunga mano degli ayatollah si estende oramai a largo raggio d’influenza nel Medioriente: Libano, Siria, Iraq, Yemen, fino alle spiagge di Gaza dominio di Hamas. Teheran è al punto più avanzato del suo programma nucleare. Vani i tentativi, anche segreti, di rallentarne l’arricchimento dell’uranio.

La sterzata dell’elezione dell’oltranzista Ebrahim Raisi al vertice dello stato islamico presenta evidenti criticità. Riprendere il tavolo dalla trattativa del 2015 imbastita da Obama pare solo una perdita inutile di tempo, almeno questa è opinione diffusa un po’ ovunque tranne che a Bruxelles, dove tuttavia la diplomazia della distensione non è del tutto condivisa. Se Biden ha commesso l’errore di seguire le orme di Trump e far cadere Kabul, potrebbe ora rinnegare la visione della pax obamiana ed aprire un nuovo corso. Se il giovane Bennett vuole convincerlo dovrà fare attenzione a non menzionare Begin e dimostrare che la legacy di Netanyahu è un solo ricordo del passato.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia