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Afghanistan, il dramma di chi resta. 14 milioni in marcia verso la fame

KABUL, AFGHANISTAN - AUGUST 22: Children, who are among the biggest victims of the evacuations during temperature exceeding 35 degrees and thirst, are received water and food

“Stiamo finendo le scorte di cibo in Afghanistan. Entro fine settembre i magazzini del World Food Programme saranno vuoti. Abbiamo un disperato bisogno di 200 milioni di dollari per aiutare a calmare la tempesta e portare speranza a 14 milioni di persone in tutto il paese che hanno bisogno del nostro aiuto. La nostra finestra per consegnare prima dell’inverno si sta chiudendo VELOCEMENTE”. L’appello di David Beasley, direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale (WFP), l’agenzia Onu premio Nobel per la pace 2020, riflette la drammaticità del futuro che aspetta milioni afghani una volta che le operazioni di evacuazione occidentale saranno terminate e l’attenzione del mondo si distoglierà da questo paese che conta 38 milioni di abitanti. Oltre agli sfollati – più di mezzo milione solo quest’anno, secondo le Nazioni Unite – bisognerà pensare anche a chi resta e a chi proverà a scappare in futuro, non solo dalla repressione dei talebani ma anche dall’abisso della fame e della povertà assoluta.

Allo stato attuale, infatti, l’Afghanistan è uno stato in bancarotta. Il bilancio del governo afghano è finanziato dal 70% all′80% da donatori internazionali, inclusa l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID). Dopo la presa del potere da parte dei talebani, quasi tutte le agenzie e le istituzioni internazionali hanno sospeso i loro finanziamenti all’Afghanistan. L’ultima, in ordine di tempo, è stata la Banca mondiale, motivando la decisione con la “forte preoccupazione” per la situazione delle donne. “Abbiamo sospeso i versamenti per le nostre operazioni in Afghanistan e stiamo monitorando e valutando attentamente la situazione”, ha dichiarato un portavoce della Banca mondiale, che ha oltre 20 progetti di sviluppo in corso nel Paese e ha fornito 5,3 miliardi di dollari dal 2002, principalmente in sovvenzioni. Qualche giorno fa era stata la volta del Fondo monetario internazionale, a sua volta allarmato per il quadro di “grande incertezza” derivante dall’ascesa dei talebani.

Assieme al congelamento delle riserve del governo afghano deciso da Washington – si parla di quasi dieci miliardi di dollari – la chiusura dei rubinetti internazionali pone i talebani di fronte a un problema enorme e immediato: al di là dei traffici illeciti, dove reperire i soldi per evitare il collasso del paese con relativa catastrofe umanitaria. Come osserva Nico Piro, inviato Rai ed esperto di Afghanistan, la congiuntura è totalmente sfavorevole, tra conflitto e siccità persistente, che quasi metà della popolazione è a rischio carestia.

Per le agenzie di aiuto allo sviluppo la situazione attuale rappresenta “un paradosso”, nota Robert Crews, professore di storia della Stanford University e autore del libro del 2015 “Afghan Modern: The History of a Global Nation”. “Se sei un operatore umanitario in un ospedale statale, stai servendo un regime la cui legittimità è in bilico”, afferma Crews, citato dalla Reuters. “Ma se tutti tornano a casa, quanto ci metterà lo Stato a crollare?”. Per Michael McKinley, ambasciatore Usa in Afghanistan tra il 2015 e il 2016, “i talebani avranno bisogno di sostanziali finanziamenti esterni, a meno che non si riducano a ciò che hanno fatto dal 1996 al 2001, che è stato essenzialmente portare il governo a livelli minimalisti”. “Vivere del traffico di stupefacenti non ha fornito loro un percorso per rimanere al potere”, osserva ancora McKinley, oggi consulente senior di Cohen Group.

Secondo diversi analisti, la ritirata economica della comunità internazionale, e in particolare dell’Occidente, rischia di degenerare in una crisi ancora più grande. “Ci sarà un’enorme tentazione di staccare la spina e andarsene, ma lo abbiamo fatto nel 1989 e l′11 settembre è accaduto 12 anni dopo”, fa notare Daniel Runde, esperto di sviluppo presso il Center for Strategic and International Studies di Washington.

Nel futuro dell’Afghanistan chi promette di avere un ruolo da protagonista è soprattutto Pechino, in stretto collegamento con Mosca. “La Cina e i talebani afghani hanno una comunicazione e una consultazione senza ostacoli ed efficaci”, ha detto oggi il portavoce del ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin, sottolineando la disponibilità di Pechino a “svolgere un ruolo costruttivo per la pace e la ricostruzione del Paese”. Ma al di là dei possibili – e non facili – investimenti cinesi sul suolo afghano, la questione del presente e del prossimo futuro è come fronteggiare il dramma umanitario.

A pagare il prezzo più alto saranno ancora una volta le donne e i bambini, che compongono il 60% degli sfollati di quest’anno. ”È la crisi delle bambine e dei bambini”, dichiara all’Ansa Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia. “La metà di tutti gli sfollati, dei profughi, delle persone in emergenza umanitaria sono bambine e bambini”. 

L’accesso all’istruzione non è l’unica incognita che grava sul futuro delle bambine e delle donne afghane. Come sottolinea la Thomson Reuters Foundation, il ritorno al potere dei talebani minaccia i diritti di proprietà sulla terra faticosamente conquistati dalle donne afghane, che ora rischiano di perdere definitivamente la loro terra e le loro case. Durante l’Emirato islamico dell’Afghanistan (1996-2001) i talebani imposero una rigida legge islamica che negava in gran parte i diritti di proprietà alle donne. La situazione era cambiata negli ultimi anni, con la concessione di titoli di proprietà a vedove, divorziate e famiglie guidate da donne. Il timore è che possano perdere tutto, ancora una volta, scivolando nell’indigenza più nera. “Le donne hanno già affrontato molte sfide nell’esercizio dei loro diritti di proprietà, ma con il ritorno dei talebani sono diventate ancora più vulnerabili”, afferma Heather Barr, direttrice ad interim della divisione per i diritti delle donne di Human Rights Watch. ”È molto difficile immaginare che i talebani rispettino i diritti di proprietà delle donne, e questo avrà un impatto devastante sulle donne che stanno lottando per proteggere se stesse e le loro famiglie”. Ci sono circa 2 milioni di vedove in Afghanistan. Secondo alcune stime, meno del 5% dei documenti di proprietà della terra nel paese include il nome di una proprietaria. Anche quella piccola porzione rischia di scomparire, costringendo moltissime alla fame.

L’eredità del grande ritiro occidentale dall’Afghanistan è fatta anche di questo, come ricorda un appello lanciato in queste ore da Amnesty International Italia. Il presidente Usa Joe Biden “si è impegnato a non consegnare la guerra in Afghanistan a un successivo presidente. Ora deve prendere un altro impegno: di non consegnare a un successivo presidente la crisi umanitaria in atto nel paese”. Parole che si uniscono a quelle del direttore del World Food Programme David Beasley: “C’è una tempesta perfetta in arrivo a causa di diversi anni di siccità, conflitti, deterioramento economico, aggravati dalla pandemia di Covid-19. Il numero di persone che marciano verso la fame è salito a 14 milioni”. Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha confermato che “l’Onu rimarrà in Afghanistan e continuerà a fare tutto il possibile, sia per la sicurezza del personale, sia per aiutare il popolo afghano che ha sofferto così tanto”. Il pensiero di come aiutare chi resta a non morire di fame dovrebbe essere al centro di ogni dibattito sull’Afghanistan. Ma ci vorrebbe, appunto, un po’ di umanità.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia