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Afghanistan fallimento di politiche estere in linea con quelle nazionali

A handout photo made available by the Chigi Palace Press Office shows Italian Premier Mario Draghi during a virtual G7 meeting on the ongoing crisis in Afghanistan, Rome, Italy, 24 August 2021. ANSA/ UFFICIO STAMPA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO/ FILIPPO ATTILI +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Negli anni 80 alcuni tra i politici con maggiore attenzione al rispetto dei diritti umani e la legalità internazionale, Emma Bonino e Bernard Kouchner su tutti, discutevano di diritto d’ingerenza umanitaria arrivando a sostenere che ci fosse un vero e proprio obbligo internazionale derivante della Carta delle Nazioni unite. Erano pensatori che se lo potevano permettere perché erano liberali e libertari da sempre interessati a lottare contro le discriminazioni al fianco di chi era costretto a vivere ai margini della società – spesso per via di leggi proibizioniste e punizioniste o atteggiamenti anti-scientifici in ossequio a dogmi o ideologie. Il Capitolo VII della Carte dell’Onu prevede in effetti in varie modalità l’uso della forza in casi in cui la pace e la sicurezza internazionali siano messi in crisi da qualcuno, un qualcuno che può essere anche uno stato membro della stessa Organizzazione delle Nazioni Unite. Sarebbe da privilegiare il Capitolo VI che prevede soluzioni pacifiche, nel senso di politico/diplomatiche, delle dispute, ma quando non si riesce a comporre la discordia l’intervento militare può essere attivabile. Solitamente chi crea questo tipo di problema – cioè viola i propri obblighi internazionali derivanti dall’aver ratificato la stragrande maggioranza di trattati in materia di diritti umani – è uno Stato. Quasi sempre uno Stato non democratico che controlla, affama, angustia, uccide i propri “cittadini” e aggredisce i vicini.

Ampia documentazione storica ci segnala, anche se raramente i fatti sono riassunti in questi termini, che solitamente è uno Stato “povero”, o acerrimo nemico di uno dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, P5, a subire l’uso della forza militare. Se invece è un nemico di un P5 ma amico di un altro non se ne fa niente. Questa extrema ratio dell’intervento non dovrebbe però essere l’unica azione da mettere in atto, occorrono azioni civili che non escludano la (ri)costruzione di istituzioni e infrastrutture nel pieno rispetto dello Stato di Diritto internazionale e quindi dei diritti umani universali.

Questa la teoría.

La pratica è, purtroppo, sempre stata diversa. Non solo, o non tanto, perché sia difficile fare tutte queste cose in modo coordinato tra Stati membri e organizzazioni regionali o internazionali, in terre lontane dove si parlano lingue diverse, dove resistono imposizioni gerarchiche socio-culturali da secoli o il clima o il paesaggio sono ostili, ma perché non esiste Stato Membro delle Nazioni unite che a casa propria governi nel pieno rispetto degli obblighi internazionali – obblighi che derivano dall’aver ratificato patti, convenzioni e trattati in materia di diritti umani.

Questo è il cuore del problema: tutti conoscono la teoria – in tutto il “mondo libero” e non esistono migliaia di corsi di laurea dove s’insegna di tutto teorizzandolo ulteriormente – ma nessuno la pratica. Delle due l’una: o si tratta di norme inapplicabili o da qualche parte ci sono dei problemi.

Pare forse superficiale liquidare la questione in questi termini ma le cose stanno proprio così: il fallimento di questi “interventi umanitari” deriva del fatto che nessuno li ha mai messi in atto tenendo di conto della loro complessità e “interdisciplinarietà”. Dalla Cambogia a Timor Est passando per Cipro e il Sahara occidentale fino ad arrivare el Salvador o Haiti è sempre mancato un “verso”: il rispetto delle norme che li hanno reso possibili.

Non si tratta di una questione reputazionale, si tratta di decisioni per cui si promuovono politiche (e spesso leggi) che vanno incontro a desideri di governi e non al rispetto di diritti individuali. Si sacrificano le forme di libertà necessarie per poter scegliere come organizzare la propria esistenza bilanciando esigenze e necessità personali sull’altare della stabilità. Così facendo si creano le condizioni per “Governi” che portano e mantengono sotto il proprio controllo il potere di distribuirlo a chi li sostiene e finanzia e non alla loro gente.

Questo modo di operare senza una seria valutazione dell’impatto di certe scelte ha fatto fallire tutti gli interventi internazionali lanciati in ottemperanza del Capitolo VII della Carta dell’Onu e le missioni di peacekeeping o peaceenforcing che ne sono seguite. Anche se i conflitti si sono “spenti”, o “sopiti” una soluzione definitiva che preveda diritto e libertà non è mai stata costruita.

Nella stragrande maggioranza dei casi, tranne per chi la pensa come Kouchner, Bonino o chi scrive, tanto nel momento della presa delle decisioni quanto a fronte del patente fallimento ci si deve confrontare con “giustificazioni” per la non azione o per spiegare l’insuccesso appellandosi al peggior nemico dell’universalità dei diritti umani: il relativismo culturale.

Quante volte ci siamo sentiti dire “non siamo riusciti perché abbiamo voluto imporre valori nostri”, “La democrazia non è per tutti”, “la democrazia è un’invenzione occidentale”, “la religione è parte strutturale della loro cultura”, “questo è neo-colonialismo!”, “no all’occupazione militare!”, fino al peggiore di tutti, perché mai utilizzato da nessuno come motivazione dell’intervento: “la democrazia non si esporta in punta di baionetta”.

Da una parte la destra (religiosa e non) egoista e illiberale dall’altra la sinistra (religiosa e non) pacifista, terzomondista altrettanto illiberale, nel mezzo chi si assume la responsabilità dell’intervento ma non quella della gestione del dopo in linea con gli obblighi internazionali e la conversione dal militare al civile.

Anche un paese come l’Italia, non necessariamente la patria dei guerrafondai, da anni ha come fiore all’occhiello della propria politica estera la partecipazione a missioni internazionali. Poi siamo tra i pochi che riescono a favorire una cooperazione tra militari e civili (CIMIC) coinvolgendo anche i locali, ma sempre nel quadro di decisioni prese “altrove” che condizionano fortemente l’efficacia di chi opera sul campo. Esempio classico l’eradicazione delle colture di oppio.

Come ormai si sa, ma non si vuole ricordare, l’Afghanistan ha un ulteriore problema rispetto a tutto quanto esploso di nuovo in questi giorni – da una 40ina di anni ha un petrolio prezioso quanto l’oro nero: l’oppio. Da solo ne produce quasi il 90% di quello destinato al mercato mondiale illecito! Non lo ha da sempre, l’oppio è stato importato dagli USA per creare un meccanismo di finanziamento parallelo (e ulteriore) per armare la resistenza afgana all’invasione sovietica del 1979, ma da 20 anni ne detiene il monopolio.

In 20 anni di presenza internazionale in Afghanistan si è pensato bene di insistere con azioni sponsorizzate anche dalle Nazioni unite per eradicare il papavero o promuovere la sua sostituzione con colture anche non autoctone sapendo perfettamente che, a partire dall’Afghanistan, oltre l’80% del mondo povero non conosce analgesici e che la morfina fa parte delle medicine ritenute essenziali da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Anche se non si ritiene la legalizzazione delle sostanze psicoattive in linea col diritto internazionale, posizione discutibile specie per quanto riguarda il loro impiego terapeutico, di certo lo è l’accesso alle medicine essenziali. La morfina, un potente analgesico che può dar sì dipendenza ma resta la migliore risorsa contro il dolore (assieme alla cannabis), è un derivato dal papavero e può esser prodotta senza dover pagare alcun brevetto!

Rappresentando da 20 anni quasi un terzo dell’economia dell’Afghanistan, impiegando milioni di uomini, donne e bambini – e finanziando talebani, gruppi para-militari, mafie e reti terroristiche di mezzo mondo – nessuno si è mai posto il problema di governare questo fenomeno in modo diverso dalla proibizione. Ciò a riprova che la teoria della valutazione dell’impatto, dei costi di politiche inefficaci, o del rispetto del diritto alla cura non viene mai neanche posta come argomento di discussione, figuriamoci presa in considerazione!

Altro enorme problema quello che scansa le questioni “religiose” nel nation building. Infatti, anche quando a Washington c’è il peggior repubblicano islamofobo, gli americani ritengono che non sia loro compito, quindi non debba esserlo di nessun altro, evitare che si iscrivano nella Costituzione del paese invaso ampi riferimenti a “testi sacri”. Dappertutto ci si appella alla religione nel discorso pubblico quindi perché no?

Le radici del fallimento in Afghanistan, come altrove ma in Afghanistan ancor di più, sono queste, e le ricordo pronto al dibattito con chiunque perché impossibili da smentire fattualmente: dovunque si agisca, si parte da posizioni in cui a casa propria non sono stati rispettati molti dei diritti che si vorrebbero “imporre”. Non esiste paese al mondo dove non si violino gli obblighi internazionali, alcuni sono sicuramente meno colpevoli di altri, ma generalmente chi è più attivo sul piano internazionale ha enormi problemi di rispetto dello Stato di Diritto in patria.

Con queste premesse, e senza aver mai valutato l’impatto di questo modo di agire nei contesti specifici e nelle relazioni internazionali da parte di chi si assume la responsabilità di intervenire con l’uso della forza per difendere la pace e sicurezza internazionali, non è difficile prevedere la fine.

Oggi la situazione in Afghanistan è piuttosto simile a quella del 1996, come allora occorrerebbe fare altro, ma le prime dichiarazioni sulla jihad contro l’oppio lasciano prevedere l’ennesimo ritorno di confronti politici lontani dalla genuina ricerca di possibili soluzioni di riduzione di danni che abbiamo co-creato.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia