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Afghanistan, 7 miliardi di motivi per trattare con i talebani: la “leva” degli aiuti umanitari per Kabul

DiRed Viper News Manager

Ago 25, 2021

La data resta quella del 31 agosto. Entro quel giorno dovrà essere completata l’evacuazione dall’Afghanistan di civili, militari e diplomatici. “La data resta inamovibile” è il primo verdetto uscito dal vertice straordinario del G7 convocato dal leader inglese Boris Johnson. Più che un verdetto si tratta della presa d’atto dell’ultimatum dei talebani al presidente Usa Joe Biden. E sarebbe errato dire che la Casa Bianca non ha ascoltato le pressioni del G7. La storia ha un altro punto di vista, quello di Abdul Baradar, il capo dell’ufficio politico talebano che ha indicato il 31 agosto come “termine inamovibile” pena «pesanti conseguenze che saranno esaminate dal Consiglio dei nostri leader».

È stato il primo ministro britannico ad aprire e chiudere ieri in veste di presidente di turno il video-vertice dei leader del G7 sul dossier afghano, convocato in formato straordinario dopo la presa di Kabul. Nel mezzo, Johnson ha ceduto la parola ai vari colleghi. L’intervento più atteso è stato quello del presidente americano Joe Biden, durato circa 7 minuti. Al centro della discussione, il coordinamento delle evacuazioni degli stranieri e di parte degli afgani considerati maggiormente in pericolo (gli ex collaboratori della missione Nato, ufficiali e ufficiosi) entro il 31 agosto. Al secondo punto la questione delle misure diplomatiche da assumere per favorire la tutela dei civili e dei loro diritti nel Paese e quella dell’accesso degli aiuti umanitari. L’ipotesi di un rinvio della data, concordata a suo tempo da Washington con i talebani, sembra così cadere. Almeno in via ufficiale. Altri canali di trattativa restano però aperti come filtra da fonti governative anche italiane. L’incontro a Doha lunedì tra il direttore della Cia William Burns e Abdul Baradar, in questo momento il capo politico dei talebani, va in questa direzione. Quella di uno slittamento “ma solo all’ultimo momento” perché guai a far vedere che la diplomazia possa influire in qualche modo in questa fase.

Dopo Johnson anche altri leader tra cui il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente del Consiglio Mario Draghi si sono pronunciati in favore di uno slittamento. L’esito formale però era già scritto. Al “tavolo” del vertice i leader del G7 hanno fissato comunque “una roadmap” condizionata in vista del futuro possibile dialogo con i Talebani e «la condizione numero uno è che essi garantiscano comunque un corridoio sicuro» a tutti coloro che vogliono lasciare il Paese anche dopo la scadenza del 31 agosto. Del resto – ha aggiunto subito dopo Johnson – il G7 dispone di “ enormi leve” per cercare di condizionare i Talebani anche dopo il ritiro. E le leve sono almeno sette miliardi di aiuti umanitari finora garantiti nell’ambito delle missioni Nato e Onu e senza i quali lo stato afghano non può funzionare. Non potrebbe, ad esempio, pagare gli stipendi provocando rabbia e scontenti e nel giro di breve tempo l’ennesima guerra civile. Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha messo sul tavolo “la necessità di garantire la sicurezza dell’aeroporto” di Kabul «per tutto il tempo necessario per completare le operazioni. E questo anche dopo la scadenza del 31 agosto».

È sempre difficile stabilire sul momento quando un vertice internazionale, per quanto convocato su un’emergenza politica-militare- umanitaria e contingente come quella afghana, possa dire di aver raggiunto l’obiettivo. Questi vertici sono in realtà pezzi di trattative di cui si conosce sempre poco l’inizio e ancora meno la fine. Fuori da linguaggio diplomatico e burocratico, si può dire però che questo G7 straordinario ha raggiunto gli obiettivi previsti. Che, certo, se fossero stati più alti o anche solo diversi, oggi parleremmo di un fallimento. L’Italia ha operato al tavolo del G7 lungo due direttive. La prima è quella dell’urgenza per garantire i corridoi umanitari per l’evacuazione, “ad ogni costo e senza condizionamenti”. La missione “Aquila omnia” coordinata dal ministero della Difesa e dal ministro Guerini ha già messo in sicurezza “3500 persone tra partiti, arrivati e in zona sicura aeroporto”. La criticità per l’Italia, spiegano fonti della nostra sicurezza, «sono un migliaio di persone ancora ad Herat (dove ha operato e comandato fino al 26 luglio il nostro contingente, ndr) per cui restano ancora incerte tempi e modalità di evacuazione».

Il G7 ha riconosciuto che l’Italia “ha fatto più e meglio di altri”. La seconda direttiva è come agire “uniti” da un punto di vista politico, umanitario e diplomatico: “Delineare una cornice di azione internazionale per una risposta coordinata alla crisi afghana”. Nessuna fuga in avanti circa la legittimità dell’autorità afgana. Pressioni e appelli, invece, per “la nascita di un governo unito e inclusivo”. La posizione espressa da Draghi, in linea con quella della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, punta a usare i canali umanitari e i relativi budget “aumentati e raddoppiati” come strumento di condizionamento e di pressione per determinare il destino del popolo afgano. “L’Italia ha annunciato il premier – reindirizzerà le risorse che erano destinate alle forze militari afghane verso gli aiuti umanitari”. Resta la preoccupazione di Draghi sul tema immigrazione.  “Saremo in grado di avere un approccio coordinato e comune? Finora – ha aggiunto – sia a livello europeo, sia internazionale, non lo siamo stati e dobbiamo, invece, compiere sforzi enormi”.

Per quanto riguarda la lotta al terrorismo, per il presidente del Consiglio “la nostra cooperazione è essenziale ed è cruciale agire in modo unitario. Fondamentale anche utilizzare tutte le leve diplomatiche e finanziarie a nostra disposizione”. Inevitabile, a questo punto e per raggiungere tutti questi obiettivi è il coinvolgimento di altri Paesi. «Il G7 si deve mostrare unito nell’aprire relazioni con altri Paesi che sono molto importanti perché hanno la possibilità di controllare ciò che accade in Afghanistan: la Russia, la Cina, l’Arabia Saudita, la Turchia e l’India». La trattativa sul futuro dell’Afghanistan comincia adesso.

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