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Muratov, il poeta viaggiatore che amava l’Italia: “Il napoletano vive soltanto quando prova piacere”

DiRed Viper News Manager

Ago 24, 2021

Nascere e crescere in Italia dovrebbe essere considerato un privilegio: così almeno pensava, in mezzo a tanti altri, prima e dopo di lui, Pavel Muratov, che vide la luce nel 1881 a Bobrov, in Russia, non distante da Voronez, in un paesaggio piatto dove scorre il Don. Quest’uomo a suo modo straordinario aveva una singolare e poliedrica personalità di scrittore, storico dell’arte, drammaturgo, curioso della vita. Fu quasi sempre in fuga dai totalitarismi del suo tempo: morì nel 1950 a Waterford, in Irlanda, dopo aver eluso il regime sovietico e il fascismo. Sin da giovane percorse in lungo e in largo la nostra penisola nei cui confronti nutriva una speciale predilezione. In tale prospettiva fra le sue opere più celebri e durature dobbiamo ricordare innanzitutto i tre volumi, stampati per la prima volta fra il 1911 e il 1912, dal titolo Immagini dell’Italia che Adelphi sta traducendo: il primo tomo, dedicato alle città toscane, è uscito nel 2019; il secondo, incentrato su Roma, il Lazio, Napoli e la Sicilia, è stato pubblicato quest’anno a cura di Rita Giuliani con la traduzione di Alessandro Romano.

Si tratta di una vera dichiarazione d’amore per il Bel Paese. Tuttavia le pagine dedicate all’Urbe imperitura rappresentano anche qualcosa di più in quanto esplorano il sentimento di universale sconcerto e vanità che ogni individuo prova di fronte alle rovine del mondo classico. Dopo aver chiamato a raccolta gli autorevoli viaggiatori del passato, ammaliati da Roma – Montaigne, Poussin, Keats, Goethe, Stendhal, Gogol’, i quali variamente ne magnificarono le sorti -, Muratov offre il meglio di sé nelle descrizioni paesaggistiche che riflettono una lunga consuetudine con la nostra città e il suo contado. Leggendolo, si ha l’impressione di spiarlo mentre prende appunti e scopre l’essenza metafisica della metropoli. Dalle parti di Piazza Navona: «Dignità e nobiltà accomunano i cornicioni che delimitano una striscia di cielo azzurro e la penombra dorata di una bancarella di frutta». Sulle rive del Tevere: «Carrettieri infarinati dissetano i cavalli all’abbeveratoio di pietra, mendicanti dormono all’ombra del piccolo tempio». L’Aventino e il Celio gli sembrano «luoghi dove l’odore dei campi si mischia con l’umidore delle antiche mura». In cammino verso le catacombe scrive: «Su via delle Sette Chiese, sorta di antico sentiero che collega la via Ardeatina e l’Ostiense, attraverso cancelli spalancati si vedono vigne, campi, recinti per il bestiame, frutteti e viali di eucalipto».

Il cuore gli batte forte al cospetto degli angeli di Melozzo da Forlì, nei quartieri a ridosso del Pantheon e nella zona della città che si estende fra il Tevere e corso Vittorio Emanuele, dove, come sottolinea con il gusto sopraffino del vecchio erudito, anche se aveva solo trent’anni, “il Barocco detta legge”. Ebbe il tempo di vedere certi scempi di marca piemontese: «La febbre edilizia sembra una malattia cronica della nuova Italia dei parlamenti e delle municipalità».
Le notazioni più intense le rivolge alla campagna romana, ben consapevole che l’alone leggendario che circonda il centro storico ne preserva lo spirito più autentico: «Nessun attributo da capitale europea potrà renderla una città contemporanea, e nessuna ferrovia potrà integrarla nella cultura utilitaristica del nostro tempo». Eccolo uscire dalle mura per cogliere l’anima del Lazio: «Nelle giornate serene d’inverno, quando l’aria di Roma è limpida come cristallo, oltre la via Nomentana l’alta muraglia dei monti Sabini risplende ineffabile contro il cielo turchese, in un gioco di picchi e dirupi». Non è solo un pastello di colori, Muratov ama Piranesi, «la cui fantasia era sensibile non all’opera dell’uomo, ma all’azione del tempo su di essa». Eppure, da Ostia a Cori, da Ninfa a Subiaco, da Olevano a Palestrina, da Corneto – antico nome di Tarquinia – a Bracciano, fino a Viterbo, non si lascia fiaccare dal disincanto, né disarmare dalla tragica vanità dell’Ecclesiaste, bensì, con mossa scaltra di inaudita fierezza, si mostra capace di ricavare alimento dalla propria medesima stupefazione.

A Napoli apprezza “lo spettacolo della vita popolare”. Via Toledo è un palcoscenico permanente: «Da mattina fino a sera inoltrata, i suoi marciapiedi stretti e fangosi sono invasi da persone capaci di godere della mera consapevolezza di trovarsi al mondo. Nessuno ha fretta di andare da qualche parte, ma insieme nessuno ammazza il tempo con esasperante indifferenza. Il napoletano vive soltanto quando prova piacere»: avevamo forse bisogno che fosse un russo a spiegarcelo? Certo che no, ma Muratov ha tutte le carte in regola per giocare una bella partita, anche perché ci racconta un mondo scomparso, quando negli alberghi di Riva di Chiaia il forestiero veniva svegliato all’alba da un concerto di campanacci: «Mucche e capre vengono munte per strada: capita addirittura che qualcuno, assalito dalla voglia di latte fresco, pagati due soldi s’inginocchi e plachi la sete così, senza nemmeno un bicchiere».

Da Pompei, dove provò “il sentimento della pietra”, perlustrò Amalfi, Ravello, Paestum, quindi tornò a Napoli per imbarcarsi sul piroscafo diretto a Palermo: «La Sicilia ti riceve in modo arcigno e ritroso, proprio come la terra d’oltremare di un antico viaggio». Visita Selinunte, Agrigento, Siracusa. Arriva a Taormina due mesi dopo il terremoto che aveva distrutto Messina e Reggio, trovandola deserta: «Alcuni alberghi erano addirittura chiusi, altri completamente vuoti; i gong annunciavano l’ora del pasti solo per consuetudine; alle finestre si affacciava soltanto una cameriera che non sapeva come occupare il tempo in quelle inattese giornate di libertà». Anche Muratov è triste ma non si lascia sfuggire l’occasione per rendere a modo suo l’ultimo tributo: «Siamo attesi dallo spettacolo delle città distrutte dal sisma, dallo spettacolo dell’Italia in lutto. Un lutto che appartiene all’intera umanità, poiché l’Italia è quella gioia per la quale vale ancora la pena vivere».

L’articolo Muratov, il poeta viaggiatore che amava l’Italia: “Il napoletano vive soltanto quando prova piacere” proviene da Il Riformista.