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Kamala Harris contro il bullo cinese, a difesa degli alleati del sudest asiatico

US Vice President Kamala Harris delivers a speech at Gardens by the Bay in Singapore before departing for Vietnam on the second leg of her Asia trip, August, 24, 2021. (Photo by EVELYN HOCKSTEIN / POOL / AFP) (Photo by EVELYN HOCKSTEIN/POOL/AFP via Getty Images)

L’America di Joe Biden si è ritirata dall’Afghanistan, ma certamente non dal confronto-scontro con quello che ormai è il nemico/rivale sistemico degli Usa, la Cina. Oggi a Singapore, la vicepresidente Usa Kamala Harris, impegnata in un tour ufficiale in Oriente che la porterà domani in Vietnam, ha colto la palla al balzo per “richiamare all’ordine” Pechino e puntare il dito sulle sue pretese aggressive ed egemoniche sui mari asiatici. Un duro monito alle mire espansionistiche del Dragone che, secondo la Harris “continua a esercitare coercizione e intimidazione, rivendicando illegalmente la stragrande maggioranza delle acque del mar Cinese meridionale”.

Ma l’affondo della vicepresidente è andato oltre: La Cina, ha detto senza tanti giri di parole, “rappresenta una minaccia per i Paesi asiatici”. “Le azioni cinesi minacciano l’ordine basato sulle regole e minacciano la sovranità delle nazioni. Gli Usa stanno con alleati e partner di fronte a queste minacce” ha insistito ancora la vicepresidente Usa, che ha anche ribadito “il pieno sostegno degli Stati Uniti agli alleati del Sudest asiatico, area di vitale importanza”.

Le dichiarazioni molto bellicose della Harris confermano quanto intravisto e anticipato dagli osservatori internazionali: la lettura corretta del clamoroso disimpegno dall’Afghanistan da parte di Washington è quella del cambio di obiettivi strategici da parte americana. Il centro delle preoccupazioni internazionali per gli Stati Uniti non sta più infatti nell’area del Medio Oriente-Asia Centrale, ma con ogni evidenza si è spostato nell’Indo-Pacifico. Risulta evidente come non sia più l’Islam e il radicalismo islamico a far passare notti insonni al presidente americano e al suo entourage, bensì l’ascesa sempre più aggressiva e massiccia della Cina. E infatti lo ha ribadito la stessa Harris quando ha affermato che “Gli Stati Uniti perseguiranno un Indo-Pacifico libero e aperto che promuova i nostri interessi e quelli dei nostri partner e alleati”. E poco importa che – almeno per ora – la débâcle afghana abbia ottenuto l’unico scopo di servire su un piatto d’argento a Pechino un intero (e in buona parte insperato) “pacchetto” di slogan anti-americani da usare senza ritegno sia sul piano del nazionalismo interno, che su quello internazionale.

Non stupisce, dunque, che l’immediata reazione dei cinesi alla sparata odierna della Harris sia tutta basata sulla vicenda afghana: “Gli eventi attuali in Afghanistan ci dicono chiaramente quali sono le regole e l’ordine di cui parlano gli Usa”, ha commentato il ministro degli Esteri cinese Wang nel corso del briefing quotidiano con la stampa, mentre anche il web cinese si scatenava in commenti caustici e fortemente ironici sull’atteggiamento da “tigre di carta” degli Usa i quali, si legge sui social, “dovrebbero stare in Afghanistan”. Anche i media ufficiali hanno rincarato la dose, cominciando dal canale in lingua inglese China Global Television Network (CGTN), costola internazionale del colosso mediatico cinese CCTV, che ha commentato le dichiarazioni di Harris con un gelido “Quando la Cina prospera, prospera l’intera regione; i nostri legami nell’area sono ai massimi storici poiché la credibilità Usa è in picchiata”, osservando ancora che “Il Sudest asiatico è ora il più grande partner commerciale della Cina, prima dell’UE, degli USA, del Giappone e della Corea del Sud. La visita di Harris e le sue dichiarazioni odierne non potranno in alcun modo cambiare queste realtà storiche e attuali”.

Ma la questione sollevata con tanta decisione da Kamala Harris non è di quelle da liquidare con due battute. L’atteggiamento da bulli di Pechino sulle acque del Mar Cinese Meridionale crea da tempo scompiglio e suscita le accese proteste non soltanto degli Usa, ma anche e soprattutto di molti Paese dell’area. Malesia, Vietnam, Filippine e Brunei contestano la pretesa di Pechino su gran parte del Mar Cinese Meridionale, affermando che viola la loro sovranità e i diritti marittimi sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. L’Indonesia afferma di non essere parte nella disputa, sebbene le zone settentrionali della zona economica esclusiva delle sue isole Natuna si sovrappongano alla “linea dei nove trattini “, ovvero il confine (ritenuto appunto assolutamente arbitrario) che secondo Pechino delimita le sue vaste pretese, che arrivano ad includere quasi il 90% delle acque contese. “Queste pretese illegittime sono state respinte dalla decisione del tribunale arbitrale del 2016 e le azioni di Pechino continuano a minare l’ordine basato sulle regole e minacciano la sovranità delle nazioni”, ha detto oggi la Harris, riferendosi a una sentenza sfavorevole alla Cina in una causa intentata dalle Filippine presso la Corte di giustizia internazionale fin dal 2013.

In quell’anno, Manila aveva denunciato Pechino per la costruzione illegale di alcune isole artificiali nelle acque contese tra i due Paesi. In particolare, la Cina aveva sottratto alle Filippine il controllo sulle scogliere Scarborough, nel 2012, militarizzandole e installandovi anche alcuni missili. La Corte Internazionale di Giustizia aveva invalidato le rivendicazioni cinesi, basate appunto sulla cosiddetta “Linea dei nove trattini”, sulla base della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), riconoscendo che Pechino aveva violato la sovranità di Manila.

La Cina però – che si era sempre rifiutata di partecipare al processo – non ha mai riconosciuto la sentenza e insiste sul fatto di avere diritti storici sulle acque ricche di risorse attraverso le quali passano ogni anno circa 4 trilioni (4.000 miliardi) di dollari di scambi. Pechino considera il Mar Cinese Meridionale uno dei suoi interessi “centrali”, alla pari con Taiwan, il Tibet e lo Xinjiang ed è pronta a combattere per tutelarlo. Del resto, la Cina ha bisogno del petrolio e della ricchezza mineraria che sta sotto il Mar Cinese Meridionale, per assicurare l’energia necessaria alla sua impetuosa crescita economica, così come ha bisogno del pesce di quei mari per nutrire un miliardo e 400 milioni di stomaci cinesi.

Per proteggere questa vasta area marittima, la Cina ha trasformato atolli disabitati e formazioni rocciose semisommerse in basi militari avanzate, sotto le direttive emanate personalmente dal presidente Xi Jinping. Regolari pattuglie navali cinesi sorvegliano l’area e allontanano i pescherecci di altre nazioni da quella che i cinesi si ostinano a considera una loro zona di pesca esclusiva, sotto la loro sovranità.

Dopo quello che per tutti – e in particolare per i cinesi, come si è detto – è stato visto come l’emblema dell’umiliazione americana – la “trappola afghana” – si fa strada il rischio concreto di una escalation di aggressività – anche militare – cinese. La – per più versi imbarazzante – ritirata afghana degli Stati Uniti, alimenta il nazionalismo di Pechino, e il suo iper attrezzato, iper tecnologico e iper disciplinato Esercito Popolare di Liberazione, il PLA, potrebbe approfittare di questa debolezza americana per estendere ulteriormente le mire egemoniche cinesi nell’area. Negli ultimi anni, il Partito comunista cinese al potere ha cercato di presentare gli Stati Uniti come una potenza globale in declino. E ora, il ritorno dei talebani nelle strade della capitale afghana viene propagandato dai media statali come “la campana a morto dell’egemonia statunitense ”. “La caduta di Kabul segna il crollo dell’immagine internazionale e della credibilità degli Stati Uniti”, ha scritto in un commento l’agenzia di stampa statale Xinhua, aggiungendo che “dopo i colpi della crisi finanziaria globale e della pandemia di Covid-19, il decadimento dell’egemonia americana è diventato una realtà indiscussa. Il suo fallimento in Afghanistan è un altro punto di svolta in questa caduta a spirale”.

Non stupisce, quindi, che ormai da giorni appaiano sulla stampa governativa cinese editoriali che suggeriscono – nemmeno troppo velatamente – che i tempi potrebbero esse “maturi” per un attacco a Taiwan con l’obiettivo di riunificare con la forza quella che – secondo Pechino -è sempre stata soltanto “l’isola ribelle”, parte indissolubile della grande Cina, e che invece è nei fatti una nazione indipendente, libera e democratica, con 24 milioni di persone libere e non sottoposte alla tirannia del Partito Comunista Cinese. Ma i giornali cinesi, come il governativo Global Times, si sono spinti anche oltre, giocando sulla “inaffidabilità dell’impegno degli Stati Uniti nei confronti dei suoi alleati”, e suggerendo che l’isola autonoma di Taiwan potrebbe affrontare lo stesso destino dell’Afghanistan nel caso di un conflitto con la Cina: “Una volta scoppiata una guerra nello Stretto di Taiwan, la difesa dell’isola crollerà in poche ore e l’esercito americano non verrà in vostro aiuto”, si legge in un editoriale diretto ai “fratelli cinesi a Taiwan”.

E non tranquillizzano certamente nessuno le recenti manovre militari lanciate da Pechino di fronte all’”isola ribelle”, con l’Esercito Popolare di Liberazione Cinese (PLA) che ha condotto un “assalto congiunto a fuoco e altre esercitazioni usando truppe reali” al largo del sud-ovest e del sud-est di Taiwan, secondo una dichiarazione dell’Eastern Theatre Command dello stesso PLA.

“Di recente, gli Stati Uniti e Taiwan hanno ripetutamente colluso nella provocazione e inviato gravi segnali sbagliati, violando gravemente la sovranità della Cina e minando gravemente la pace e la stabilità nello stretto di Taiwan”, continua la nota. “Quella militare è una risposta solenne alle interferenze esterne e alle provocazioni delle forze indipendentiste di Taiwan”.

Insomma, Biden e i suoi avranno fatto un gravissimo errore nel sottovalutare I Talebani a Kabul, ma ora non intendono commettere lo stesso errore nei confronti dei cinesi.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia