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Il rischio di un G7 che assomiglia a una riunione di reduci

epa09427001 A handout satellite image made available by Maxar Technologies shows groups of people waiting on the tarmac at Kabul Airport in Kabul, Afghanistan, 23 August 2021 (issued 24 August 2021). EPA/MAXAR TECHNOLOGIES HANDOUT -- MANDATORY CREDIT: SATELLITE IMAGE 2021 MAXAR TECHNOLOGIES -- the watermark may not be removed/cropped -- HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Primum vivere. A Kabul continua per molti la battaglia per la sopravvivenza. I drammi di quell’aeroporto dove gli afghani si accalcano nella speranza di fuggire, le donne vengono insultate e bastonate e la violenza ottusa di chi vuol far valere il nuovo potere sembra uscita da un film dell’orrore e invece è reale, scuotono le coscienze dell’Occidente. È naturale che dopo il colpo durissimo subìto da afghani e alleati per le modalità e i tempi del ritiro americano, oggi i leader dei Paesi del G7 si ritrovino per cercare di coordinare innanzitutto la salvezza di connazionali, collaboratori e attivisti a rischio.

È una corsa contro il tempo. La scadenza del 31 agosto per il ritiro completo del militari Usa, invalicabile per i talebani, è una ghigliottina per quanti a quella data non avranno trovato posto sugli aerei militari che scaricano in America e Europa la disperazione e i sogni di chi ha perso tutto e implora solo di poter sopravvivere. Siamo tutti legati a quella scadenza, per gli alleati non è immaginabile restare dopo il definitivo ripiegamento americano, così importante nella simbologia dei nuovi dirigenti afghani.

Sicché è giusto che al G7 di oggi tra le priorità ci sia quella delle vite da salvare. È bene non fermarsi ai proclami di tolleranza e moderazione dei talebani, smentiti dalla brutalità dei fatti, uguale a quelle di sempre. Con buona pace di chi, per malinteso realismo politico, conferisce loro incredibili attestati di moderazione.

 

Deinde philosophari. I Sette avranno anche altro di cui discutere. Dopo lo sfacelo e l’angoscia degli ultimi giorni, è necessario rimettere insieme i pezzi e le schegge di un quadro di alleanze e solidarietà gravemente frammentato. Ne va non solo di uno sfortunato Paese come l’Afghanistan, di cui solo adesso qualcuno scopre “l’irrilevanza”. La questione ci riguarda da vicino, perché da quella remota crisi potrebbe prendere forma, o almeno spunto, una nuova governance internazionale, consapevole di quanto valori e interessi siano strettamente intrecciati e vadano opportunamente dosati.

La convocazione del G7 è un piccolo passo, certo non risolutivo dinanzi alla pressione degli eventi e agli interrogativi aperti. Boris Johnson, che lo presiede, dice di essere pronto ad accettare il ruolo chiave di Russia e Cina, ma a questo punto bisogna vedere piuttosto che cosa accettano Mosca e Pechino. L’incontro rischia di assomigliare a una riunione di reduci, sbandati dopo le perdite subìte in battaglia. Se invece, nonostante l’unilateralismo difensivo di Washington, si riuscisse in qualche modo a imbastire una nuova tela di fiducia tra le due sponde dell’Atlantico e a fungere da base parziale e preliminare per la ricerca di un consenso più ampio, in un contesto allargato, quale il G20 a cui giustamente pensa l’Italia che oggi lo guida, allora potrebbe avere un valore aggiunto per favorire una qualche stabilizzazione dell’Afghanistan. 

Non vi è interessato solo l’Occidente. Dovrebbe essere negli auspici di vicini di peso, Cina, India e Russia, protagonisti del G20, e anche del Pakistan, che non è membro del Gruppo eppure gioca da sempre una partita a dir poco ambigua, con poche luci e troppe ombre. Si può quindi sperare in un impegno comune del G20 per contenere gli ingenti danni e riaprire, su premesse del tutto diverse, una nuova gestione condivisa del dossier Afghanistan?

La geometria ha il suo fascino, i rapporti tra Stati purtroppo sono meno lineari. È da verificare in particolare quanto il presidente Biden ora sia disposto a coinvolgere la Cina e, specularmente, se Pechino non preferisca raccogliere da sola, senza precipitazione, i frutti del nuovo assetto a Kabul (ripiego Usa e occidentale, possibilità di espandere la propria influenza con mezzi più che altro finanziari e tecnologici, prospettive della Via della seta etc.). La Cina, formalmente fedele al dogma della non-interferenza, ha meno remore dell’Occidente nei confronti di controparti indigeribili e molta più pazienza nell’attendere il momento migliore per muoversi. In quel quadrante, vuole evitare traffici di droga o santuari per azioni terroristiche, ma potrebbe non bastare perché Pechino condivida con il G7 un’agenda per l’Afghanistan di domani. I tempi potrebbero essere lunghi, troppo lunghi.

Intanto per l’America, di Trump come di Biden, dietro questa tristissima vicenda si riaffaccia il tema dell’interesse nazionale, sbandierato a volte in modo un po’ stucchevole lì e in Europa. Non sarebbe male ricordare che per misurarlo è spesso raccomandabile considerare anche altri interessi, regionali o globali, non antitetici bensì complementari e ben intrecciati al primo.

A military plane takes off from Hamid Karzai International Airport in Kabul, Afghanistan, 23 August 2021. An Afghan policeman was killed on 23 August, in a gun battle between security forces and unknown attackers at the North Gate of the Kabul airport, the German military said, amid ongoing chaos at the airport as thousands try to flee Taliban rule. EPA/STRINGER

Articolo proveniente da Huffington Post Italia