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MILAN, ITALY - JULY 26: Gino Strada attends the Campus Party Italia 2019 at on July 26, 2019 in Milan, Italy. (Photo by Rosdiana Ciaravolo/Getty Images)

Durante il servizio che “Estate in diretta” su Rai1 ha voluto dedicare a Gino Strada a poche ore dalla sua morte, Massimo Giannini, direttore de La Stampa, ha voluto ricordare come Strada in vita fosse considerato, “in questo momento di pensieri deboli”, un uomo “divisivo”; provocando la reazione ironica di Maurizio Costanzo, anch’egli ospite della trasmissione che ha esclamato: “Divisivo, mi fa sorridere”. In effetti è così, questa storia del divisivo dovrebbe essere stigmatizzata in questo modo, ma io non avendo lo stesso aplomb di Costanzo, ogni volta che la sento ho reazioni di tutt’altra natura.

Visto che le arrabbiature fanno male soltanto a chi le ha, e soprattutto non portano a niente, ho deciso di affrontare questo argomento per dire le cose in modo chiaro. Partiamo da una premessa: chi si occupa di solidarietà – in particolar modo di solidarietà e cooperazione internazionale o di emergenze umanitarie – concepisce la solidarietà come un unicum, una sola cosa, un’unica solidarietà globale; come recita la nostra costituzione, “senza distinzione di razza, di sesso o di religione“. Come la sofferenza, la violenza, le ingiustizie e la fame sono uguali in ogni parte del mondo, così la solidarietà dovrebbe essere uguale in ogni luogo e per qualsiasi comunità o singola persona che riversi in un determinato stato di bisogno. Non a caso Gino Strada affermava sovente che “i diritti umani devono essere di tutti, sennò chiamateli privilegi“.

Occorre però prendere atto che, negli ultimi anni, questo principio non è più patrimonio di tutte e di tutti. Come ha affermato giustamente Giannini “in questo momento di pensieri deboli“ in modo subdolo, carsico, strisciante, si è fatto spazio il concetto che la solidarietà non è più un bene globale, universale.
C’è una solidarietà verso gli italiani e una solidarietà nei confronti degli stranieri. La prima, accettata da gran parte degli italiani, la seconda, solo da una parte di essi. Il concetto che ha prevalso è che qualcuno viene “prima” degli altri.
Una solidarietà chiusa nei confini nazionali, che non va oltre il proprio naso, che fa finta di non vedere i cambiamenti della vita collettiva e la globalizzazione delle relazioni.

La conseguenza peggiore è che in questo modo la solidarietà è diventata terreno di scontro tra partiti. Come se aiutare gli immigrati, le popolazioni straniere vittime di guerra, le popolazioni oppresse da fame, carestie e miseria, riguardasse solo una parte politica piuttosto che l’altra. Se fosse vivo Gaber dovrebbe aggiungere un verso al suo famoso brano: “aiutare gli immigrati è di sinistra, aiutare gli italiani è di destra“. Ma cosa c’entra la sinistra e la destra con la solidarietà? È possibile che la solidarietà “come valore fondamentale e universale alla base della società e delle relazioni tra i popoli” (così come sancito dalla risoluzione delle NaIoni Unite del 22 dicembre 2005), debba essere svilita a tal punto da assurgere a pretesto per alimentare le poco edificanti diatribe politiche a cui assistiamo quotidianamente nel nostro paese? È possibile che siamo arrivati a così tanto?

E, allora, se questa è la realtà, se il principio per cui la solidarietà come bene universale è stato frantumato e gettato in pasto allo scontro politico sempre più becero, io vi dico sinceramente che voglio essere divisivo. Sono divisivo perché sono geneticamente impossibilitato ad essere dalla parte di chi si chiude entro i propri confini (soprattutto se mentali e culturali), di chi riduce tutto ad una polemica politica pretestuosa, di chi preferisce chiudere gli occhi e nascondere la cenere sotto il tappeto. Se divisivo significa stare dalla parte degli ultimi, dalla parte di chi viene “dopo”; se divisivo vuol dire considerare la solidarietà senza confini e barriere, un valore a cui ispirare la propria vita, vi dico che voglio essere divisivo, che sono fottutamente orgoglioso di essere divisivo.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia