• Sab. Ott 23rd, 2021

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“Stanchi e provati, non hanno più nulla”. Foto di gruppo degli afghani in Italia

I corpi stanchi, provati dagli ultimi giorni a Kabul. I volti segnati da tristezza e della frustrazione per la nuova crisi che il loro Paese sta vivendo. Ma anche un barlume di speranza, perché l’aereo è atterrato, l’Afghanistan è lontano e davanti c’è la possibilità di una vita nuova. Come sarà, se sarà difficile ricominciare da capo e con che mezzi, è un problema che non devono essere loro a porsi, almeno non adesso. Appaiono così a chi per primo li incontra all’aeroporto di Fiumicino gli afghani che stanno arrivando in questi giorni in Italia, grazie al ponte aereo per chi ha collaborato con il nostro Paese e per le loro famiglie.

Secondo i dati del ministero della Difesa sono oltre 3.350 i cittadini tratti in salvo da giugno scorso, circa 1.990 quelli già giunti in Italia negli ultimi giorni (di cui 547 donne e 667 bambini) e circa 1.300 quelli presso l’aeroporto di Kabul in attesa di partire. “Da sabato è attivo un punto di accoglienza presso l’aeroporto e da allora abbiamo già sistemato circa mille persone negli alberghi, ovviamente senza dividere i nuclei familiari” afferma il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti in un video pubblicato su Facebook in cui ringrazia le associazioni di volontariato impegnate nelle operazioni.

Per loro ci sarà la quarantena – che alcuni connazionali arrivati nei giorni scorsi stanno già trascorrendo in varie zone, da Roma a Settimo Torinese, da Sanremo a Edolo, in provincia di Brescia – e poi riceveranno una sistemazione. Dal Viminale fanno sapere che quasi tutte le Regioni hanno dato la disponibilità ad accogliere, che le persone arrivate saranno sistemate a piccoli gruppi, di 10, 20, 30 al massimo, facendo attenzione a tenere insieme in nuclei familiari. La logica, insomma, non sarà quella dei centri di accoglienza di grandi dimensioni. Gli afghani che hanno collaborato con gli italiani – e le loro famiglie – vivranno in strutture piccole, sparse per l’Italia, statali o degli enti che hanno dato la disponibilità. In attesa che la quarantena precauzionale per il Covid finisca per chi già è arrivato, ora c’è la macchina della prima accoglienza da gestire, per chi è in procinto di atterrare. Ancora centinaia di persone da assistere, rifocillare. Confortare. Perché se la pelle è salva, l’orrore appena lasciato alle spalle non si cancella in quale ora di volo.

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In prima linea in queste operazioni c’è la Croce Rossa, presente a Fiumicino tutto il giorno, per prestare agli afghani che stanno arrivando tutta l’assistenza di cui hanno bisogno. Ed è dalla frenesia dello scalo romano che ci risponde Francesca Basile, responsabile dell’Unità operativa migrazioni della Croce Rossa. “Siamo qui dal giorno in cui è arrivato il primo volo – ci spiega – ci occupiamo dell’aspetto sanitario, quindi dei tamponi rapidi e di creare la cartella sanitaria, ma anche di informare le persone che sono appena giunte, dar loro da mangiare, spiegare i dettagli della protezione internazionale. Alcuni di loro parlano italiano, tanti l’inglese. Li incontriamo tutti”. Il primo a parlare con i profughi è, sempre, il mediatore. Sale sull’aereo prima che loro scendano. Un ruolo fondamentale, per accogliere chi sta uscendo dall’inferno di giorni di attesa pericolosa all’aeroporto di una Kabul ormai da più di una settimana in mano ai talebani e ne porta tutti i segni. Sul corpo come nella mente. “Sono stanchi, si percepisce la fatica che provano – dice ancora Basile – tanti sono partiti senza nulla, solo con i vestiti che hanno addosso e nessun bagaglio. C’è chi non ha toccato cibo per giorni, chi ha affrontato un viaggio verso Kabul molto complicato. Anche se non è questo ancora il momento di un aiuto psicologico, noi cerchiamo di tranquillizzarli, di dire loro che ora sono al sicuro”. Insieme agli adulti ci sono tanti minori: “Si percepisce nello sguardo degli adolescenti quanto stiano capendo perfettamente la situazione in cui sono e quella da cui sono sfuggiti”, continua Basile. I bambini, invece, riescono a ritrovare l’allegria. E a regalarla agli altri. “Basta fare un palloncino con un guanto per farli tornare a sorridere. Sono una gioia per il cuore di tutti”. E gli scatti che arrivano dallo scalo testimoniano anche questo.

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L’evacuazione di chi ha lavorato con gli italiani non si fermerà. Altri voli sono in partenza o partiti da poco. Su uno di questi ci sono circa 30 attiviste locali di Pangea, onlus nata a Milano, presente in Afghanistan per aiutare le donne. Con loro – che per il ruolo che hanno ricoperto erano particolarmente a rischio in patria – ci sono le  famiglie. Sono 240 persone in tutto, che arriveranno insieme ad altri connazionali a breve. Finalmente al sicuro, dopo giorni di paura e di attesa davanti allo scalo della capitale afghana. Con il terrore di non riuscire a partire. E la quasi certezza che i talebani si sarebbero vendicati.

“Ora che sappiamo che sono in volo siamo finalmente contenti”, dice ad Huffpost Silvia Redigolo, portavoce di Pangea. La onlus non le ha mai lasciate sole: “Le abbiamo monitorate costantemente, guidate verso l’evacuazione. Quando erano davanti all’aeroporto sentivamo gli spari a telefono. E le urla”. Alcune di loro, racconta Redigolo, sono state picchiate dai talebani. Sui social di Pangea ci sono le testimonianze visive delle ferite causate dalle frustate: “Vedere le foto con i loro lividi è stato straziante. I bambini hanno assistito a scene di violenza inaudita e sono molto spaventati”, si legge in un post. L’inferno, neanche immaginabile per non l’ha vissuto, per queste donne e per i loro cari è finito. A breve arriveranno in Italia: “Accoglierle sarà il nuovo progetto di Pangea. Ma non abbandoneremo le donne di Kabul”. Perché per alcune centinaia che riescono ad arrivare, tantissime altre restano lì. 

Guardano al futuro gli attivisti di Pangea e ai prossimi mesi e anni pensa, voce fuori dal coro, anche Farhad Bitni, della comunità degli afghani in Italia. Ex capitano dell’esercito afghano, è in Italia stabilmente dal 2012. Parte della sua famiglia è ancora in Afghanistan e la sorella, da giorni, tenta di entrare in aeroporto per andarsene da Kabul. “Conosco alcune delle persone che sono arrivate in Italia con il ponte aereo – dice ad Huffpost – sono miei ex colleghi. Quelli che ho sentito sono felici di essere arrivati in Italia, perché consapevoli di essere salvi. Ma hanno ancora davanti ai loro occhi le immagini della violenza vista e subìta”.

Twitter Ministero Difesa 

 

Bitni si pone, però, un problema: l’accoglienza è sacrosanta, ma cosa ci sarà dopo? “Senza un progetto si rischia il caos totale. È necessario prevedere un percorso per chi arriva in Italia”. Perché, è il senso delle sue parole, accoglienza e integrazione non viaggiano automaticamente di pari passo. Ma forse non è ancora tempo di fare questi ragionamenti, perché questo è il momento di accogliere chi arriva e di organizzare una sistemazione sicura e dignitosa. Anche con una certa fretta, e le istituzioni a tutti i livelli assicurano che si stanno muovendo in tal senso.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia