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Le tappe della disfatta di Kabul

U.S. Marines and Norwegian coalition forces assist with security at an Evacuation Control Checkpoint ensuring evacuees are processed safely during an evacuation at Hamid Karzai International Airport, Kabul, Afghanistan, August 20, 2021. Picture taken August 20, 2021. U.S. Marine Corps/Staff Sgt. Victor Mancilla/Handout via REUTERS THIS IMAGE HAS BEEN SUPPLIED BY A THIRD PARTY.

1) Quando crollarono le Torri Gemelle non esisteva il Pd, in compenso il partito dei Ds non aveva segretario. Sconfitto alle elezioni del 2001 i Ds erano in piena campagna delle primarie. Ricordo una riunione ristretta convocata all’indomani dell’assalto terroristico per decidere la posizione del partito. Non mancava consapevolezza della portata dell’evento inaudito accaduto a New York. La posta in gioco era alta: Al Qaeda cercava di conquistare la leadership del fondamentalismo islamico, il colpo inferto agli Usa legittimava la sua ambizione. La comunità internazionale nel suo complesso si schierò dalla parte degli Stati Uniti. Per la prima volta nella sua storia la Nato adottò l’articolo 5, il perno della Alleanza atlantica concepita nel ’49: chi ha colpito gli Usa ha colpito tutti i 19 membri del Patto. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 1368 riconosceva il diritto di legittima difesa individuale e collettiva, definiva l’atto terroristico una minaccia alla pace ed era pronto ad adottare tutte le misure necessarie per rispondere. Alla conferenza di Bonn del 5 dicembre promossa dall’Onu fu decisa la nascita dell’Isaf e la successiva risoluzione autorizzò la predisposizione di una forza internazionale con il compito di garantire un ambiente sicuro intorno a Kabul a tutela del governo Karzai, autorità provvisoria afghana.

2) A quell’America ferita andò il sostegno dell’intera Europa e di gran parte della comunità internazionale. Gli europei erano pronti ad andare in guerra insieme agli americani contro i talebani che avevano ospitato i terroristi di Al Qaeda. Pur tra tante difficoltà, la sinistra democratica fece propria la scelta della lotta al terrorismo sostenendo, dopo la tragedia delle Torri Gemelle di New York, il ricorso alla forza in Afghanistan. Non fu facile. Comportò una battaglia politica e ideale e un confronto serrato con gruppi e personalità convinti della necessità di un totale rifiuto dell’uso della forza. Posizione rispettabile ma del tutto sterile per affrontare il terrorismo globale. Dovremo saper riflettere come suggerisce Michael Walzer sulle ragioni della sconfitta, sugli errori e le scelte sbagliate ma in questi giorni dolorosi e difficili la posizione che allora la sinistra democratica assunse va ricordata e difesa.

3) Una solidarietà euroatlantica così ampia si dissolse sulla strada da Kabul a Baghdad negli anni in cui a prevalere nella politica estera americana fu l’influenza dei neoconservatori assertori della tesi che la risposta alla sfida del terrorismo islamista dovesse sottrarsi ai vincoli dell’interdipendenza. Le conseguenze di questa visione furono la sfiducia nelle organizzazioni internazionali e nel multilateralismo: la superpotenza ce l’avrebbe fatta da sola (o con chi ci stava) a fronteggiare il disordine internazionale. Poi le dure repliche della realtà imposero una rimodulazione dell’unilateralismo massimalista del 2002-2004 e il ritorno a pratiche più sobrie di gestione della diplomazia internazionale. Andò in archivio un discorso pubblico fatto di morali assolute, di toni ideologici messianici. Un mutamento che si manifestò nella nuova “dottrina di sicurezza” degli Usa resa pubblica nel marzo del 2006 assai più misurata rispetto alle invocazioni neoimperiali di quella del 2002.

4) Invadere l’Iraq due anni dopo l’Afghanistan, distogliendo forze, energie, risorse e mezzi dal fronte afghano per precipitarli nell’abisso iracheno, aprendo all’Iran la possibilità di una espansione inarrestabile nell’Iraq sciita, fu un errore. Così come, riflettendo sulla tragedia afghana, appare incredibile la sottovalutazione da parte americana della doppiezza dei servizi pachistani che sostenevano da sempre i talebani. Errori che non sfuggirono ad un conservatore della stazza di Henry Kissinger. In particolare criticherà l’illusione che gli Stati Uniti potessero, nella ricerca della sicurezza, svincolarsi da quel reticolo multilaterale costitutivo di una versione moderna della comunità internazionale. Alla ricerca di un “dominio senza egemonia” del tutto impraticabile nell’epoca della interdipendenza.

5) Il punto critico di quella visione non fu l’aspirazione alla diffusione della democrazia. “L’interventismo democratico” non era l’invenzione di un singolo presidente e della sua ristretta cerchia bensì una elaborazione di temi americani per eccellenza. L’errore fu nella strategia scelta per promuoverla. L’idea che lo si potesse fare, nel Medio Oriente, essenzialmente con la forza delle armi apparve rapidamente irrealistica. La rivoluzione democratica istantanea sognata dagli aspiranti Mac Arthur del XXI secolo portava in un vicolo cieco. Sia chiaro: l’obiettivo della promozione della democrazia non può essere eluso, ma esso richiede un processo più lungo e una strategia più articolata e complessa per affermarsi.

6) Trovare una exit strategy dall’Afghanistan è questione che si è sempre posta nel corso dei due decenni di occupazione di quel territorio. Si era tuttavia del tutto convinti, prima di Trump e di Biden, che una ritirata in ordine sparso dall’Afghanistan, senza averne avviato la stabilizzazione, non solo avrebbe condannato la Nato alla sconfitta ma avrebbe dato partita vinta alle formazioni jiadiste con conseguenze rovinose per la stabilità di un’area cruciale del mondo e per le sorti del conflitto che attraversa l’universo islamico tra moderati e fondamentalisti. Aveva ragione Alberto Negri, grande conoscitore di quella realtà, quando scriveva “prima di ritirarsi bisogna capire cosa si lascia indietro”.

7) Come tutte le guerre di guerriglia, il successo o l’insuccesso sono determinati, insieme alla capacità dell’impiego della forza militare, dalla capacità di assicurarsi un consenso largo della popolazione. Su questo terreno si è persa la partita. L’obiettivo di stabilizzare l’Afghanistan era difficile perché lo stesso concetto di governo nazionale centrale risultava estraneo alla maggioranza degli afghani. Si considerino le differenze sostanziali etniche, linguistiche, culturali dei popoli che vivono sul territorio afgano. Si pensi ai contrasti tra il nord e il sud dell’Afghanistan e a come gli Stati Uniti la spuntarono in poche settimane nella guerra del 2001 grazie all’avanzare delle forze di Massoud, sostenuto da etnie del tutto opposte ai pashtun. In un simile quadro la idea di favorire un’autorità nazionale secondo i criteri di uno Stato quali quelli concepiti in Occidente, era quantomeno ardua. Occorreva poi affrontare con decisione i problemi della economia e del lavoro, della sanità, delle infrastrutture, del sistema giudiziario, insomma i problemi della società afgana. Sono mancati volontà e risorse per farlo. Era del tutto inutile concludere i summit proclamando la convergenza salda tra i partecipanti ai vertici in mancanza di impegni concreti per quanto atteneva alle risorse, ai mezzi. C’era poi il problema enorme della droga il cui traffico consentiva il finanziamento dei terroristi. La strada non era impegnare anche le truppe europee a sradicare la coltura di papaveri, questo produceva solo odio verso i militari. Occorrevano investimenti e risorse per produzioni alternative al papavero e forse occorreva valutare la ipotesi della costituzione di un monopolio pubblico del papavero da oppio che avrebbe comprato e tolto al mercato illegale la maggior parte della produzione. La lotta al narcotraffico non poteva essere condotta senza maggiori risorse finanziarie: non sarebbe mai stato possibile convincere un contadino afghano a rinunciare ai proventi della coltivazione del papavero con le esortazioni. Infine non si è riusciti a contenere la corruzione. Il regime di Karzai il primo presidente dopo l’occupazione ne era impregnato, con il suo successore Ghani la corruzione si è ulteriormente estesa, la sua miserevole fuga è la triste conferma che i capi politici lasciati lì dagli americani erano ormai considerati dei Quisling.

8) Era necessario un mutamento della strategia facendo leva su “quell’embrione di società decente” che malgrado tutto sembrava prendere forma non la fuga disordinata. La “comprehensive strategy”, (la strategia messa a punto in sede Nato grazie all’impulso dell’Amministrazione Obama) puntava a irrobustire le misure economiche e sociali e al tempo stesso si proponeva di ritrovare un rapporto con quella parte di afghani che si era avvicinata ai talebani sotto la minaccia delle armi o perché attratta da una ricompensa economica. Ancora nel 2013, Osama Bin Laden era stato già eliminato dalle truppe speciali americane, si produsse un nuovo aggiustamento strategico. In realtà restarono solo propositi, dichiarazioni di intenti. Null’altro. Probabilmente era troppo tardi. La crisi economica e finanziaria che investirà l’economia globale alla fine del primo decennio del nuovo secolo e infine la pandemia cancelleranno del tutto dalla agenda dei governi occidentali la questione Afghanistan. La carica liberatrice degli inizi della missione si infrangeva sulla durezza della realtà.

9) Lasciando l’Afghanistan Biden mette la parola fine nel peggiore dei modi possibili alla presenza americana in un teatro che ritiene secondario per concentrarsi sulla competizione con la Cina. In realtà lascia il campo libero alla iniziativa verso Kabul della Cina, del Pakistan e dello stesso Iran senza escludere le ambizioni della Turchia di Erdogan. L’Europa mostra disappunto per la iniziativa unilaterale di Biden. La verità è che dall’Europa dopo gli accordi di Doha tra Trump e i talebani non è venuta alcuna alternativa al ritiro delle truppe né è emersa alcuna preoccupazioni per le conseguenze dell’uscita degli americani dall’Afghanistan. Alla riunione del G7 in Cornovaglia dall’11 al 13 giugno cui partecipò il neo presidente americano Biden, tra incontri bilaterali e discussioni, non un leader europeo sollevò la questione delle conseguenze del ritiro degli Usa dall’Afghanistan! Non un dubbio, né un interrogativo o una richiesta di chiarimenti furono posti. Nulla. Lo stesso era accaduto alla riunione del Consiglio atlantico del 10 giugno. Di Maio, incredibile a dirsi, è il ministro degli esteri, sostenne che si era in presenza di una decisione epocale, il ritiro delle truppe Nato costituiva un evento storico. La ministra della difesa tedesca proclamò con enfasi “siamo entrati insieme usciamo insieme” dall’Afghanistan. Nessuno ricordò che nei primi tre mesi dell’anno erano stati ammazzati in quel Paese 573 civili e 1200 erano stati feriti, soprattutto donne e bambini. Del resto, se si pensa alle estenuanti dispute nel Parlamento per votare i finanziamenti alle missioni militari italiane operanti all’estero, se si pensa ai mal di pancia nello stesso Pd si intende quanto sia elevata la ipocrisia di chi oggi protesta in Italia e in Europa contro Biden. Per non parlare di chi per venti anni ha manifestato chiedendo che le truppe americane lasciassero l’Afghanistan e oggi si mostra indignato per il ritiro degli Usa e solidarizza con le vittime degli studenti coranici. Saranno i primi costoro a chiedere di trattare e riconoscere il regime talebano. Il terreno su cui si è già collocato l’ineffabile avvocato del popolo.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia