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Dai trafficanti di esseri umani all’impiego di tecnologie avanzate di controllo e sorveglianza: il business della rotta balcanica

di Simone Benazzo

Il think tank svizzero Global Initiative Against Transnational Organized Crime ha pubblicato a maggio un report dedicato al traffico di persone, droghe e denaro nei Balcani occidentali, curato da Walter Kemp, Kristina Amerhauser e Ruggero Scaturro.

Lo studio è stato uno dei primi a trattare in modo sistemico e diacronico le evoluzioni che la “rotta balcanica” ha esperito nel corso dell’ultimo mezzo secolo. Quello che era inizialmente un corridoio per stupefacenti è divenuto in seguito, specie a causa delle guerre in ex Jugoslavia, l’El Dorado per i trafficanti di armi e, in tempi recenti, la via obbligata per decine di migliaia di esseri umani in fuga da guerra, povertà, catastrofi ambientali. 

Se fin dagli anni ‘70 con “rotta balcanica” si intendeva principalmente la rete di traffico di droga – soprattutto eroina – che si dirama per la penisola balcanica, nel 2015 l’espressione ha infatti assunto un significato inedito. Circa 1,5 milioni di rifugiati e richiedenti asilo, perlopiù in fuga dalla guerra in Siria, si sono messi in marcia attraversando la Turchia, la Grecia e i Balcani occidentali con l’obiettivo di raggiungere l’Europa centro-occidentale.

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Inizialmente presi alla sprovvista da numeri così ingenti, i governi dei paesi dell’Unione Europea hanno poi reagito incalzati dalle retoriche che paventavano l’arrivo di “orde” di stranieri. 

Nel marzo del 2016 la rotta balcanica è stata quindi ufficialmente chiusa, tramite la costruzione di barriere lungo i confini, l’aumento dei controlli frontalieri, affidati sovente all’agenzia UE Frontex, e la velocizzazione dell’analisi delle richieste di asilo. Oltre naturalmente al noto accordo tra Ue e Turchia, un do ut des da 3 (+ 3) miliardi di euro che ha reso Ankara il secondino di fiducia di Bruxelles.

Se queste azioni hanno effettivamente causato un calo significativo del numero di rifugiati e richiedenti asilo, il flusso non si è comunque arrestato. La gran parte delle motivazioni che avevano spinto le persone a migrare nel 2015 – guerra in Siria, Libia e Afghanistan; instabilità nel Corno d’Africa; disuguaglianza Nord-Sud – non sono svanite. Si sono spesso anzi esacerbate, come mostra il caso dell’Afghanistan dove, dopo l’addio degli USA, il controllo dell’intero territorio da parte dei talebani ha spinto ondate di afgani a fuggire.  

L’erezione di muri nel 2016 ha ampliato il mercato dei trafficanti di esseri umani. Alcuni confini un tempo molto porosi, come quello tra Grecia e Macedonia del Nord e quello tra Serbia e Ungheria, sono diventati più difficili da varcare. I migranti hanno quindi dovuto cercare vie alternative per raggiungere i paesi UE – per esempio, dalla Bosnia Erzegovina alla Croazia, dall’Albania all’Italia, dalla Serbia alla Romania e alla Bulgaria.

All’aumento di insidie, difficoltà e pericoli nello spostarsi per ciascun paese della rotta e, soprattutto, nell’attraversare un confine, corrisponde una maggior disponibilità a pagare del migrante, soggetto vulnerabile con solitamente uno spettro molto limitato di opzioni tra cui scegliere. Dunque, più margine di guadagno per i trafficanti. 

Che hanno, inoltre, capitalizzato la pandemia da COVID-19. Le dichiarazioni di stato d’emergenza e la chiusura totale dei confini hanno ulteriormente complicato spostamenti e attraversamenti, rendendo l’attività di questi network ormai altamente specializzati ancora più redditizia.

Offerte che non puoi rifiutare

Visti con gli occhi del crimine organizzato, i migranti incarnano il prototipo del cliente ideale. Non hanno diritti da vantare; non posso esporre reclami e proteste; devono necessariamente nascondersi dalle autorità; quasi sempre, sono disposti a tutto pur di approdare nell’UE, anche a sborsare cifre astronomiche per percorrere poche decine di km. Spesso i primi tentativi di attraversamento sono infruttuosi e si è costretti a riprovarci più e più volte. A ogni giro viene richiesto di pagare una quota.

La casella zero per chi prova a intraprendere la rotta balcanica è di norma Salonicco, in Grecia, dove si raduna la gran parte delle persone in arrivo dalla Turchia. La stazione ferroviaria di questo porto greco brulica di adescatori, pronti a offrire ai migranti, più o meno disperati e più o meno ricchi, le proprie prestazioni. 

Secondo gli autori del report, i trafficanti possono essere suddivisi in tre categorie.

I “fixer” trasportano i migranti all’interno di un paese. Non richiedendo grandi livelli di organizzazione e formazione, il settore è abbastanza aperto: capita anche che privati cittadini si improvvisino tassisti per condurre le persone da un hub (stazione, aeroporto, porto) al successivo confine internazionale. Le tariffe variano in base alla lunghezza della tratta, al numero dei passeggeri e alla probabilità di essere fermati. Se possono bastare anche solo 20 euro per attraversare il Montenegro da un confine all’altro, per il tratto Gevgelija – Veles, in Macedonia del Nord, le cifre si aggirano tra i 500 e i 700 euro.

I “gatekeeper” si incaricano di far passare i confini: pochi km, spesso percorsi a piedi, ma decisivi. Per riuscire nell’impresa serve un discreto livello di organizzazione e competenze diverse, motivo per cui spesso operano gruppi misti composti da locali che conoscono bene l’area e migranti già in loco da tempo, che fungono da interpreti e mediatori. A fronte di un servizio così delicato e multidimensionale, le tariffe, che non di rado includono mazzette ai doganieri, si alzano: per andare dalla serba Novi Kneževac in Ungheria o Romania servono tra i 200 e i 500 euro, ma il biglietto d’ingresso del tunnel che da Kelebija (Serbia) conduce a Ásotthalom (Ungheria) parte da 800 e può salire fino al triplo.

I “package dealers”, infine, rappresentano il vertice della piramide del traffico di esseri umani nei Balcani Occidentali. Offrono, come suggerisce il nome, un pacchetto completo, agendo come una sorta di agenzia di viaggio per viaggiatori senza biglietto di ritorno. Offrono consulenze, informazioni, alloggio, trasporti. Tramite una rete capillare di sottoposti riescono a individuare i propri clienti, principalmente famiglie, già nei campi rifugiati in Turchia o nelle grandi città al confine greco-turco. I costi, anche in questo caso, dipendono soprattutto da: punto di partenza, punto di arrivo, mezzo di trasporto, pericolosità della tratta. Dalla Repubblica serba (una delle tre entità amministrative in cui è divisa la Bosnia Erzegovina) alla Slovenia si paga sui 1.000 euro a persona, per l’intera rotta – dalla Turchia all’UE via Balcani occidentali – una famiglia di quattro persone può arrivare a spendere tra i 15 e i 20 mila euro.

Per stimare (margine di errore: 20%) a quanto possa ammontare il giro d’affari annuo derivante da questo “business” gli autori del report si sono concentrati sulle tre aree più calde: i confini Grecia-Macedonia del Nord e Grecia – Albania (19,5 – 29 milioni di euro); il confine Bosnia e Croazia (7 – 10,5); e i confini Serbia – Ungheria e Serbia – Romania (8,5 – 10,5). 

Complessivamente, allora, il “business” della rotta balcanica frutta ai trafficanti tra i 35 e i 50 milioni di euro all’anno.

Ma i contrabbandieri di uomini non sono gli unici soggetti che prosperano grazie alla politica di securitarizzazione delle migrazioni con cui gli Stati UE provano ad arroccarsi. Si sta formando un comparto tecnologico-industriale che deve il proprio sviluppo a questa politica. 

Un Panopticon ultra-tecnologico per sorvegliare e punire

Sebbene non esista ancora un quadro uniforme ed esaustivo, probabilmente a causa della difficoltà a reperire informazioni su un argomento così controverso, vari elementi indicano che l’impiego di tecnologie avanzate di controllo e sorveglianza di ultima generazione stia diventando sempre più diffuso lungo la frontiera comunitaria. 

A fine gennaio Border Violence Monitoring Network ha trasmesso un report a Tendayi Achiume, Relatrice Speciale ONU sulle forme contemporanee di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia ed intolleranza. Il documento si sofferma sul ruolo della tecnologia nei respingimenti operati dalla polizia di frontiera croata verso Serbia e Bosnia. Si basa sulle testimonianze dirette delle persone respinte e abusate al confine, e contiene una descrizione accurata, anche sotto il profilo tecnico, delle tecnologie adottate (droni, elicotteri, scanner per il riconoscimento di persone dentro a veicoli, visori termici per visione notturna e diurna). La polizia croata dispone inoltre di termocamere capaci di identificare una persona entro un raggio di circa 1.5 km e un veicolo a 3 km di distanza. La tecnologia più avanzata sono però i droni. Quelli in dotazione ai doganieri croati possono individuare una persona distante quasi 10 km durante il giorno e 2 durante la notte. Viaggiano a quasi 130 km/h e raggiungono un’altezza di 3500 metri, senza mai smettere di trasmettere dati in tempo reale.

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Come riportato dal Guardian, anche le guardie di confine ungheresi dispongono di tecnologie come visori termici e droni di sorveglianza. Sempre nel 2017, il governo ungherese aveva deciso di rendere ancora più invalicabile la frontiera con la Serbia, installando una rete elettrificata, puntellata di rilevatori di temperatura, telecamere e altoparlanti che diffondono senza interruzioni uno squillo estremamente fastidioso a fini dissuasivi. Anche grazie a queste tecnologie, il paese centroeuropeo ha potuto respingere migliaia di persone (2.824 solo nel mese gennaio) in Serbia, una prassi giudicata contraria al diritto comunitario dalla Corte europea di giustizia e che ha portato alla sospensione delle attività di Frontex nel paese. Un emendamento introdotto nel 2017 sottrae al controllo di quel poco che rimane della società civile magiara gli investimenti che Budapest compie nel campo della gestione della migrazione – una prassi abituale nell’Ungheria di Viktor Orbán, applicata anche nel caso dei progetti infrastrutturali in cui è coinvolta la Cina.

Anche la Romania si è dotata di attrezzatura hi-tech per il controllo della migrazione, come spiegato sul sito della polizia di frontiera romena, che può impiegare più di un centinaio di visori termici e una ventina di veicoli equipaggiati con questa tecnologia, oltre a sensori ideati per rilevare il battito cardiaco a distanza.

Tuttavia, la nuova frontiera, anche in questo campo, riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale (IA). Lo scorso giugno il Servizio Ricerca del Parlamento europeo ha pubblicato una dettagliata analisi dal titolo “L’intelligenza artificiale ai confini Ue in cui la ricercatrice Costica Dumbrava ha elencato le possibili applicazioni dell’IA nel campo della gestione delle migrazioni: identificazione biometrica (presa di impronta digitale automatizzata e riconoscimento facciale); valutazione del rischio tramite algoritmi; monitoraggio, analisi e previsione dei flussi migratori; rilevamento dello stato emozionale.

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Alcune di queste tecniche, secondo quanto sostenuto da AP News, sarebbero già utilizzate in Grecia in via sperimentale; sarebbero state installate sfruttando il periodo di relativa quiete imposta dalla pandemia anche in questa zona calda. A cavallo del confine greco-turco si sta così configurando un laboratorio a cielo aperto dove vengono testate le più futuristiche modalità di controllo. Si intravede il profilo di un modello futuro di “border management” completamente automatizzato grazie al massiccio ricorso a IA e altri dispositivi digitali. 

Tra le tecnologie adottate dalla polizia di confine greca, non di rado coadiuvata dal personale di Frontex: telecamere a lungo raggio, visori notturni e sensori di varia gamma installati sulle torrette di sorveglianza per raccogliere dati sui movimenti sospetti e inviarli a centri di ricerca dove questi vengono analizzati tramite software di IA; rilevatori di bugie, anch’essi basati su IA, e bot impiegati durante gli interrogatori come “poliziotti virtuali”; scanner palmari per la lettura e la catalogazione dell’intreccio delle vene della mano; tecnologie per la ricostruzione 3D della silhouette del migrante, nel caso si sia, per esempio, mimetizzato nel fogliame.

Fortezza Europa digitalizzata

A finanziare l’acquisto di queste tecnologie, così come l’attività di ricerca necessaria a idearle, è stata spesso la stessa UE. Incalzata dagli Stati membri più oltranzisti sul tema migrazione, la Commissione europea si è mostrata via via più disponibile a convogliare il grosso delle risorse (finanziarie e politiche) di cui dispone allo scopo di sigillare i confini esterni.

Dei quasi 25,7 miliardi di euro (prezzi correnti) che Bruxelles ha stanziato al paragrafo di spesa “Migrazione e controllo dei confini” nel prossimo bilancio pluriennale 2021-2027, 11,1 sono destinati al capitolo “migrazione” e 14,4 a “controllo dei confini”. Per far comprendere quanto lo Zeitgeist politico del continente sia mutato in un tempo relativamente contenuto basti ricordare che nel bilancio precedente non compariva nemmeno una sezione dedicata specificatamente alla gestione dei flussi migratori, ma solo un generico “Fondo per l’asilo, la migrazione e l’integrazione” nella voce di spesa “Sicurezza e cittadinanza, che si era meritato la cifra esigua di 3,1 milioni.

E la voce di spesa che ha visto l’incremento più vistoso in termini percentuali è stata proprio “agenzie decentralizzate – confini” (+164% rispetto al precedente bilancio pluriennale), ovvero Frontex e, in misura minore, Easo. Come indicato in un report di ASGI, i fondi allocati a Frontex erano già passati dai 6,3 milioni di euro del 2005 ai 333 del 2019. Nello specifico la quota dedicata alle “operazioni di rimpatrioera aumentata da 80 mila euro (2005) a 63 milioni (2019). Per i prossimi sette anni Frontex potrà contare su una dote da 11 miliardi di euro, di cui 2,2 miliardi per l’acquisizione, la manutenzione e la gestione di risorse per la sorveglianza aerea, marittima e terrestre. È in previsione anche un aumento del personale: dalle attuali 6.500 unità dovrebbe raggiungere quota 10 mila nel 2027. Come ricorda il Cespi, l’evoluzione di Frontex “rientra nella strategia europea di rafforzamento nella governance delle migrazioni e di risposta alle esigenze securitarie interne”.

In breve, l’UE – direttamente o tramite le agenzie che da essa emanano – sembra pronta a spendere tanto per impedire che soggetti indesiderati (o indesiderabili) riescano a valicare le mura del blocco. Soprattutto nel settore più promettente: le nuove tecnologie di controllo e sorveglianza.

Lo ha chiarito, lo scorso 2 giugno, la Commissione europea inviando una comunicazione a Parlamento europeo e Consiglio denominata proprio “Una strategia per un’area Schengen pienamente funzionante e resiliente. Venticinque pagine che possono essere considerate una sorta di manifesto programmatico comunitario dove vengono enucleati sia i principi da seguire che le azioni da compiere per una “gestione moderna ed efficace dei confini esterni dell’UE” [corsivo dell’autore].

La strategia si prefigge di “trasformare il sistema di gestione del confine esterno in uno dei sistemi più performanti al mondo”. Fare dell’UE una “fortezza digitalizzata, secondo le ONG che si occupano di migrazione.

Nell’introduzione si spiega che per aumentare la fiducia nella solidità della gestione del confine esterno dell’UE è necessario adottare un “approccio integrato e strategico”, che si traduca in una “sorveglianza sistematica delle attività ai confini” e nell’utilizzo di “tecnologie digitali moderne e interconnesse e procedure sempre più digitalizzate”. Si invitano gli Stati membri ad aggiornare e condividere i database nazionali dove vengono raccolte le informazioni sulle persone che provano ad attraversare la frontiera UE, e si propone di adottare forme di pre-screening per queste persone. Ovvero, schedare le persone accalcate ai confini prima che riescano effettivamente a varcarlo. Questo allo scopo di “accelerare le procedure per identificarne lo status” e, ma questo il documento non lo esplicita, velocizzare le espulsioni.

Al netto dei richiami più o meno vaghi al rispetto dei “diritti fondamentali” che puntellano il documento, lo spirito che lo anima emerge in modo nitido. La “gestione dei confini esterni” è declassata a una semplice questione di sicurezza, bisogna evitare con ogni mezzo che qualcuno riesca ad entrare nell’Ue senza averne i requisiti, il ricorso a tecnologie sempre più sofisticate è il modo più efficace per ottenere questo risultato. 

Immagine: Gémes Sándor/SzomSzed, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Articolo proveniente da Valigia Blu