• Dom. Ott 17th, 2021

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Di recente, con un editoriale del Corriere, ci ha riprovato di nuovo Galli Della Loggia a suggerire a Berlusconi di applicarsi a un centro autonomo e mobile tra destra e sinistra. Ma il Cavaliere, nell’arco di ventiquattro ore, ha puntualmente respinto il suggerimento, ribadendo la sua opzione per il bipolarismo del quale si vanta artefice e, di riflesso, la iscrizione al campo del centrodestra della sua Forza Italia, generosamente definita partito liberale, cristiano, europeista, garantista. Un vecchio mantra stancamente reiterato nel mentre egli avalla e addirittura attivamente sollecita la federazione con la Lega (in concreto la sua annessione ad essa) quale tappa in vista del partito unico del centrodestra imperniato sull’asse sovranista della coppia Salvini-Meloni.

Un’annessione la cui logica è perfettamente compresa da ciò che residua del ceto politico di FI, non a caso in grande agitazione: la rinuncia a un protagonismo politico in proprio a fronte di due contropartite tutte personali. La lusinga (improbabilissima) del Quirinale, ma soprattutto l’impegno dei due partner forti ad assicurargli la continuità dell’arma politica a difesa delle sue aziende. La vera, sola costante “concretista” di tutta la sua lunga e altalenante parabola politica. Eloquente la circostanza che a spingere in tale direzione sia soprattutto la famiglia Berlusconi. Si veda l’endorsement della figlia Marina.

Fui amico di Maccanico, lui sì un liberale sincero e raffinato. Egli confidava la propria incredulità nel costatare come settori dell’establishment da lui frequentati (fu segretario generale del Quirinale e presidente di Mediobanca e poi più volte ministro) avessero potuto dare credito alla favola del Berlusconi liberale. Un monopolista in settori strategici quali l’industria della comunicazione e che certo non brillava per senso dello Stato.

In quell’area politica centrista si situano altri cespugli: Renzi, Calenda, Bonino. Un florilegio di debolezze (“non forze”, secondo la definizione affibbiata da certi leader Dc ai cespugli centristi di allora) e di personalismi. Il più abile e spregiudicato è certamente Renzi, che di sicuro sfrutterà cinicamente la sua rendita di posizione marginale da Ghino di Tacco sino a quando reggerà la legislatura. Ma poi? Del resto, gli altri virtuali partner di lui diffidano, sia per lo spirito corsaro e le pratiche ricattatorie, sia per la sua sempre più visibile liaison con l’altro Matteo. Bastino due giudizi su di lui scolpiti da Calenda: un Mastella che si atteggia ad Obama, un politico che fa l’esatto contrario di ciò che dichiara.

A sua volta, Calenda, che pure dispone di qualità per intestarsi una politica di centro (in particolare l’intuizione di un problema cruciale che affligge la politica e le istituzioni nostrane, il vero tarlo che ne mina l’operatività e cioè il know-how, la cultura e la strumentazione atte a implementare le decisioni pubbliche), sconta tuttavia un limite personale e politico che sembra senza rimedio: una stima di sé piuttosto spinta, uno spirito inquieto, una irrefrenabile attitudine divisiva. Basti pensare al suo rapporto con il PD: da neo iscritto ad esso negozia simbolo e candidati in quota sua alle europee (un fuor d’opera mai visto); eletto, immediatamente dopo lascia il PD; ora, su Roma, sta dando un oggettivo contributo a fare perdere il candidato del PD e a favorire la vittoria del candidato della Meloni. E ancora ieri, con singolare esprit de finesse, suggeriva, letteralmente, a Letta di dare un calcio nel sedere alle Sardine che si avvicinavano al PD. Carino.

Infine, la Bonino, dotata di forte personalità e ricco curriculum. Storica partner di Pannella ma con una sua indubbia autonomia personale. Meno movimentista e più dotata di cultura di governo del carismatico Marco. Ma a sua volta incline alla personalizzazione. Si è fatta ironia sul curioso connubio con Tabacci che, mettendole a disposizione il simbolo del Centro democratico, le ha permesso di accedere al Parlamento. Ma quel connubio, pur così audace e che si è subito dissolto, rappresentò un’opportunità mancata. Ho vari amici, cattolici e di sinistra, che votarono “più Europa” perché essa era la sola lista collegata al PD e che dunque garantiva di non disperdere il voto che si voleva destinare al centrosinistra, ma che non si voleva indirizzare al PD totus renziano del 2018. Dunque una iniziativa politica che avrebbe potuto conoscere uno sviluppo e un’espansione elettorale. Un partner del PD chiaramente collocato nel campo del centrosinistra. Ma già all’atto dell’insediamento del Conte due, la Bonino si sfilava e si divideva da Tabacci. Poi la rottura con “più Europa” per poi ricucire. In breve, tornando fare la Bonino, il partito di se stessa. Al più fedele al suo vecchio amore per i referendum. Ci sta, ma forse è un po’ poco.

Su queste basi, con questi attori, un centro politico che, forse, potrebbe anche giovare alla dinamica del nostro sistema politico resta una improbabile suggestione.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia