• Ven. Ott 22nd, 2021

Red Viper News

L'aggregatore di notizie di Red VIper

Fascismo, cosa si può dire solo in privato e cosa si deve dire in pubblico

1st October 1935: Benito Mussolini (1883 - 1945) the Italian dictator and founder of the fascist 'Blackshirt' party in 1919. (Photo by Fox Photos/Getty Images)

Ho trascorso la mia infanzia nel ‘borgo natio’, un paese del Lazio meridionale, ai confini con la provincia di Caserta (di cui faceva parte prima del fascismo che scorporò il Latium vetus dalle terre dell’antico Regno delle Due Sicilie). Ho conosciuto pochi fascisti, ma qualcuno lo ricordo con simpatia. Innanzitutto il nostro padrone di casa, l’avvocato A.L., un fior di galantuomo, maggiore della Milizia e così devoto al duce da raggiungerlo a Salò con la figlia (bellissima), quando venne costituita la RSI. Nel dopoguerra, riaprì lo studio da cui non ricavava poi molto ―giacché erano non poche le cause che patrocinava gratuitamente, trattandosi di concittadini nullatenenti― ma non gli venne mai meno il rispetto e la considerazione del paese. L’altro fascista che ho conosciuto bene è stato il mio primo, carissimo, maestro elementare, A.B., un vero credente —anche lui ufficiale della milizia— una persona amabilissima riverito da tutti, che non avrebbe esitato a esporre di nuovo la propria vita per l’Italia e per il duce.

Ho incontrato, invece, solo qualche volta P.S, già segretario del fascio locale. Mi raccontava mio padre che per le opere di beneficenza a favore dei poveri del paese si recava dai notabili locali e teneva loro questo discorso: ”non crediate che abbiamo fatto la marcia su Roma per salvarvi il c…dai boscevichi. Il fascismo è socialismo nazionale e la solidarietà sociale è la sua bandiera. Pertanto alla Befana fascista e ad altre iniziative non potete fare l’elemosina”.

Singolare fu pure la figura, alla quale noi ragazzi guardavamo quasi con timore reverenziale, di A.D., direttore didattico e amico fraterno del direttore didattico del paese vicino, E.D., un liberale doc, grande amico del compianto Aldo Bozzi. A.D., che a uno dei figli aveva dato nome Italico, apparteneva alla razza (quasi estinta in Italia) di chi sarebbe rimasto fedele per tutta la vita al giuramento prestato (i poeti e i contadini/i signori e gli artigiani/ con orgoglio di italiani/ giuran fede a Mussolini). Nel dopoguerra si candidò alla Camera nelle file del MSI e non risultò eletto per pochi voti (tenuto conto delle percentuali prese in media dai vari partiti, lo avevano votato, per stima, anche compaesani che non avevano nulla a che vedere col fascio e con le sue nostalgie).

Soprattutto, però, mi piace ricordare G. ‘gliu giornalaio’, fiero della sua camicia nera, che salutavo sempre col pugno chiuso, per provocarlo. Fu lui a voler intitolare la sezione locale del MSI a Giorgio Perlasca, l’eroico fascista che aveva salvato in Ungheria tanti ebrei.

Non vorrei, col mio amarcord, riabilitare il fascismo provinciale dandone un quadro idilliaco. Le persone ricordate, con la loro adesione al regime, furono oggettivamente complici dei suoi misfatti ma soggettivamente furono mosse da un innegabile patriottismo ed ho sempre pensato come sarebbe fortunata una Repubblica che potesse disporre di cittadini altrettanto leali e disinteressati.

Anche nella mia famiglia, però, ho trovato fascisti duri e puri. Tra zii, genitori, suoceri, nonni e cugini mi sembra di essere vissuto nel mondo evocato da Trilussa ne La politica (“Ner modo de pensà c’è un gran divario:/mi’ padre è democratico cristiano,/e, siccome è impiegato ar Vaticano,/tutte le sere recita er rosario;/de tre fratelli, Giggi ch’è er più anziano/è socialista rivoluzzionario;/io invece so’ monarchico, ar contrario/de Ludovico ch’è repubblicano”). Da noi non erano proprio quelle le appartenenze partitiche ma il divario era lo stesso. Io ero particolarmente legato al nonno materno, un grande musicista, che aveva il culto di Kruscev e di Nehru e votava PSI ma ero pure molto affezionato al ramo napoletano della famiglia (tre fascisti su quattro) e a un cugino geniale, generoso e fazioso che sul suo biglietto da visita aveva messo la fiamma tricolore del MSI. Il padre, un modestissimo contabile, guadagnava poco ma riuscì a fare studiare i figli: si diceva fascista giacché rispettava la proprietà e l’iniziativa privata ma voleva che i profitti aziendali non andassero tutti all’imprenditore e che una quota fosse assicurata alle maestranze operaie (di qui la sua fede nel corporativismo).

Quando, per ragioni di lavoro, mio padre (un socialdemocratico che votava PSI) trasferì la famiglia a Genova, feci un’esperienza per certi aspetti choccante. Nel Nord parlare di fascisti era come parlare di Unni assetati di sangue, al servizio degli agrari, sempre pronti a menar le mani e a incendiare le case del popolo.. Durante una lezione, uno dei miei Maestri universitari, rivolto a uno studente che gli faceva un’obiezione e che aveva riconosciuto come ‘simpatizzante’ del regime, disse con gli occhi fuori dalle orbite: ’non le rispondo giacché con voi abbiamo già fatto i conti a Piazzale Loreto!”.

Certo tanta animosità ha una spiegazione. Io sono nato in una regione presto liberata dagli anglo-americani (anche dai marocchini di Esperia, però) e che, pertanto, non ha conosciuto la guerra civile con la sua violenza, da una parte e dall’altra. E tuttavia mi chiedo se episodi come quello di Sant’Anna di Stazzema—un orrore senza fine, una strage inespiabile— non continuino ad essere l’alibi per continuare ad astenersi dal fare i conti col fascismo, ignorando la grande stagione storiografica revisionista aperta da Renzo De Felice.

Il lettore non me ne voglia se ricordo ancora un episodio al quale ho assistito. Una sera passa da Genova un collega, docente universitario di Filosofia, e assessore comunale del PSI assieme a un amico, anche lui assessore ma regionale e del PCI. A cena si discute del più e del meno e a un certo punto il discorso cade sulle leggi urbanistiche. “Forse erano migliori quelle fasciste, osserva il mio amico e l’altro, di rincalzo. “Certo che lo erano, allora a fare le leggi era gente competente non come questi c… che ci governano”.

Un’osservazione analoga mi fece un amico, già giudice costituzionale (e molto di sinistra) mostrandomi a Roma i quartieri popolari costruiti dal regime: ”un’operazione imponente e meritoria, che nessun governo del dopoguerra è stato in grado di fare”. Non entro nel merito dei due giudizi ma mi chiedo se l’assessore PCI e l’ex giudice avrebbero avuto il coraggio di ripetere le loro parole in un’assemblea di partito o in un raduno dell’ANPI. E qui vengo alla questione che vorrei veder risolta una volta per tutte, sembrandomi decisiva per la maturità civile del nostro paese.

E’ mai possibile che a quasi 70 dalla fine del fascismo, il ‘discorso pubblico’ sul ventennio, sempre più grondante di insopportabile retorica (anche agli alti vertici dello Stato), resti diverso dal discorso che si fa in privato? Sembra essere ritornati alla divisione —caratteristica di tutte le congregazioni religiose che si rispettino― tra ‘discorso essoterico’ —quello rivolto a tutti credenti e non credenti— e quello esoterico —riservato a quanti non rischiano di perdere la fede dinanzi a verità ‘amare’.

Un grande studioso italiano (socialista in politica ed einaudiano in economia) tempo fa mi mise in guardia da giudizi affrettati sulla politica economica del regime: «il New Deal ha molto imparato dal fascismo e le imprese pubbliche create in epoca fascista sono state i capofila del miracolo economico e anche nell’arte, e nel cinema il fascismo ha dato moltissimo, per non parlare dello sviluppo tecnologico, compreso quello generato dall’autarchia, per le fibre artificiali e le ricerche petrolifere etc.”. E in seguito, polemizzando con Umberto Eco e con la sua strampalata teoria dell’Ur-Faschismus rincarò, per così dire la dose: Umberto Eco, che io ho ben conosciuto, si è inventato un fascismo che ha mal conosciuto perché , essendo dell’azione cattolica, come la sua famiglia piccolo borghese, ha cominciato ad odiarlo, da bambino: così non si è accorto che il fascismo non era anti modernista, ma al contrario ultra modernista sia nell’industria (vedi le fibre sintetiche , la ricerca scientifica fra Marconi e Fermi), sia nei costumi (io ho scritto, ironicamente, che “ha spogliato gli italiani” con la gonna corta, i costumi da bagno maschili fatti di sole mutandine , niente gilet, niente maglie di lana), sia nella quasi parità delle donne, che facevano cose maschili, sia nella libertà sessuale (il preservativo, insieme al moschetto), sia nelle bonifiche integrali, sia nelle imprese pubbliche di mercato (formula IRI)″.

Se si pensa alla bagarre sul Parco di Latina suscitata dall’incauto leghista Claudio Durigon (che ho pesantemente criticato nella mia rubrica ‘vistodagenova’ in uscita ogni martedì sul ‘Giornale’ del Piemonte e della Liguria), si ha l’impressione che l’antifascismo del discorso ‘essoterico’ abbia sostituito il patriottismo come ‘the last refuge of a scoundrel’, per citare il Dr. Johnson.

Sono a Sant’ Anna di Stazzema, ha scritto su Facebook Andrea Romano, “per onorare ancora una volta il sacrificio di 560 innocenti assassinati da nazifascisti tedeschi e italiani e da quella cultura di morte che alimentò sempre il fascismo. Per questo non può servire il governo della Repubblica nata dalla Resistenza chi vorrebbe omaggiare nomi e simboli di quel regime di violenza, sopraffazione e rovina nazionale. Durigon deve dimettersi”. E Piero Fassino, su Twitter: “Ricordare oggi i martiri di Sant’ Anna di Stazzema significa contrastare ogni rigurgito neofascista e ogni revisionismo storico. E chi inneggia al fascismo, come il sottosegretario Durigon, non può rimanere al governo”. Insomma, ha commentato ‘Libero’, Draghi non se n’era accorto ma si è portato nell’esecutivo una specie di Himmler dell’Agro Pontino…″.

Mi è difficile comprendere come inneggi al fascismo chi, sia pur poco saggiamente, vuol cambiar nome al Parco Falcone e Borsellino e ritornare alla vecchia intitolazione Parco Arnaldo Mussolini. Al fratello del duce —che come ho ricordato, morì nel 1931 prima delle quattro macchie indelebili del regime (la conquista dell’Etiopia, ovvero di uno stato appartenente alla SdN, l’intervento nella guerra di Spagna contro i repubblicani ma, soprattutto, le leggi razziali e l’Asse Roma/Berlino— si deve una politica forestale che può essere ricordata e apprezzata solo nel discorso ‘esoterico’?

E’ mai possibile che per prendere le distanze ideali e politiche da una persona, da un regime, da un partito si sia obbligati a presentarlo come il vomito delle potenze infernali? Sono i regimi totalitari—come avrebbe voluto essere l’ultimo fascismo e come non riuscì ad essere trovando sulla sua via la Monarchia, l’Esercito, la Chiesa—portati a presentare la vittoria dei loro avversari come il ritorno dei Cavalieri dell’Apocalisse : le democrazie —anche se talora si lasciano andare a espressioni come ‘l’Impero del Male’— hanno sete di verità, vogliono sapere come ‘sono andate le cose’, per riprendere le parole del grande Leopold von Ranke. Hanno bisogno, ad es., di conoscere le cause che possono portare alla loro sconfitta da parte dei movimenti autoritari e totalitari, di destra e di sinistra; debbono poter rindividuare, con relativa sicurezza, i punti di forza e di debolezza dei governi in guerra contro la ‘società aperta’.

Non si insisterà mai abbastanza sul contributo dato da Renzo De Felice alla civic culture italiana con la sua imponente ricerca sul fascismo, sugli ‘anni del consenso’ e sulle ragioni di tale consenso.

De Felice ha scritto Marcello Veneziani, con felicissima espressione, ’ha restituito il fascismo agli Italiani’ nel senso che, nelle sue analisi, il regime non fu l’invasione degli Hyksos ma il prodotto di contraddizioni, di inadempienze, di errori storici che ricadono sia sui marciatori su Roma sia sui loro avversari aventiniani, sia sulla destra che sulla sinistra.

Sinceramente mi auguro di vivere in un paese in cui ciò che si dice in privato possa dirsi anche in pubblico, senza venir messi alla gogna. La storia, le vie, le piazze sono piene di ‘eroi’ che hanno lasciato cadaveri nei loro armadi a causa della complicità con la ‘feccia di Romolo’: perché vietare il ricordo del bene fatto da loro indipendentemente dal regime che hanno servito? In una stupenda pagina di Storio-grafia e idealità morale (1950), Benedetto Croce scrisse che non fece storia del fascismo perché considerò suo compito—di liberale—quello di combatterlo, ma aggiunse: “Pure, se a un simile lavoro mi fossi risoluto o se potessi mai risolvermi, si stia tranquilli che non dipingerei mai un quadro tutto in nero, tutto vergogne ed orrori, e poiché la storia è storia di quel che l’uomo ha prodotto di positivo, e non un catalogo di negatività e d’inconcludente pessimismo, toccherei del male solo per accenni necessari al nesso del racconto, e darei risalto al bene che, molto o poco, allora venne al mondo, o alle buone intenzioni e ai tentativi, e altresì renderei aperta giustizia a coloro che si dettero al nuovo regime, mossi non da bassi affetti, ma da sentimenti nobili e generosi, sebbene non sorretti dalla necessaria critica, come accade negli spiriti immaturi e giovanili”.

E’ questa la “saggezza dell’Occidente” liberale ma temo che, almeno negli anni che mi restano da vivere, rimarrà sconosciuta all’etica pubblica italiana.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia