• Sab. Ott 23rd, 2021

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Evacuazioni e rifugiati, l’Occidente va in tilt. Martedì G7 straordinario

L'aeroporto di Kabul; profughi afghani scappati da Kunduz

A una settimana esatta dalla presa dell’Afghanistan da parte dei talebani, gli Stati Uniti e l’Unione europea appaiono più deboli e confusi che mai, in vista della riunione straordinaria del G7 fissata per martedì. Gli Usa in affanno nelle operazioni di evacuazione, mentre l’Ue già litiga in previsione di una massiccia ondata migratoria afghana.

L’amministrazione Biden continua a scontrarsi con la complessità della grande fuga dall’aeroporto di Kabul, dove sono ormai 20mila i civili che ogni giorno tentano di accaparrarsi un posto su un aereo destinato alle evacuazioni degli stranieri e dei loro collaboratori. “Gli Stati Uniti hanno continuato a fare progressi nelle evacuazioni”, ha affermato in serata il presidente Usa, aggiungendo che “c’è ancora molto da fare” e che “qualcosa potrebbe andare storto”. “Ho il cuore spezzato per le immagini che arrivano da lì” ha detto Biden, assicurando che “ogni americano che vorrà tornare, tornerà a casa”. Ma i terroristi, ha aggiunto,  “possono approfittare della situazione, lo sappiamo”. 

Negli ultimi giorni almeno 20 persone sono morte nel caos dello scalo, mentre a Washington aumentano i timori di possibili attacchi terroristici nei pressi dell’aeroporto. Il consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan ha definito “reale, acuta e persistente” la minaccia di attacchi terroristici nella zona dell’aeroporto, dando una forma all’incubo agitato qualche ora fa dal Pentagono: in Afghanistan resta una presenza sia di al Qaida sia dell’Isis, anche se i talebani smentiscono.

La superpotenza americana è alle prese con l’“evacuazione più difficile della storia”, un’operazione “difficile e dolorosa”, come l’ha definita ancora Biden nel suo ultimo intervento. Di qui la decisione di mobilitare l’aviazione civile: sei compagnie aeree statunitensi – dall’American Airlines a Delta passando per United – metteranno a disposizione alcuni aerei di linea (inizialmente 18) per aiutare a trasportare in Europa e negli Stati Uniti le persone evacuate da Kabul a bordo dei cargo militari, e ammassate ora nelle basi in Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. Da qui gli aerei civili partiranno per altre basi in Germania, Italia, Spagna e altri Paesi europei, oltre che verso gli Stati Uniti. Allo stesso tempo gli aerei di linea faranno la spola dalle basi Usa nel Vecchio Continente verso quelle statunitensi.

L’ordine alle società aeree è arrivato dal Pentagono dopo il via libera del presidente americano che, con una mossa che ha pochi precedenti, ha attivato il programma d’emergenza della Civil Reserve Air Fleet (Craf). Un piano nato 70 anni fa in piena Guerra Fredda, nel 1952, dopo il ponte aereo di Berlino del 1948, quello organizzato dalle potenze occidentali per aiutare i cittadini di Berlino Ovest rimasti isolati col blocco delle vie di comunicazione messo in atto dall’Unione Sovietica. Solo due volte si è ricorsi a una decisione così estrema: in occasione della prima guerra del Golfo nel 1991 e della guerra in Iraq nel 2002. I primi aerei di linea sarebbero già in volo e il Dipartimento della difesa americano potrebbe rafforzare nei prossimi giorni la sua richiesta. Secondo il programma Craf, infatti, son ben 24 le compagnie aree che possono essere coinvolte dal piano di emergenza, per una flotta complessiva di 450 velivoli.

È una corsa contro il tempo destinata comunque a lasciare indietro gran parte delle persone che vorrebbero fuggire dall’Afghanistan dei “nuovi” padroni del paese. Quegli stessi talebani che accusano gli Stati Uniti di alimentare caos e propaganda. “Tutto l’Afghanistan è sicuro mentre l’aeroporto che è gestito dagli americani è l’anarchia”, ha dichiarato Amir Khan Motaqi, capo del Consiglio di guida dei talebani, che ha invitato la leadership americana a “smettere di infamarsi da sola agli occhi del mondo”.

L’Occidente intero boccheggia di fronte a una crisi che ha trovato tutti impreparati. Martedì i leader del G7 si riuniranno per fare il punto sulla situazione, mentre in Europa si litiga già su come gestire il probabile flusso di migranti dall’Afghanistan. Il summit straordinario dei 7 Grandi è stato convocato per il 24 agosto da Boris Johnson, che detiene la presidenza annuale del formato. ”È fondamentale – ha sottolineato il premier britannico – che la comunità internazionale collabori per garantire evacuazioni sicure, prevenire una crisi umanitaria e sostenere il popolo afghano per preservare i risultati degli ultimi 20 anni”. Il mantra, anche per l’Italia, è: fare fronte comune per non abbandonare l’Afghanistan dopo il ritiro delle truppe Nato. Ma il G7 non basta, secondo il Governo italiano che – sottolinea Di Maio – sta lavorando ad un G20 straordinario per coinvolgere anche Russia, Cina, Turchia e India, attori “cruciali” nella partita afghana. La discussione, in ogni caso, si annuncia serrata, con il Regno Unito che – secondo la Reuters – spingerà per prendere in considerazione nuove sanzioni contro i talebani.

Tra i partner cresce la pressione su Washington affinché prolunghi il suo impegno per le evacuazioni oltre la scadenza del 31 agosto, data fissata per il ritiro della maggior parte delle truppe statunitensi ancora presenti sul terreno. “Evacuare 60.000 persone entro fine mese è matematicamente impossibile”, ha detto il capo della politica estera dell’Unione europea Joseph Borrell, che si è lamentato con l’alleato americano per le farraginosità delle procedure all’aeroporto di Kabul. Anche altre cancellerie, come Parigi e Londra, premono sugli americani perché agevolino il più possibile la fuga dei civili in pericolo. Biden ha risposto alla domanda di un giornalista, dicendo che “speriamo di non dover estendere la scadenza del 31 agosto per il completo ritiro delle truppe dall’Afghanistan, ma ne stiamo parlando”. Il presidente ha ringraziato gli alleati per la collaborazione, citando tra gli altri l’Italia e la Germania per il lavoro svolto.

In questo quadro di caos e tensioni, l’Unione europea offre la conferma di quale sia il suo timore più grande: i migranti. Prendendosi un ruolo che chiaramente non ha, il premier conservatore sloveno Janez Jansa, il cui Paese detiene la presidenza di turno semestrale della Ue, comunica al mondo che l’Unione europea non aprirà corridoi umanitari per i profughi dall’Afghanistan, né consentirà che si ripeta la grave crisi migratoria siriana. “Non ripeteremo gli errori strategici del 2015. Aiuteremo solo coloro che ci hanno aiutato durante la missione Nato e i Paesi membri della Ue che difendono i nostri confini esterni”, ha dichiarato Jansa, citato dai media serbi. “Non è compito della Ue o della Slovenia aiutare e pagare per tutti coloro che fuggono nel mondo”, ha aggiunto il premier sloveno le cui posizioni in tema di migranti sono vicine a quelle dell’ultraconservatore ungherese Viktor Orbán e degli altri capi di governo del Gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia).

Parole nette che scatenano le reazioni della sinistra italiana, che sostiene invece la causa della protezione umanitaria e dell’accoglienza di chi fugge da Kabul. Pietro Bartolo, eurodeputato e medico di Lampedusa, non può credere alle sue orecchie: “Il presidente Jansa forse immagina che il suo ruolo lo legittimi a parlare a nome dell’intera Ue. Qualcuno gli spieghi che la democrazia funziona diversamente e che non sta parlando in mio nome, né in nome dei tanti colleghi che stanno prendendo le distanze dalle sue parole”. Ma il dramma è che – ad eccezione del presidente del Parlamento europeo David Sassoli – dai vertici europei così come dai leader europei per diverse ore non arriva una parola di smentita o commento della chiusura dello sloveno. L’intervento più chiaro è quello del cancelliere austriaco Sebastian Kurz, perfettamente in linea con il rifiuto di Jansa: “Sono assolutamente contrario ad accogliere altri rifugiati, ciò non accadrà durante il mio mandato”. Quanto ad azioni, il primato della velocità spetta il Governo di Atene, già corso ai ripari con la costruzione di una barriera di 40 chilometri al confine con la Turchia.

Il cerchio si chiude con l’avvertimento di Ankara: la Turchia non può sopportare il peso dei rifugiati afghani per l’Ue. Lo ha ribadito il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan in una telefonata al presidente del Consiglio europeo Charles Michel. “Abbiamo ricevuto una richiesta di accogliere i dipendenti locali di una missione dell’Unione europea in Afghanistan – si legge in una nota di Ankara – Gli Stati membri non aprono le loro porte nemmeno a una piccola parte delle persone che li hanno serviti e che sono in difficoltà. Non ci si può aspettare che la Turchia si assuma la responsabilità di Paesi terzi”. La Turchia ospita già circa 5 milioni di rifugiati e “non può sopportare un ulteriore peso migratorio”, ha affermato Erdoğan, che di questo ha parlato anche con Angela Merkel. Sembra la trama di un film già visto, se non fosse per la portata di una tragedia e una vergogna di cui oggi intravediamo solo la punta dell’iceberg.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia